Guigo I (il Certosino)


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I. Vita e opere. Nasce nel 1083 nell'Ardèche, in diocesi di Valenza, nel castello di Saint Romain du-Val-Mordane. Nel 1106 entra nella Certosa, fondata da s. Bruno ( 1033 ca.) nel 1084. Eletto come quinto priore già nel 1109, vi muore il 27 luglio 1136. Sotto di lui l'Ordine, cui il fondatore non ha lasciato alcuna Regola scritta, ha grande sviluppo e ciò porta G. a fissare per iscritto, tra il 1121 e il 1127, le Consuetudini osservate nella Grande Certosa, su richiesta di tre priori delle nuove fondazioni e del vescovo Ugo di Grenoble, di cui G. compone una Vita, sobria e puntuale, per il papa Innocenzo II ( 1143), in vista della canonizzazione. Amico di Pietro il Venerabile ( 1092 ca.) e di s. Bernardo di Clairvaux, G. è considerato dai contemporanei un genio per le eccezionali doti di erudizione, di eloquenza, di organizzazione del lavoro culturale, ma soprattutto per la conoscenza degli uomini e l'equilibrio spirituale di governo. G. sceglie, verso gli inizi del priorato, tra il 1109 e il 1120, un genere letterario inconsueto per gli autori di tradizione patristica, redige un'originale raccolta di riflessioni sotto forma di appunti personali, annotati in una specie di diario, che possono richiamare i Pensieri dello stoico Marco Aurelio ( 180), le Sentenze di Sesto Empirico ( III sec.), un tipo di Apoftegmi dei Padri del deserto, i Detti per i monaci di Evagrio Pontico e, in epoca moderna, i Pensieri di Pascal o del padre H. de Lubac. Scrive così le Meditationes, riflesso di un'esperienza psicologica e spirituale personale, in un linguaggio segnato da un'ampia familiarità con la letteratura patristica e teologica. In quest'opera di G. gli aspetti ascetici appaiono privilegiati e caratterizzati da un'intonazione di stoicismo cristiano, assimilato attraverso autori come s. Girolamo o le antiche regole monastiche. Rimangono nove Lettere di G., la prima delle quali tratta della vita contemplativa e della solitudine.

II. Piuttosto che elaborare una dottrina spirituale, gli scritti di G. la rivelano attraverso osservazioni sovente indirette, ma chiare ed efficaci nell'affrontare e descrivere i problemi pratici e psicologici che una scelta di vita tanto eccezionale ed austera evidentemente solleva. Ispirandosi ad una lettura radicale, al limite del letteralismo, del porro unum necessarium evangelico, G. raccoglie volta a volta i suggerimenti, dettati dalla pratica, atti a tutelare, nella coscienza di ogni monaco, un'intuizione carismatica molto pura e semplice. L'anima tesa verso Dio deve concedersi e costruirsi, con tenace esercizio (ascesi), una distensione serena (otium), in cui può incontrare, seguire, possedere, contemplare Dio senza più provare alcun altro desiderio. Si può probabilmente affermare che, dopo s. Bruno, G. è riuscito a trasmettere l'ideale tipico della Certosa: coniugare l'amore tradizionale ed eremitico della solitudine per l' hesychia, caratteristica nativa della tradizione monastica orientale, con un certo genio latino per un'organizzazione pragmatica e funzionale della vita e dell'attività quotidiana. Il progresso spirituale, meta unificante della vita monastica, è considerato il massimo dell'utilità e della felicità ottenibile in terra: quindi è vissuto come uno scopo pratico, come un'attività psico-fisica e, a tutti gli effetti, lavorativa. I particolari materiali, minori e minimi, e le esigenze più alte dell'impegno spirituale vengono valutati con la stessa concretezza ed obiettività, pur restandone al cuore sempre presente la gerarchia ontologica rispetto alla vita della grazia e della carità. Per il certosino l'isolamento non è uno stadio sulla via della perfezione, ma il mezzo umanamente sentito come insostituibile per arrivare a Dio: la fedeltà, fin da questo mondo, all'impegno assoluto per la contemplazione, che costituisce la meta escatologica definitiva d'ogni cristiano. Con precoce maturità umana, prima ancora che spirituale, G. ha dato voce a tale ideale presentandolo in un contesto volontaristico, corrispondente ad un clima interiore di " fede oscura ". " Solo chi ama Dio vuole ed ama il proprio utile, poiché Dio stesso è la sola e totale utilità della natura umana " (Medit. 370). " Ama ciò che amando non puoi perdere: Dio " (Medit. 186). " Sei stato creato per vedere, conoscere, amare, ammirare e lodare il Signore: solo questo pertanto ti giova e null'altro " (Medit. 288). " Hai visto, un giorno in cui si distruggeva un formicaio, con quanta sollecitudine ogni formica s'impadroniva di ciò che amava, il suo uovo, con sprezzo della propria vita. Ama così la verità e la pace, cioè Dio " (Medit. 221).

Bibl. Opere: Lettres des premiers chartreux, I, S. Bruno, Guigues, s. Anthelme, Intr., testo critico, trad. e note di un Certosino, Paris 1962, 95-219; Guigo I, Les méditations (Recueil de pensées), Intr., testo critico, trad. e note di un Certosino, Paris 1983; Guigo I, Coutumes de Chartreuse, Intr., testo critico, trad. e note di un Certosino, Paris 1984. Studi: [Un Chartreux], La doctrine monastique des coutumes de Guigues, in Aa.Vv., Théologie de la vie monastique, Paris 1961, 485-501; M.E. Cristofolini, Le " Meditationes " del beato Guigo certosino, in Aevum, 39 (1965), 201-207; L. Giordano Russo, Guigo e la Bibbia nelle " Meditationes ", in Orpheus, 24-25 (1977-78), 187-197; G. Hocquard, Les idées maîtresses des " Meditationes " du prieur Guigues I, in Historia et spiritualitas Cartusiensis (=Actes du IVe Colloque international, 1982), Destelbergen 1983, 247-256; M. Laporte, s.v., in DSAM VI, 1169-1175; P.A. Nisse, s.v., in WMy, 210; A. Wilmart, Les écrits spirituels des deux Guigues, in RAM 5 (1924), 59-79, 127-158; H. Wolter, s.v., in LThK IV, 1270.




Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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