Giovanni della Croce


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I. Vita. Juan de Yepes, figlio di Gonzalo e Catalina Alvarez, nasce a Fontiveros (Avila), nel 1542, ultimo di tre figli. Presto rimane orfano di padre e vive una fanciullezza di grande povertà, seguendo la madre di città in città nella ricerca di lavoro. In questo periodo G. tenta di impegnarsi in alcune occupazioni manuali, ma con scarsi risultati; si fa invece apprezzare nel servizio agli ammalati dell'ospedale di Medina del Campo e per il suo impegno nello studio. Per questo motivo, viene ammesso al Collegio della Dottrina, dei Padri della Compagnia di Gesù, " facendovi molto progresso in poco tempo ".

Nel 1563, a ventun anni, entra inaspettatamente nel Carmelo di Medina, prendendo il nome di fra G. di San Mattia.

Sceglie questo antico Ordine perché attratto dal suo stile contemplativo e dalla sua particolare devozione alla Vergine Maria.

Dopo la professione (1564), inizia gli studi teologici a Salamanca, presto riconosciuto come il miglior studente della scuola, per talento e serietà. Alla fine del terzo anno di studi, viene ordinato sacerdote e, di ritorno a Medina per la celebrazione della prima Messa, incontra Teresa di Gesù.

L'incontro avviene mentre G., desideroso di una più totale contemplazione, sta pensando di passare tra i certosini e Teresa sta pensando a come riformare anche il Carmelo maschile.

Ecco come la santa di Avila racconta quel provvidenziale incontro: " Parlandogli ne rimasi molto soddisfatta e seppi da lui che desiderava andare tra i certosini... gli dissi che se voleva migliorare avrebbe reso ancor più servizio al Signore rimanendo nel suo Ordine. Egli mi diede la sua parola di aspettare, a patto che non si tardasse molto ".1

Il 28 novembre 1568, Giovanni della Croce (questo il suo nuovo nome) inizia a Duruelo la Riforma del Carmelo maschile, secondo lo stile di Teresa di Gesù. I primi anni della nuova vita sono tempo di grande preghiera e di apostolato tra la povera gente dei paesi vicini.

G. deve subito assumersi il compito di maestro dei novizi, carica che ricopre fino al 1572. Da quest'anno al 1577 è nominato confessore del monastero dell'Incarnazione in Avila, su richiesta di madre Teresa. Il 2 dicembre 1577 viene " incarcerato " dai confratelli carmelitani, per incomprensioni sorte tra l'antico Ordine e la nuova famiglia teresiana.

Considerato un ribelle, è letteralmente rinchiuso in uno stanzino angusto e maleodorante. Vi rimane nove mesi: tempo che ha un'importanza centrale e risolutiva nella sua vita.

Scriverà più tardi: " Una sola grazia di quelle che Dio mi fece in quel luogo non si può pagare con una piccola prigione, anche se fosse durata anni ".

In una poesia di commento al salmo 137 (Super flumina), identificandosi con il popolo d'Israele prigioniero, dice di quel tempo: " Allì me hirio el amor " (là mi ferì l'amore).

Ferito dall'amore di Dio, scrive in carcere alcune poesie che restano tra i versi più sublimi della letteratura spagnola, certamente tra le più elevate composizioni mistiche di tutti i tempi: dieci Romanze trinitarie; un commentorifacimento poetico del Cantico dei Cantici; il poemetto La fonte.

Fuggito dalla prigione, G. riprende il suo impegno di educatore e superiore della nuova famiglia carmelitana, prima al Calvario (Jaen), poi a Baeza e a Granada (1582-88), dove scrive i quattro grandi commenti alle sue poesie: Salita del Monte Carmelo (=S); Notte oscura (=N); Cantico spirituale (=C), Fiamma viva d'amore (=F), lasciandone alcuni incompleti.

Nel 1591 viene esonerato da ogni incarico di responsabilità ed " esiliato " in Andalusia, a Ubeda (Jaen), dove muore santamente il 14 dicembre 1591 a quarantanove anni.

II. Gli scritti. " Affinché ciò che mi appresto a dire sia più degno di fede, non penso di affermare qualcosa di mia autorità - fidandomi dell'esperienza fatta o di ciò che altre persone spirituali abbiano conosciuto o udito, anche se dell'una e dell'altro intendo approfittare - se non è confermato e chiarito con l'autorità della divina Scrittura " (C prol. 4). G. dichiara, dunque, nell'importante prologo al C, di voler prendere come fonte assoluta e primaria del suo insegnamento la Sacra Scrittura e, solo secondariamente, l'esperienza propria o altrui.

Si ispira, però, negli scritti alla sua formazione scolastico-tomista; si riferisce spesso agli scrittori della corrente agostiniana ( Dionigi Areopagita) e ai mistici spagnoli del sec. XVI (Osuna, Laredo, s. Teresa).

