Gioia


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I. La nozione. La g. è uno dei sentimenti fondamentali dell'animo umano. Si sperimenta dinanzi alla speranza, alla prossimità o al possesso di ciò che si desidera o si ama. Perché questo sentimento si produca, l'uomo deve considerare ciò che desidera come un bene per se stesso, o anche in una prospettiva più comunitaria e solidale, un bene per gli altri.

L'antropologia cristiana afferma che è Dio che ha posto nell'uomo, al momento di crearlo, la capacità di godere: cercare e sentire la g. D'altra parte, prendendo come punto di riferimento la riflessione della filosofia greca (Aristotele), la tradizione filosofico-teologica e spirituale cristiana (cf s. Agostino, Boezio, s. Tommaso d'Aquino, s. Giovanni della Croce) afferma che nell'uomo, insieme all'amore-odio, esistono altre quattro passioni o sentimenti fondamentali: g., speranza, dolore e timore.

La g. di Dio o la fruitio Dei è una delle mete fondamentali che la fede cristiana propone all'uomo non solo per l'aldilà di questa vita (escatologia), ma anche per la vita presente (cammino ascetico-mistico). Dio è il supremo bene e la ricchezza dell'uomo: per questo motivo è in lui che l'uomo deve sentire e porre la sua g. al di sopra di qualunque altro bene. La Sacra Scrittura evidenzia tale insegnamento in ripetute occasioni (cf Salmi e libri sapenziali).

Sia nell'AT che nel NT si constatano la g. e l'allegria che, in tappe e momenti distinti della storia della salvezza, provocano l'esperienza della vicinanza e dell'azione salvifica di Dio nei confronti del suo popolo. In modo particolare nel NT questo sentimento di g. è sottolineato dinanzi all'evento-Cristo, che si manifesta come Dio con noi, Regno di Dio, Messia e Salvatore.1

II. Nella vita cristiana. Per la fede cristiana, Gesù il Cristo non solo è l'oggetto supremo di ogni vera g., ma soprattutto è in se stesso causa e origine di g. piena per gli uomini (cf GS 45). La Chiesa manifesta questa fede sempre nella sua liturgia, ma in modo particolare nei tempi di Avvento, Natale e Pasqua. D'altra parte, da una prospettiva di impegno etico spirituale, anche nel NT i cristiani vengono invitati, in conseguenza della loro stessa fede, a vivere nella tensione ad essere sempre gioiosi e allegri nel Signore, in mezzo alle preoccupazioni e agli affanni della vita (cf Fil 4,4-7). Si tratta di un impegno personale perché, di fatto, l'esperienza reale ci mostra che l'uomo, a causa della sua attuale condizione di peccatore, non solo non considera Dio come la fonte suprema di ogni vera g. e bene per se stesso, ma soprattutto, dimentico di Dio, tende a porre il suo cuore e la sua g. in altri beni creati (cf la parabola del seminatore). Per questo motivo, mistici come Giovanni della Croce insistono sulla necessità di purificare il cuore da qualsiasi altra g. che possa allontare l'uomo dal mantenere pura la propria g. in Dio.2 Al contrario di ciò che potrebbe apparire da una prospettiva puramente umana, g. e rinuncia evangelica, lungi dall'essere realtà inconciliabili alla luce del Vangelo, sono tra loro complementari (cf Mt 5,11-12; 13,20-21; Gv 16,20-22; 1 Pt 1,6-9; 4,12-14). Si deve, inoltre, affermare che non solo c'è una g. umana di Dio, che nasce dalla negazione di tutte le cose e di se stessi per Dio e per il Vangelo, ma anche che la g. suprema per il cristiano nasce come conseguenza dall'aver meritato di poter partecipare pienamente con Cristo alla sua morte (ad es. dal martirio fisico alla morte mistica) per essere con lui glorificato. Nel primo caso, l'esperienza di g. può accompagnarsi a quella della rinuncia, negazione e sofferenza con Cristo per il Vangelo.3 Nel secondo caso, il sentimento di g. suole essere solo posteriore a quello dell'angustia della tribolazione e morte interiore.4 Tutto questo può e deve intendersi non solo in un senso individuale e personale, ma anche comunitario ed ecclesiale.5 Alla luce di quanto detto, si può comprendere perché, per la fede cristiana, la g. sia qualcosa di più di un puro sentimento umano interiore, sensibile. La g. è, come dirà s. Paolo, una delle caratteristiche fondamentali (frutti) dell' uomo spirituale: di quell'uomo che è rinato da Dio per la forza dello Spirito (cf Gal 5,22-26).

Note: 1 Cf i Vangeli dell'infanzia e i racconti delle apparizioni del Risorto; a parte altri riferimenti alla vita della comunità primitiva in altri testi non evangelici del NT; 2 Cf Salita del Monte Carmelo; 3 Cf Fioretti di s. Francesco, VIII: come s. Francesco insegnò a frate Leone la perfetta letizia; 4 Cf Giovanni della Croce, Notte oscura e Cantico spirituale; 5 Cf la testimonianza delle lettere paoline e GS 1.

Bibl. P. Agaësse, Abnégation et joie, in Chr 9 (1956), 81-92; H.U. von Balthasar, La joie et la croix, in Con 39 (1968), 77-87; E. Beyreuther - G. Finkenrath, s.v., in DCT, 772-783, L. Borriello, La joie de vivre en chrétien, in Carmel, 44 (1986), 271-283; F. Bussini, s.v. in DSAM VIII, 1236-1256; J.M. Cabodevilla, E ancora possibile l'allegria?, Modena 1962; J. Galot, Il cristiano e la gioia, Roma 1986; Paolo VI, Esortazione apostolica " Gaudete in Domino " del 9 maggio 1975; J.M. Perrin, Il messaggio della gioia, Roma 1955; G.G. Pesenti, s.v., in Dizionario di Spiritualità dei laici, I, Milano 1981, 313-316; Tommaso d'Aquino, STh I-II, qq. 25-34; H. Volk, s.v., in DTI, 715-722.




Autore: J.D. Gaitan
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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