Imitazione di Cristo


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Premessa. In via preliminare si deve tenere presente che l'obiettivo rappresentato dall'i. è già inscritto nel dinamismo della sequela. Infatti, siccome l'andare dietro a Cristo comporta e lo stare con lui e il vivere in lui, grazie a lui e per lui, succede che la sequela genera quell'adesione amorosa e quell'appartenenza definitiva che inducono i discepoli a voler essere fedeli al loro Signore e Maestro in tutto, quindi a voler condividere tutto di lui, a lasciarsi istruire, guidare e formare da lui, a guardare a lui come modello e norma di comportamento.

In verità, la " vita in Cristo ", suscitata e sostenuta dallo Spirito Santo, grazie alla quale i cristiani vivono sia da figli e figlie del Padre disposti a farne la volontà, sia da fratelli e sorelle impegnati nel servizio verso gli altri secondo lo spirito dell'amore evangelico, implica la decisione di fare proprie le condizioni che il Signore Gesù pone a quanti accettano di diventare suoi discepoli. Anzi, dal momento che la " vita in Cristo " è caratterizzata dall'esperienza che il Cristo vive nei suoi discepoli (cf Gal 2,20) e ne dilata il cuore rendendolo sempre più capace di accoglierlo e di amarlo, succede che è lo stesso Signore a stimolare e ravvivare il desiderio di mettere in pratica il suo insegnamento, di diventare partecipi di lui, e, da ultimo, di volersi conformare a lui. Pertanto, per impostare in modo rigoroso la riflessione sull'i., bisogna partire dal presupposto che si ha a che fare con un'esigenza derivante dalla comunione amorosa e sponsale che la Chiesa vive con il suo Signore sotto l'azione santificante e la guida dello Spirito Santo.

I. Per arrivare a cogliere la ragione di fondo che giustifica l'i. come componente essenziale dell'esperienza spirituale cristiana, ci si deve rifare necessariamente all'antropologia teologica letta in chiave cristologica e cristocentrica e, precisamente, al principio che il mistero dell'uomo va visto ed interpretato alla luce del mistero di Cristo (cf GS 22). Questo principio è giustificato, in ultima analisi, dalla dottrina relativa alla funzione che Gesù Cristo svolge come unico e definitivo Salvatore del mondo. Secondo la fede della Chiesa, infatti, l'essere umano trova il senso pieno della propria esistenza, raggiunge il compimento della propria sublime vocazione racchiusa nella sua dignità inalienabile di " immagine di Dio ", solo grazie a Cristo, per mezzo di Cristo e in Cristo. Come ricorda il Concilio Vaticano II: " Tutti gli uomini sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti " (LG 3).

Ora, all'interno di questo ampio orizzonte di senso rappresentato dal rapporto tra cristologia ed antropologia si ritrova la dottrina, elaborata in epoca patristica, con la quale si afferma che l'essere umano è stato creato ad immagine della vera immagine di Dio che è il Signore Gesù Cristo (cf 2 Cor 4,4; Col 1,15) ed è stato predestinato a diventare conforme a lui. Di conseguenza, Gesù Cristo ne è il prototipo e il modello. Questo insegnamento, che rappresenta lo sviluppo in chiave cristocentrica della tesi che l'uomo è stato creato da Dio a sua immagine e somiglianza, si radica, in fin dei conti, nella verità della mediazione esercitata da Cristo. Questa mediazione è eterna, assoluta, insuperabile: egli, infatti, è sia il mediatore escatologico, come il mediatore protologico della salvezza. Tutto è stato creato " per mezzo di lui ", " in vista di lui " e " in lui " (cf Gv 1,3.10; 1 Cor 8,6; Col 1,16-17; Ef 2,10). In lui il Padre " ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci ad essere suoi figli adottivi... " (Ef 1,4-5). " Quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio suo " (Rm 8,29).

II. Certamente, il rapporto tra il Cristo e il credente ripensato secondo lo schema " immagine e somiglianza " inizia a compiersi con la rinascita battesimale vista, ovviamente, nel contesto dell'iniziazione cristiana. Divenuto nuova creatura in Cristo, figlio adottivo di Dio, tempio dello Spirito Santo, e incorporato nella Chiesa, il battezzato è chiamato a camminare " in una vita nuova " (Rm 6,4). Di questa vita nuova il Cristo non solo è l'autore in qualità di Figlio unigenito di Dio e Salvatore del mondo, non solo è la fonte perenne in qualità di Crocifisso risorto e Signore al quale spetta il primato su tutta la realtà creata, ma ne rappresenta anche il modello insuperabile: egli, infatti, è " il primogenito di una moltitudine di fratelli " (Rm 8,29), " il capo del corpo, cioè della Chiesa, il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti " (Col 1,18). Rivestitosi di Cristo (Gal 3,27) ed avendo ricevuto il dono dello Spirito Santo, il battezzato è così chiamato a " camminare secondo lo Spirito " (Gal 5,25), ad assecondare lo Spirito in tutto e per tutto, lasciandosi santificare da lui, cioè lasciandosi trasformare gradualmente ad immagine di Cristo (cf 2 Cor 3,18) per diventare, giorno dopo giorno, sempre più simile a Cristo. Per diventare, quindi, sempre di più, nel mondo e per il mondo, segno visibile, testimone credibile e collaboratore fedele del Cristo.

