Giovanni Scoto (Eriugena)


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I. Vita e opere. Nasce nel primo quindicennio del sec. IX e muore nell'870 circa.

In seguito alle invasioni danesi nell'Irlanda (Eriu, da cui l'appellativo di Eriugena) si rifugia in Francia ed intorno all'846-847 è accolto alla corte di Carlo il Calvo ( 877), diventando maestro nella scuola palatina. Nell'850 partecipa alla controversia sulla predestinazione con uno scritto (De praedestinatione) che suscita vivaci reazioni da parte dei teologi del tempo per la sua impostazione nettamente razionalistica. Successivamente, Carlo il Calvo lo invita a tradurre le opere di Dionigi l'Areopagita e di altri autori greci (in particolare di Massimo il Confessore). Queste opere, insieme a quelle di Agostino e Boezio ( 524), diventano le principali fonti della sua opera più importante, De divisione naturae, composta in forma di dialogo dall'862 all'866. In questa, con il termine " natura " G. intende tutta la realtà e la distingue in quattro " specie " o " forme ", che non sono parti di un tutto, ma solo momenti di un processo dialettico attraverso il quale la natura si svolge, passando dall'unità alla molteplicità e successivamente risalendo dall'individuale all'universale, risolvendo la molteplicità nell'unità del tutto. Infatti, la prima natura " che crea e non è creata " è Dio, il quale è inconoscibile, secondo l'istanza della teologia negativa, che risale a Dionigi Areopagita; la seconda natura " che è creata e crea " è costituita dalle cause primordiali, che sono, secondo la tradizione platonica, gli archetipi delle cose, mentre il mondo materiale (ovvero la terza natura, " che è creata e non crea ") è concepito come una caduta e una corruzione del mondo intelligibile, conseguenza del peccato originale. Questo mondo, tuttavia, tende a tornare a Dio il quale, in quanto concepito come il fine ultimo di tutta la creazione, costituisce la quarta natura " che non crea e non è creata ".

G. scrive, inoltre, un commento alle opere di Dionigi Areopagita e al Vangelo di Giovanni, ma di quest'ultima opera non rimangono che frammenti.

I suoi scritti, nei quali talune espressioni possono essere interpretate panteisticamente (certamente contro ogni intenzione dell'autore), vennero condannati nel 1225.

II. Dottrina. Il contributo più importante di G. alla storia della mistica è quello di aver introdotto la via negationis per la conoscenza di Dio, cui l'uomo è chiamato. Poiché la dignità dell'uomo deriva dall'essere fatto a immagine di Dio (cf De divisione naturae IV), la verità diventa il bene supremo dello spirito. Per questo motivo, la sapienza è il termine ultimo di ogni processo speculativo. L'uomo, infatti, raggiungerà la vera unione con Dio nella purezza della conoscenza (cf Ibid. V), diventando una lode del sommo Bene (cf Ibid.).

Per G. si conosce Dio attraverso la Scrittura, ma ciò richiede sia un grande sforzo da parte dell'uomo sia un'illuminazione, cioè una rivelazione dell'essenza divina mediante le teofanie. Dio, però, permette allo spirito umano di andare oltre il significato morale e allegorico della Scrittura e alcune teofanie sono di uno splendore tale da innalzare la contemplazione ad uno stadio molto vicino a lui (cf Ibid. V). Ma per giungere ad una contemplatio theologica, cioè una conoscenza superiore sostenuta dalla fede, occorre passare attraverso tre stadi: il primo è quello della conoscenza sensibile; il secondo è quello in cui la ragione distingue le realtà nascoste di cui sono segno le creature visibili; il terzo è una conoscenza totalmente semplice e soprannaturale che s'identifica con il ritorno a Dio. Questo cammino può essere compiuto solo nel Cristo, che assume in sé l'essere divino e la natura umana, e in modo particolare nel Cristo dell' Eucaristia. E il Cristo redentore che ha salvato e santificato tutto, donando agli eletti la deificazione. A esemplificazione di questa asserzione, G. rimanda a s. Giovanni che ha posato il capo sul petto del Signore ed ha ricevuto la rivelazione segreta, perciò l'apostolo prediletto diventa per G. l'ideale del mistico.

G. assume da Dionigi Areopagita la distinzione fra le due teologie, cioè le due maniere di parlare di Dio, quella affermativa e quella negativa. Conoscere Dio significa, innanzitutto, sapere che egli sorpassa ogni scienza, perciò l'ignoranza a cui si è condotti è la vera sapienza. Lo sforzo dello spirito trova il suo vero appagamento in questo progresso negativo (cf Ibid. II) (teologia negativa), ma Dio si mostra a chi lo cerca e si lascia trovare da chi lo desidera (teologia positiva).

Erede della tradizione neoplatonica, G. descrive il processo circolare che da Dio Padre si sviluppa attraverso il Figlio e il mondo materiale per ritornare al Padre, introducendo sulla scia dei Padri, il platonismo nel pensiero cristiano d'Occidente.

La sua concezione della conoscenza di Dio influenzò la spiritualità successiva sia per l'accento posto sulla verità da conoscere in sé, dal momento che essa è semplicemente oggetto di contemplazione, sia per il suo " tentativo, che è unico, tra Agostino e Nicolò da Cusa, di utilizzare un sistema filosofico, o piuttosto una concezione generale del mondo in gran parte desunta da Plotino, per esprimere la totalità della teologia cristiana ".1

Note: 1 D. Knowles, La teologia, in D. Knowles - D. Obolensky, Nuova storia della Chiesa, II, Torino 1971, 157.

Bibl. Opere: PL 122; SC 151, 180; E. Jeaumeau (ed.), Homélie sur le Prologue de Jean, Paris 1969; J. Sheldon-Williams (ed.), Periphiseon, Dublin 1968-1981. Studi: M. Cappuyns, Jean Scot Erigène, Louvain-Paris 1933; M. Dal Pra, Scoto Eriugena e il neoplatonismo medievale, Milano 1951; P. Dinzelbacher, s.v., in WMy, 272-273; A. Forest, La sintesi di Giovanni Scoto Eriugena, in A. Fliche - V. Martin (cura di), Storia della Chiesa, XIII, Torino 1965, 15-44; A. Haas, Eriugena und die Mystik, in Aa.Vv., Eriugena redivivus, Heidelberg 1977, 254-278; P. Mazzarella, Il pensiero di Giovanni Scoto Eriugena, Padova 1957; R. Roques, s.v., in DSAM VIII, 735-762.




Autore: M.R. Del Genio
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)