Circa mille versi in poesia e un migliaio di pagine in prosa lo rendono una delle figure più importanti nel panorama degli autori mistici.

Suddividiamo gli scritti in: Opere minori: venti Poesie: di cui dieci romanze, cinque poemetti (le composizioni più famose), cinque glosse; Cautele, Avvisi, Detti di luce e d'amore, trentatré Lettere. In queste opere, particolarmente nelle poesie, è racchiusa la parte più importante del messaggio sanjuanista: " Le poesie sono in G. le asserzioni decisive, invece i commenti sono inadeguati e incapaci a riesprimere tutto il contenuto della parola ispirata ".2

La poesia si ispira allo stile di alcuni poeti spagnoli suoi contemporanei,3 ed è di tale portata che lo stesso santo rimanda ad una certa ispirazione dello Spirito Santo (cf C prol. 1). Grandi opere: Salita del Monte Carmelo (tre libri): è l'opera ascetica (purificazione attiva) che tratta della " purificazione del senso " (primo libro) e della purificazione della tre facoltà spirituali: intelletto (secondo libro), memoria e volontà (terzo libro). Notte oscura (due libri): tratta più propriamente della purificazione passiva (o mistica) della parte sensitiva (libro primo) e dello spirito (libro secondo). Cantico spirituale (commento alle quaranta strofe del testo poetico): in quest'opera, attraverso il simbolo del matrimonio spirituale, è descritto tutto il cammino dell'uomo: dalla conversione all' unione piena con Dio, passando attraverso le purificazioni e la comunione sponsale con l'umanità di Cristo: l'Amato appassionatamente ricercato (str. 1-20), l'Amato finalmente incontrato (str. 13-21), lo Sposo (str. 22-35), ed " Hermosura " (Bellezza ineffabile) che prepara alla gloria (str. 36-40). Fiamma viva d'amore (commento alle quattro strofe del testo poetico): ha come tema la trasformazione dell'uomo in Dio " suo centro " e la partecipazione alla vita trinitaria in una sorta di anticipazione della gloria: " Non c'è da meravigliarsi - scrive G. - che Dio faccia tanto sublimi e straordinarie grazie, poiché egli stesso afferma che il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sarebbero discesi in chi lo avesse amato " (F prol. 2).

III. La dottrina mistica. Lo studio della mistica di G. risale al movimento mistico che si sviluppò in coincidenza con la proclamazione del dottorato del santo carmelitano (1926).

G. è teologo non in quanto dogmatico, ma in quanto mistico,4 e in questa veste descrive e giudica l'esperienza. Diremmo, in termini attuali, che egli è un " teologo spirituale ": guarda cioè allo sviluppo della rivelazione nella santità dei credenti.

Egli è soprattutto personalmente un mistico e un maestro che canta l'unione tra Dio e l'uomo e, intorno a questo argomento, coinvolge il lettore servendosi alla perfezione di ogni forma espressiva: poesia, simboli, espressioni tratte dalla teologia scolastica e dalla devozione popolare.

Ma egli volle parlare soprattutto della " notte mistica ", " per essere stato detto molto poco di essa ed esserne stata fatta molto poca esperienza " (1N 8,2).

Per G. l' esperienza mistica è anzitutto immediatezza con il mistero: " In questo alto stato di unione, Dio non si comunica all'anima mediante qualche copertura di visione immaginaria o somiglianza o figura, né occorre che l'abbia, ma bocca a bocca, cioè essenza pura e nuda di Dio che è la bocca di Dio in amore, con essenza pura e nuda dell'anima che è la bocca dell'anima in amore di Dio " (2S 16,9).

Questa unione si dà " nella sostanza dello spirito come nel cuore dell'anima " (F 2,9). Qui l'uomo è pura accoglienza e passività: " Lo Spirito Santo vi compie tutti gli atti e la muove ad essi " (F 1,4; cf 2S 14). L'anima deve " starsene con avvertenza amorosa in Dio, con quiete d'intelletto sebbene le sembri di non far nulla " (2S 15,5).

G. utilizza raramente la parola perfezione, preferendo invece la parola unione o " divina congiunzione e unione dell'anima con la sostanza divina " (2S 15,5).

Allo stesso modo, per definire il potere disgregante del male, parla di appetito invece che di peccato.

Egli considera in modo vivo e dinamico l'incontro tra l'uomo e Dio. Distingue, dunque, tre tipi di unione: unione per essenza, per grazia e per affetto spirituale o unión de semejanza (2S 8,3; C 11,3).

Il primo livello si pone sul piano naturale, il secondo e il terzo sono dono soprannaturale.

L'unione si dà per un intervento di Dio Padre che predestina da sempre tutto alla conformità con il Figlio (cf C 1,1): crea il mondo, l'umanità (e in essa la Chiesa) come " sposa " per il suo Verbo (cf Romanza 4). E questa sposa dev'essere da lui teneramente riportata nell'amore trinitario attraverso uno scambio di doni nuziali. Lo scambio avviene nell' Incarnazione (cf Romanza 9).

