Gelosia


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I. Il termine g. deriva dal greco zelos e ne ricopre in parte l'area semantica, ma con una accentuazione negativa, che è venuta affermandosi sempre più, soprattutto nel linguaggio comune, fino a separare del tutto il termine g. dal suo etimo " zelo " che conserva ancora il significato originario positivo o almeno neutrale di " dedizione totale ed appassionata ad una causa o a una persona ".

In tale suo originario significato positivo, il termine " zelo-gelosia " è usato nell'AT per designare l'intransigenza dello jahvismo più fervente, come nel caso di Elia che arde " di zelo per il Signore degli eserciti " (1 Re 19,10) o dei Maccabei che hanno zelo per la legge e vogliono difendere, anche con le armi, l' alleanza (cf 1Mc 2,27; 2,54; 2,58) o del salmista che è divorato dallo zelo per la casa del Signore (cf Sal 68,10).

Ma, con arditi antropomorfismi, la g. è attribuita a Dio stesso, sia per motivarne l' ira e i castighi inflitti al popolo per la sua infedeltà all'alleanza (cf Sal 79,5; Ez 23,25; Zc 1,14), sia per proclamare che la fedeltà del suo amore è superiore a tutte le infedeltà di Israele e preannunciare le meraviglie del suo futuro intervento restauratore e salvifico (cf Is 9,6; 37,32; 59,17; Gl 2,18).

Ma nel NT il termine assume già un significato negativo: s. Giacomo parla ripetutamente di " g. amara " e di " spirito di contesa " (cf Gc 3,14; 3,16).

Nel linguaggio corrente il termine indica oggi l'inquietudine amara ed aggressiva che nasce dal desiderio di un possesso esclusivo (che si teme continuamente minacciato) della persona amata.

E il contrassegno infallibile del carattere possessivo di quella forma di amore cui filosofi e teologi hanno dato spesso il nome di amor concupiscentiae.

Ma s. Tommaso, che conserva, accanto al significato moralmente negativo, quello positivo della tradizione veterotestamentaria, vede nella g. un effetto della " tensione dell'amore " verso il suo oggetto, che porta a respingere con forza tutto ciò che a tale amore ripugna.1 Ma ciò si verifica - così l'Aquinate - in modo diverso nell'amore di concupiscenza e in quello di amicizia: nel primo tale tensione diventa repellenza e aggressività rivolta contro tutto ciò che minaccia la quieta fruizione di ciò che si ama (e questo sarebbe lo zelo dell'invidia), nel secondo, la tensione dell'amore muove l'amante contro tutto ciò che minaccia il bene dell'amico.2

II. Natura della g. Potremmo dire, perciò, che la possibile negatività etica della g. non sta nell'eccesso dell'amore ma, caso mai, in un difetto della sua qualità umana, cioè nel suo carattere narcisistico e possessivo, quindi nella sua fondamentale immaturità e inautenticità.

Naturalmente ci sono beni che di loro natura escludono la possibilità di una g. di cattiva qualità morale: sono i beni (come la conoscenza della verità o il possesso di buone qualità morali) che possono essere condivisi e fruiti in modo pieno, senza diminuzione per nessuno. Di questo genere è naturalmente il bene inesauribile per eccellenza, Dio. L' amore e la fruizione di Dio escludono, purché autentici, qualsiasi possibilità di gelosa difesa, di risentimento o di invidia.

Ma anche in questo caso si può ancora parlare di una certa g. " oggettiva ", specifica dell'amore di Dio, legata al carattere estremamente esigente di questo amore, che esclude qualsiasi contaminazione con altre forme di amore che vogliano porsi sullo stesso suo piano, facendogli in qualche modo concorrenza: la volontà umana può avere un solo fine ultimo, ogni altro fine può essere amato e perseguito solo in vista di questo e la rinuncia a tutto ciò che, in qualche modo, dice incompossibilità e inconciliabilità con questo fine è la prova dell'autenticità dell'amore con cui lo si persegue: questo diventa particolarmente visibile quando esso sfocia, per dono divino, nell' esperienza mistica.

Al contrario, come l' invidia, in cui finisce inevitabilmente per sfociare, la g. di cattiva qualità morale, perché nata da un amore di cattiva qualità umana, turba la convivenza umana ed è spesso fonte di dolorosi rancori e di forme più o meno gravi di intolleranza, di sospetto e di aggressività.

Le virtù che si oppongono a questa cattiva g. sono la magnanimità e la longanimità, cioè la larghezza di mente e di cuore che supera la sete del possesso esclusivo e la piccineria dell'intolleranza. Naturalmente, la conquista di queste virtù presuppone una crescita nell'amore vero e maturo che, al suo culmine, abbraccia in Dio e ama ogni fratello, senza paura di perdere, condividendo, ciò che da Dio e in Dio riceve con smisurata larghezza.

Per questo motivo, esse sono uno dei frutti di quello Spirito che infonde nei cuori dei credenti la carità soprannaturale. E questa che rende l'uomo capace di un attaccamento appassionato al Dio geloso, che desidera che i suoi figli godano solo di lui già qui ed ora.

Note: 1 STh I-II, q. 28, a. 4; 2 Ibid.

Bibl. P. Adnès, s.v., in DSAM VIII, 69-78; G. Delpierre, La gelosia, Roma 1950; D. Lagache, La jalousie amoureuse, psychologie et psychanalise, II, Paris 1947; N. Lamare, La jalousie passionelle, Genève-Paris 1967; S. Naesgaard, Nature et origine de la jalousie, in Psyché, 32 (1949), 513-528; G.G. Pesenti, s.v., in DES II, 1072-1073.




Autore: G. Gatti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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