Indifferenza


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I. Il termine i. è polivalente, ma non ambiguo. Lungo il corso dei secoli, infatti, è stato usato per indicare atteggiamenti spirituali molto differenti tra loro, legati tuttavia da un denominatore comune, identificabile nell'" assenza di passioni ". Ciò che discrimina sono il senso, l'origine e il fine di questa " assenza ". In modo sintetico e globale, potremmo dire che l'i. si presenta ora come peccatomalattia, ora come virtù o impegno ascetico, ora come dono mistico per eccellenza. Nella società contemporanea, fortemente contrassegnata dal relativismo-scetticismo culturale e pratico, l'i. si presenta innanzitutto e soprattutto come peccatomalattia spirituale. Molto significativo, in proposito, è il fatto che nell'attuale Catechismo della Chiesa Cattolica l'i. sia sempre presentata sotto questo aspetto (cf nn. 29; 1634; 2093-2094; 2128). E definita come " torpore della coscienza morale " (n. 2128); è l'atteggiamento di chi è " incurante della carità divina o rifiuta di prenderla in considerazione; ne misconosce l'iniziativa e ne nega la forza " (n. 2094). Indifferente, in ultima analisi, è o rischia di diventarlo chi non rispetta il primo comandamento, cioè chi non ama Dio al di sopra di tutto e tutte le creature in lui e per lui. Si è indifferenti perché mancano o sono in difetto la volontà, il desiderio, l'amore che spingono ad aderire con tutto il proprio essere ad una realtà per la quale si sente che vale la pena di offrire la vita. Si è indifferenti perché nulla veramente avvince, essendosi confusa l'originaria chiarezza tra bene e male, o ancor più tra il Bene e i beni. Anche quando non è, o non è ancora peccato, l'i. costituisce pur sempre una malattia spirituale, propria dell'uomo che misconosce di essere dotato di intelligenza e volontà, quindi di capacità decisionale. In tal senso, Heidegger in Essere e tempo ha dato una lucida descrizione fenomenologica dell'uomo indifferente: non vive per qualcunoqualcosa, ma rimane nell'inautenticità, nell'anonimato, nell'impersonale, a livello del " si dice, si fa, come tutti fanno e dicono ". L'i. diventa così demotivazione, disimpegno e infine schiavitù.

L'uomo prigioniero delle consuetudini, della moda, e ultimamente degli istinti, ha bisogno di riscoprire un'altra i., faticosa e ardua, quella che fu introdotta nella spiritualità occidentale con s. Ignazio di Loyola1 e s. Francesco di Sales, ma che sotto altri nomi era già ben nota e praticata fin dall'antichità. Si tratta della " lotta contro le passioni ", e più precisamente di un' ascesi costante, per educare la volontà ad aderire non a ciò che piace, verso cui è istintivamente attratta, ma a ciò che è bene e conforme alla volontà di Dio. Si rinnega continualmente la " volontà propria ", ci si astiene dallo scegliere qualsiasi cosa finché non si è certi di scegliere secondo lo Spirito e non secondo la carne. In questo senso, l'i. non è un fine, ma solo un mezzo, un passaggio, un cammino verso il cambiamento fondamentale di orientamento dall'io chiuso su di sé a Dio.

L'i. viene, perciò, ad essere una dinamica della conversione. Se condotta in modo autentico, e non volontaristico, la lotta contro le passioni non sfocia nell'impassibilità, ma nella purificazione del cuore; rende il cuore capace di amare in modo ordinato. L'uomo, che si è sforzato di entrare nella volontà di Dio, scopre che essa è volontà buona, sempre operante per il bene; perciò se ne innamora.

II. Sul piano mistico. Ecco, allora, nascere una nuova forma di i., che non riguarda più la volontà ma le cose, non il soggetto, ma l'oggetto. Lo spirito diventa sensibile alla differenza esistente tra il Creatore e le creature. Con s. Agostino comincia a gridare: " Per te, o Signore, ci hai fatto e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te ".2 Si verifica quanto, nella parabola evangelica, è detto del mercante che trova la perla preziosa (cf Mt 13,44-46): di fronte ad essa, tutte le altre ricchezze gli diventano indifferenti. Siamo ormai al livello mistico. Tutta la Sacra Scrittura e la spiritualità cristiana sono percorse da questo struggente " desiderio di Dio ", che diventa i. verso ogni altra realtà. Basti per tutte una citazione di s. Paolo: " Quello che poteva essere per me un guadagno, l'ho considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo " (Fil 3,7-8).

Note: 1 S. Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, part. nn. 16; 157; 169; 319; 351; 2 S. Agostino, Confessioni, I, 1.

Bibl. Aa.Vv. L'indifferenza religiosa, a cura del Segretariato per i non credenti, Roma 1978; G. Botterau - A. Rayez, s.v., in DSAM VII2, 1688-1708; M. de Certeau, Mai senza l'altro. Viaggio nella differenza, Magnano (BI) 1993; I. Hausherr, Solitudine e vita contemplativa secondo l'esicasmo, Brescia 1978; B. Honings, s.v., in DES II, 1300-1301; G. Morra, La cultura cattolica e il nichilismo contemporaneo, Milano 1979; E. Niermann, Indifferenza, in Sacramentum mundi (cura di K. Rahner), IV, Brescia 1975, 511-513.



Autore: Benedettine dell'isola San Giulio (NO)
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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