Isacco della Stella


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I. Vita e opere. La fisionomia, la persona e l'opera di I. restano a tutt'oggi misteriose per molti versi. Certamente nasce in Inghilterra tra il 1100 e il 1110 forse da famiglia nobile che gli permette di beneficiare di un'educazione e di una cultura molto accurate e muore nel 1178 ca. Per completare la sua formazione si reca in Francia dove presumibilmente segue i corsi di Abelardo ( 1142), di Gilberto de la Porrée ( 1154) e di altri maestri. A Chartres conosce T. Becket ( 1170) che sosterrà ardentemente quando questi entrerà in conflitto con Enrico II d'Inghilterra ( 1189). Sembra che abbia conosciuto l'Ordine cistercense e professato a Pontigny, ma è possibile che sia entrato direttamente nel monastero della Stella di cui è eletto abate nel 1147. Conosce certamente s. Bernardo che incontra personalmente. Dopo aver curato l'amministrazione temporale e spirituale del monastero della Stella con alcuni monaci e abati cistercensi (amici di T. Becket, contro i quali Enrico II reclama sanzioni) va a cercare in una piccola isola sperduta, Ré, una solitudine inviolabile e i rigori di una povertà assoluta. Muore in quest'isola sperduta al centro dell'oceano senza aver rivisto la Stella.

Conserviamo sotto forma di lettera indirizzata ad Alcher de Clairvaux un trattato De anima, sviluppato non secondo un punto di vista teologico, ma filosofico. Un piccolo capolavoro di fenomenologia che abbozza un'analisi della contemplazione mistica. Un'altra Lettera sul canone della Messa, indirizzata a Jean vescovo di Poitiers, paragona il dinamismo interno dell'anafora eucaristica alle tappe fondamentali della vita spirirituale sino alla divinizzazione che la preghiera del canone realizza.

L'Opus magnum di I. è il corpo dei suoi cinquantaquattro sermoni composti tra il 1147 e il 1169. Pur conservando il genere letterario del sermone, in realtà essi non sono una " predicazione devota ", ma piccoli trattati che sviluppano, in crescendo, temi teologici e spirituali in un intreccio che culmina nella contemplazione del mistero della trascendenza divina.

II. Dottrina. Oltre alla solida formazione teologica e filosofica, ottenuta nelle migliori scuole del suo tempo, la brillante educazione ricevuta permette ad I. di citare poeti e autori classici. Per questo motivo, i suoi sermoni, debitori dei procedimenti e degli schemi che fanno parte della retorica del suo tempo, assumono a volte un tono didattico. Tuttavia, questi sermoni non hanno la chiarezza un po' fredda tipica dei sermoni scolastici del XIII secolo perché egli si ispira alle omelie dei Padri. Dimostra un raro equilibrio tra cultura umana, pensiero filosofico, formule dogmatiche, conoscenza intima della Bibbia e inquietudine mistica. Conosce la dottrina dei sensi della Scrittura tra i quali privilegia l'allegorico che gli permette di assecondare lo Spirito che suggerisce sempre nuove interpretazioni della lettera. Sul piano teologico si pone sulla scia dei teologi apofatici: invita non alla speculazione su Dio, ma a conformarsi a lui nella carità che conduce alla verità. Queste due, insieme, costituiscono la beatitudine. Ispirandosi al pensiero paolino e patristico, I. ama considerare la Trinità nella prospettiva dell'economia della salvezza. In questa contempla l'intera creazione come ordinata all'uomo predestinato e accompagnato dall'amore di Dio da un capo all'altro dell'esistenza. La redenzione, come solidarietà profonda tra Cristo Salvatore e il genere umano, fa di I. un teologo eminente del Corpo mistico: " Cristo è vissuto, ha sofferto, è morto, è risuscitato, non solo per noi, a nostro vantaggio e come nostro modello, ma come nostro capo, colui che ha assunto tutto l'uomo eccetto il peccato; e di conseguenza, noi dobbiamo vivere, soffrire, morire, risuscitare non solo come lui e con lui, ma in lui ". Nella prospettiva del Cristo totale si trova il fondamento della carità fraterna: bisogna cercare Cristo nella sua Unicità di persona con la contemplazione, ma anche nella molteplicità delle sue membra con le azioni caritatevoli. Poiché il Capo e le membra sono un solo Figlio e molti figli, dal punto di vista della maternità, Maria e la Chiesa sono una sola madre e due madri distinte, una sola vergine e due vergini distinte. Nessuna delle due, considerata isolatamente, dice I., fa nascere Cristo tutto intero. La mariologia di I. sviluppa in maniera originale il rapporto Maria-Chiesa: entrambe concepiscono dallo Spirito Santo e generano l'una il Figlio di Dio, l'altra i figli di Dio che sono uno con il Figlio unico.

Bibl. Opere: Sermones, Liber de Missa, De officio Missae, in PL 194, 1689-1896. Cf M.R. Milcamps, Bibliographie d'Isaac de l'Étoile, in Collectanea Ordinis Cistercensium reformatorum, 20 (1958), 175-186. Studi: E. Baccetti, Gli studi recenti intorno alla spiritualità dei Cistercensi del sec. XII, in Aa.Vv., Problemi e orientamenti di spiritualità monastica, biblica, liturgica, Roma 1961, 313-315; J. Debray-Mulatier, Biographie d'Isaac de Stella, in Citeaux, 10 (1959), 178-198; F. de Place, Bibliographie pratique de spiritualité cistercienne médiévale, La May-sur-Eure 1987; G. Raciti, s.v., in DSAM VII2, 2011-2038.




Autore: G. Gaffurrini
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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