Da quanto è stato detto sin qui si possono trarre tre conclusioni. La riflessione sull'i. chiama in causa, innanzitutto, tutto il dinamismo e lo sviluppo inerenti all'azione salvifica, santificante e trasformante che il Padre realizza per mezzo del Figlio suo Gesù Cristo nello Spirito Santo. In secondo luogo, e di conseguenza, l'i. va intesa sempre e solo come una " grazia " concessa da Dio, come un dono procurato dallo Spirito, il quale fa nascere ed abitare il Cristo nell'interiorità dei credenti e li sostiene nella comunione amorosa con il loro Signore e Maestro. Infine, l'imitazione va pensata sempre entro il contesto e secondo l'ottica della partecipazione al Cristo, alla sua morte e risurrezione, al suo rapporto d'amore con il Padre e con gli uomini, alla sua missione salvifica.

III. In prospettiva escatologica. Richiamate le tre conclusioni suddette, è bene precisare che il dinamismo e lo sviluppo in oggetto vanno visti sempre in prospettiva escatologica, secondo la regola del " già e non ancora ". Siccome la salvezza sarà pienamente compiuta solo nel giorno della parusia del Cristo, che comporterà la risurrezione dei morti, il giudizio universale e il rinnovamento definitivo dell'intera creazione, va preso atto che solo allora la partecipazione al mistero pasquale di Cristo avrà sviluppato tutta la sua efficacia vivificante. Infatti, nel giorno della sua parusia il Signore Gesù " trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose " (Fil 3,21). Nel frattempo, ogni discepolo è impegnato a " conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte, con la speranza di giungere alla risurrezione dei morti " (Ef 3,10-11). È impegnato a " seguire le orme " del Maestro (cf 1 Pt 2,21), a cercare di comportarsi come lui si è comportato (cf 1 Gv 2,6) assimilandone gli atteggiamenti, le disposizioni interiori di fondo, secondo la regola dettata da Paolo: " Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù " (Fil 2,5).

Di conseguenza, l'i. è tutt'altro che un'impresa finalizzata a ricopiare un modello che si ha di fronte o a ripetere materialmente i gesti, le parole e i comportamenti che formano il tessuto della storia vissuta da Gesù. Come è stato già segnalato più sopra, va compresa tenendo conto che è lo Spirito Santo a modellare e a plasmare i cristiani per renderli sempre più simili al Cristo. Perciò, ogni discepolo è chiamato a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo: prima ad accogliere, ad interiorizzare e poi a condividere quel singolare modo di intendere e di vivere il rapporto verso il Padre e verso gli uomini che Gesù ha messo in atto durante il corso della sua vicenda terrena, e che va identificato con l'amore oblativo, del tutto libero e gratuito, che ha raggiunto il culmine nel dono della vita fatto sulla croce. Certamente, abbiamo a che fare con quel " sentimento " fondamentale nel quale si ritrovano tutti gli altri " sentimenti " reperibili nella tradizione evangelica e neotestamentaria. Volendoli indicare, si può fare riferimento alle componenti della sua straordinaria sensibilità e della sua affettività, all'obbedienza verso il Padre, al servizio disinteressato attuato a favore degli uomini, alla povertà, alla mitezza e all'umiltà.

IV. Da ultimo, è quanto mai opportuno tenere presente che la lectio divina applicata ai racconti evangelici svolge un ruolo di primo piano nel dinamismo spirituale inerente all'i. Infatti, dalla lettura attenta ed amorosa della storia di Gesù, che alimenta la meditazione e conduce alla preghiera, si arriva infine alla contemplazione che, rendendo attivi i sensi spirituali, permette di crescere nella conoscenza e nell'amore, di conoscere sempre meglio l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza (cf Ef 3,19; 4,13), di scoprire che, in fin dei conti, è l'amore ad essere fonte di conoscenza ed a giustificare il desiderio di diventare conformi al Signore Gesù.

Bibl. Aa.Vv., s.v., in DSAM VII2, 1536-1601; V. Battaglia, Cristologia e contemplazione. Orientamenti generali, Bologna 1997; L. Borriello, La sequela e l'imitazione nella vita spirituale, in Asprenas, 25 (1978), 137-154; G. Bouwman, L'imitazione di Cristo nella Bibbia, Bari 1968; A. Heitman, Imitatio Dei. Die ethische Nachahmung Gottes nach der Väterlehre der zwei ersten Jahrhunderte, Roma 19403; J. Tinsley, The Imitation of God in Christ. An Essay on the Biblical Basis of Christian Spirituality, London 1960; G. Turbessi, Il significato neotestamentario di " sequela " e di " imitazione ", in Ben 19 (1972), 163-225 (bibl. 177-178).



Autore: V. Battaglia
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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