Ira


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I. Il termine rimanda a due capitoli diversi del discorso morale tradizionale: quello, per sé eticamente neutrale, delle passioni e quello eticamente negativo dei peccati e dei vizi capitali.

II. In quanto passione, essa è costituita da quel misto di aggressività, di coraggio, di tenacia, che fornisce alla volontà la forza d'intraprendere imprese ardue e di perseverare nel perseguimento degli obiettivi che ci si propone, vincendo le difficoltà che si incontrano. Oggetto di questa passione sono, quindi, il bene da perseguire e il male da combattere in quanto " ardui ", cioè contrassegnati da una qualche particolare difficoltà.1

Come ogni altra passione, se considerata in se stessa, in quanto energia psichica pre-razionale, non è moralmente né buona né cattiva, ma considerata nel suo rapporto con la ragione e la volontà, essa è soggetta a valutazioni morali.2 L'i. rappresenta, quindi, una di quelle pulsioni o energie fondamentali della vita psichica umana che sono dotate di particolare rilevanza nell'ambito dell'impresa morale.

Nella misura in cui questa passione si rivolta contro il male subito, cercando non solo di contrastarlo, ma anche di vendicarlo, magari al di là di quella che potrebbe essere in qualche modo considerata giusta repressione e legittima punizione dell'ingiusto aggressore, diventa un peccato. A sua volta, l'abituale debolezza della volontà nei confronti di questa passione e la frequente ricaduta in questo peccato mette in essere quello che è il vizio dell'i., un vizio che la tradizionale riflessione morale pone tra quelli considerati " capitali ".

Ciò che muove a questo peccato è la gioia amara della vendetta insieme alla speranza che essa ripaghi la sofferenza del torto subito. Esso oltrepassa i confini (del resto estremamente labili e imprecisi) del desiderio di una giusta riparazione ed espiazione da parte del colpevole e, violando l'ordine della ragione, sfocia nel desiderio distruttivo di una vera e propria vendetta.

Si tratta, comunque, di un peccato meno grave di quello dell'odio. Anzi, volere il male altrui sub ratione iusti può contenere un certo valore etico di giustizia che lo rende accettabile, se resta nell'ambito dell'ordine della ragione: la negatività morale dell'i. risiede, quindi, nel fatto che il soggetto non ubbidisce in questa ricerca di restituzione dell'ordine violato alla misura imposta dalla ragione.

D'altronde, sempre secondo s. Tommaso, si può peccare nel campo dell'i. non soltanto per eccesso, ma anche per difetto: sarebbe peccato cioè sia l'assenza della volontà razionale di punire in modo giusto, sia l'assenza della passione relativa.3

L'idea di una giustizia vendicativa e del diritto, soprattutto privato, a infliggere giuste punizioni è oggi motivatamente messo in dubbio e questo obbliga naturalmente a un ripensamento del pensiero tradizionale in proposito. Resta vero, comunque, che non può essere considerata come qualità positiva l'assenza di una misurata e bene indirizzata aggressività che finisca per sfociare nell'indifferenza e nell'ignavia.

III. Le emozioni proprie dell'i. hanno profonde radici nella dimensione corporea della persona umana, ne mobilitano i dinamismi biopsichici e scatenano perturbazioni organiche chiaramente percepibili anche dall'esterno, più di quanto non avvenga per altre passioni. E la prova di quanto facilmente l'i. oscuri la capacità di valutare la realtà in maniera obiettiva, impedisca l'uso della ragione e sopraffaccia la libertà, perciò i suoi eccessi si accompagnano spesso a una certa diminuzione della responsabilità morale e della colpevolezza.4

Ma le possibili gravi conseguenze dell'i. devono mettere seriamente in guardia coloro che vi sono, per temperamento, più proclivi.

IV. Contraria al vizio dell'i. è la mansuetudine, virtù che appartiene al campo della temperanza e controlla e reprime i moti disordinati della passione dell'i.5 Virtù tipicamente evangelica, cui è promessa la beatitudine del possesso della terra, ha le sue espressioni nel perdono delle offese e nell'amore dei nemici: non ha nulla a che fare con quella acquiescenza che segnala debolezza e assenza di virilità e di coraggio: è il modo più vero di essere forti di quella forza illuminata dalla fede, che è capace di vincere anche la violenza più bruta per tendere con tutto se stesso alla comunione con Dio e con i fratelli.

La via per la conquista della mansuetudine passa attraverso l'educazione all'autocontrollo, la crescita nell'umiltà, la fuga dalle occasioni e naturalmente il ricorso a quella fortezza interiore che può venire solo dalla fede e dall'intimità con Dio.

Note: 1 STh I-II, q. 46, a. 3; 2 STh I-II, q. 24, a.1; 3 STh II-II, q. 158, a. 8; 4 STh I-II, q. 47, a. 1; 5 STh II-II, q. 157, a. 3.

Bibl. G. Blanc, s.v., in DTC II, 355-361; D. Milella, s.v., in DES II, 1340-1341; H.D. Noble, s.v., in DSAM II, 1053-1068.




Autore: G. Gatti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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