Vi è, poi, un versante umano dell'unione che avviene " per via di perfezione, a poco a poco, al passo dell'anima " (C 23,6).

L'uomo viene attratto dal desiderio di Dio e risponde spogliandosi gradualmente di tutto ciò che non è lui, " perché amare è operare spogliandosi e denudandosi per Dio da tutto ciò che non è Dio ". L'uomo impara così ad agire con un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, rimanendo vuoto di tutto per amore di Gesù Cristo; in tal modo, per giungere a gustare tutto non cerca gusto in niente, per giungere a conoscere tutto non cerca di sapere niente, ecc... (cf 1S 13).

IV. Dimensione trinitaria e cristologica dell'unione mistica. La mistica è comunione con Dio Trinità. Il Padre " qui è il principale amante " (C 31,2); lo Spirito è " agente guida e motore dell'anima " (F 3,46; C 39,3); Cristo è l'amato, lo Sposo e per amore e conformazione a lui l'uomo viene divinizzato.

Egli è fratello, compagno, maestro, prezzo e premio, amico e sposo, sempre presente lungo tutto l'itinerario spirituale: all'inizio del cammino (cf 1S 13), nel momento della grande decisione (cf 2S 7), come " unica Parola " (2S 22), nell'unione sponsale (cf C 22-23) e come hermosura definitiva. " Soltanto là dove l'amante cerca lo sguardo che s'apre dell'unico amato può aprirsi anche a lui tutta la luce di bellezza che l'amato ha suscitato nel mondo con lo sguardo dei suoi occhi ".5

Analogamente nell'uomo, al di là del senso, vi è una struttura tripartita che trova compimento nelle tre virtù teologali: " L'anima si unisce a Dio, in questa vita, per mezzo dell'intendere, del godere e dell'immaginare e non mediante qualsiasi altro senso, ma solo mediante la fede secondo l'intelletto, la speranza secondo la memoria, e l' amore secondo la volontà ".

Le virtù teologali sono il mezzo proporzionato al fine dell'unione con Dio poiché esse ci pongono in contatto con Dio in sé (cf 2S 9) e possiedono il carattere mistico della passività.

La mistica di G. è uno sguardo profondo che sfiora l'uomo, nel suo necessario riferimento a Dio " il centro dell'anima è Dio " (F 1,11), " la sua salute è solo l'amore di Dio " (C 11,11), " la sua anima vive nella persona che ama piuttosto che nel corpo che anima " (C 8,3).

E, inoltre, un discorso su Dio che precede ed abita l'uomo in forma così totale che " è incomprensibile non nella sua lontananza ma soprattutto nella sua immanenza e intimità, nella sua capacità di penetrare l'uomo per vie che nessuna creatura e nemmeno il soggetto stesso potrebbe scoprire (cf 3S 3,6) ".6

Concludendo il Cantico spirituale, il santo esclama: " O anime create per queste grandezze e ad esse chiamate, che cosa fate? In che cosa vi trattenete? Le vostre aspirazioni sono bassezze e i vostri beni miserie. O misera cecità degli occhi dell'anima vostra, poiché siete ciechi dinanzi a tanta luce e sordi dinanzi a così grandi voci, senza accorgervi che mentre andate in cerca di grandezze e di gloria rimanete miseri e vili, ignari e indegni di tanto bene " (C 39,7).

Note: 1 Fondazioni 3,17; 2 H.U. von Balthasar, Giovanni della Croce, in Id., Gloria. Una estetica teologica. Stili laicali, III, Milano 1976, 111; 3 Cf D. Alonso, La poesia di s. Giovanni della Croce, Roma 1965; 4 H.U. von Balthasar, Teologia e santità, Id., in Verbum Caro, Brescia 1975, 206; 5 Id., Giovanni della Croce..., o.c., 144; 6 F. Ruiz Salvador, Giovanni della Croce, in La Mistica, I, 567.

Bibl. Opere: San Juan de la Cruz, Obras completas, a cura di J.V. Rodriguez e F. Ruiz Salvador, Madrid 1988; Giovanni della Croce, Opere, a cura di L. Borriello, Cinisello Balsamo (MI) 1998. Studi: H.U. von Balthasar, Giovanni della Croce, in Id., Gloria. Una estetica teologica. Stili laicali, III, Milano 1976, 95-155; Crisogono de J. Sacramentado, La escuela mística carmelitana, Madrid 1930; P. Juan-Tous, s.v., in WMy, 273-275; Lucien-Marie de S.J., s.v., in DSAM VIII, 408-447; E. Pacho, S. Giovanni della Croce, mistico e teologo, in Aa.Vv., Vita cristiana ed esperienza mistica, Roma 1982, 296-330; F. Ruiz Salvador, S. Giovanni della Croce, in La Mistica I, 547-597.




Autore: A.M. Sicari
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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