Invidia


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I. Nozione. L'i. è quell'ignobile, ma diffuso sentimento per cui si prova dispiacere per il bene altrui, come fosse male proprio. Non va confusa con l'emulazione o la rivalità, che pongono le persone in competizione reciproca, per il raggiungimento di scopi e per la conquista di beni, che non possono essere ugualmente condivisi tra tutti i concorrenti. Dello spirito di rivalità e di competizione l'i. rappresenta piuttosto una degenerazione radicale. S. Tommaso la collega al desiderio sfrenato di autoaffermazione e di gloria: " Amatores honoris sunt magis invidi ": 1 spesso, infatti, la riuscita, la buona fama, la gloria altrui sono percepite dall'assetato di successo e di onori come " diminutive della propria gloria ".2 In realtà tutte le cose che possono essere ambite dagli uomini, dal denaro allo status sociale, dal successo in amore alla salute, possono scatenare in chi è ossessionato di sé questo ignobile sentimento.

S. Tommaso la considera qualcosa di semper pravum, poiché consiste nel provare dispiacere per ciò di cui si dovrebbe invece godere, vale a dire del bene altrui.3 Del resto, l'i. porta facilmente all'insofferenza e all'ostilità verso i fratelli, alla detrazione e alla calunnia e sfocia alla fine nell'odio.4

II. Nell'ambito della vita spirituale. Nella misura in cui sia pienamente consapevole e libera e possieda una sufficiente consistenza psicologica, l'i. costituisce peccato grave poiché si oppone direttamente alla carità, principio e fondamento di tutta la vita morale.

Ma s. Tommaso avverte che si danno facilmente in questo campo impulsi incontrollati (primi motus) anche in persone altrimenti perfette; in questo caso la minore volontarietà diminuisce la responsabilità ed esclude la gravità del peccato.5 A questo proposito si impone una considerazione più approfondita e di maggiore ampiezza: la presenza di sentimenti di avversione e di ostilità legati all'i. è probabilmente più frequente di quanto ordinariamente si pensi; l'i. è un sentimento molto diffuso anche se poco avvertito e meno ancora confessato. Esso avvelena poco o tanto, operando da dietro il velo della inconsapevolezza o almeno della minore consapevolezza, la vita di molte persone, anche tra quelle consacrate e dedite all'impresa spirituale.

Il carattere particolarmente odioso e vergognoso di questo vizio ne favorisce la rimozione dall'orizzonte della coscienza e spinge il soggetto a negare disperatamente a se stesso la sua esistenza. L'onesto riconoscimento della presenza di sentimenti che, come l'i., possono albergare in noi anche senza di noi e perfino nonostante noi e non essere considerati peccaminosi, se non nella misura in cui sono volontariamente consentiti, è comunque una condizione previa per ogni serio impegno di crescita spirituale, ma anche per l'acquisizione o la conservazione di una soddisfacente sanità ed equilibrio psicologico. La prima vittima dell'i. è, infatti, lo stesso soggetto che se ne lascia dominare e che finisce per ripiegarsi su se stesso, venendo interiormente logorato dal carattere, tutto sommato impotente, della sua passione.

S. Tommaso ritiene necessario mettere in guardia anche contro una forma di i. " quae inter gravissima peccata computatur ", vale a dire l'i. della grazia concessa ai fratelli: in questo caso, l'ostilità e l'avversione verso i fratelli diventano un peccato contro lo Spirito Santo, poiché con esse in qualche modo si avversa lo Spirito Santo che glorifica se stesso nella sue opere.6

Il segreto della lotta contro questo sentimento resta naturalmente l'impegno per maturare in sé autentici sentimenti di amore per i fratelli, sentimenti che, a loro volta, possono trovare alimento e sostegno solo nell'amore di Dio. Un atteggiamento di povertà interiore nei confronti di Dio, fatto del riconoscimento che ogni valore viene da lui, e dall'affidamento incondizionato al suo amore, per quanto riguarda la valorizzazione personale di ciascuno, è l'atteggiamento religioso esattamente contrario al sentimento dell'i. e la migliore garanzia che essa non possa trovare ascolto nel cuore dell'uomo, che, nel piano di Dio deve " superare " gli altri solo nell'oblio di sé e nella benevolenza (cf 1 Cor 12,31- 13,13; Gal 4,18; Fil 2,3).

Note: 1 STh II-II, q. 36, a. 1, ad 3.; 2 STh II-II, q. 36, a. 1, c; 3 Cf STh II-II, q. 36, a. 2.; 4 Cf STh II-II, q. 36, a. 4, ad 3.; 5 Cf STh II-II, q. 36, a. 2.; 6 Cf STh II-II, q. 36, a. 4, ad 2.

Bibl. L. Desbrus, s.v., in DTC V, 131-134; M. Klein, Invidia e gratitudine, Firenze 1967; D. Milella, s.v., in DES II, 1336; H.D. Noble, L'envie et la haine, in VieSp 20 (1929), 32-42. E. Ranwez, s.v., in DSAM IV1, 774-785.




Autore: G. Gatti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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