Giustiniani Paolo


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I. Vita e opere. Nasce a Venezia nel 1476; a diciotto anni frequenta l'Università per lo studio della filosofia, a ventidue, anche in conseguenza di una malattia, prende coscienza di sé e si avvicina di più a Dio; a trentuno si dà allo studio della teologia con il proposito di diventare religioso; a trentatré passa un periodo nel monastero di Pontida, per approfondire la sua vocazione. Prendendo consapevolezza della corruzione di molti ecclesiastici e della stessa Curia, decide di convertirsi e di ritirarsi in solitudine nell'eremo di Camaldoli. Nel Natale del 1510 veste l'abito bianco. Durante l'anno di noviziato (1511) si esercita nei vari aspetti della vita monastica. A Camaldoli, al tempo del G. (1510-1520) la situazione è molto confusa. Il G. organizza l'eremo facendo costruire le mura di cinta, le stalle per le bestie da lavoro e tutto il necessario per la pace e la libertà degli eremiti, in modo che negli eremi sia possibile una vita monastica completa, compresa l'ospitalità. Descrive in questo modo la spiritualità dell'eremita: " Tacendo con la lingua, tutta la tua vita, tutti i tuoi atti e tutta la tua persona annunziano il regno di Dio ". E ancora: " Chi annunzia il Vangelo parla in un luogo, in un tempo e a un gruppo determinato di persone, l'autore di un libro discorre con tutti gli uomini di tutti i luoghi e di tutti i tempi, perciò, l'eremita non solo deve leggere e studiare ma anche comporre e scrivere ". Quell'impegno a riformare l'Ordine e il cumulo delle pratiche nell'ambito finanziario, amministrativo e organizzativo gli creano un disagio enorme tanto da spingerlo a lasciare tutto e a ritirarsi in un eremo solitario, come avvenne nel 1520. Partito, dunque, da Camaldoli per riacquistare la sua pace interiore e per riprendere i suoi studi, abita in piccoli eremi uniti nella Compagnia degli eremiti di S. Romualdo ( 1027), sempre in piena armonia con i superiori di Camaldoli. Il 28 giugno 1528, muore sul Soratte, dove era andato per fondare un eremo, assistito dal padre Gregorio dell'eremo di Camaldoli accorso al suo capezzale alla notizia dell'infermità dell'amico Paolo. E così chiude i suoi giorni, a cinquantadue anni.

Il G. ha scritto moltissimo, anche se ancora molti suoi scritti sono inediti. Tra le opere scritte prima dell'entrata in monastero ricordiamo: Cogitationes quotidianae de amore Dei; tre commenti al libro della Genesi; tra quelle scritte dopo l'entrata a Camaldoli e di contenuto prettamente spirituale: De conversione, De evangelicae doctrinae perfectione, De XII gradibus de oboedientia, De oratione, De servanda etiam cum inimiciis charitate, De vita christiana, religiosa et eremitica, De praeceptis et consiliis evangelicis, De otio religioso. Ricordiamo, inoltre, che nel 1513, insieme con l'amico e confratello Pietro Quirini, scrive il famoso opuscolo a Leone X ( 1521), considerato dagli storici il programma di riforma della Chiesa più grandioso e al tempo stesso più radicale dell'era conciliare. In esso si chiede che la liturgia sia celebrata nella lingua del popolo; che nessuno sia ammesso agli ordini sacri se non ha letto tutta la Bibbia; che venga eliminata la teologia scolastica per un ritorno alla Parola di Dio e alle esposizioni dei Padri... Però, nonostante il suo senso critico e umanistico, G. attribuisce ai " sacri canoni un'autorità che emana dalla virtù dello Spirito Santo " (Libellus, 3,1-2). I canoni del codice ecclesiastico debbono essere rispettati e osservati, ma possono anche essere cambiati da chi ha l'autorità, purché non impediscano la " grazia e la verità " che operano nella coscienza cristiana.

II. Insegnamento spirituale. Prima di partire da Camaldoli G. così prega: " Signore voi che mi avete voluto monaco, voi che mi avete voluto eremita, fate che io lo sia realmente e non solo all'apparenza, ma interiormente per le disposizioni del mio spirito, fate che io non mi allontani mai dalla vera e perfetta istituzione della vita monastica ed eremitica, ma che vi possa progredire di giorno in giorno ". E ancora: " Io vedo e conosco ciò che vedo, non con l'occhio della ragione umana, ma per ispirazione interiore, vedo che gravi mali mi minacciano, persecuzioni più dure di quelle subite mi attendono. Ma eccomi, Signore, come vostro servo non mi spavento, chiedo soltanto due cose: di non nuocere ad alcuno e di non essere mai separato da voi, mio Dio ". Riflettendo sulla comunione dei santi, insegna a confidare nella misericordia di Gesù di cui contempla la divinità e la natura umana. Come esperto umanista riconosce che dalla conoscenza filosofica di se stessi si deve arrivare alla conoscenza di Dio rivelatosi in Gesù Cristo. Pur rifacendosi alla dottrina dei Padri: Basilio, Cipriano, Atanasio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa, afferma che occorre studiare un unico libro: Gesù Cristo crocifisso, uomo e Dio. Per questo motivo, il vero monaco è un martire, ossia, testimone di Cristo. Inoltre, la sua decisione di abbracciare la vita eremitica è basata sul desiderio di realizzare un otium che favorisca lo studio incessante del testo sacro e la ricerca di una comunione sempre più piena con Dio. La vita eremitica basata sull'otium non significa, comunque, fuga dalla realtà sociale, ma va considerata in una prospettiva mistico-ecclesiale, perché mentre l'azione è per sua natura limitata, la contemplazione, inserendo l'orante nella vita intima di Dio e della Chiesa, raggiunge l'intera umanità. In questa attività contemplativa risiede anche la felicità che è sapienza amorosa di Dio, raggiungibile con l'abbandono di tutto ciò che è umano per l'acquisto dell'unica realtà che è Dio.

Bibl. A. Giabbani, I Camaldolesi, Camaldoli (AR) 1944; J. Leclercq, s.v., in DSAM VI, 414-417; Id., Un humaniste ermite: le b. Paul Giustiniani, Roma 1951; Id., Il beato Paolo Giustiniani: un umanista eremita, Frascati (RM) 1975; E. Massa, s.v., in BS VII, 2-9; P. Sciadini, s.v., in DES II, 1188-1189.




Autore: A. Giabbani
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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