Generi letterari


Sono i diversi modi di presentare il pensiero sotto le molteplici forme letterarie. Ogni stilistica descrive le note, presenta le norme che presiedono alla composizione e alla interpretazione dei molteplici generi esistenti in letteratura Con la forma è interessato in essi lo stesso scopo, lo stesso pensiero dello scrittore. «La forma sarà caratterizzata dall'uso di un certo vocabolario o di un certo stile (pensate ad un trattato di medicina, di astronomia e ad uno scritto polemico, a un'apologia); si scriverà in versi o in prosa (ad es. un'ode, una lirica e una novella, un romanzo); si userà, un linguaggio diretto o figurato; e in quest'ultimo caso, saranno possibili procedimenti molteplici: la parabola, l'allegoria, la favola ecc. Appare subito evidente che la scelta della forma impegna già il fondo che le è strettamente legato. L'autore sceglierà questo o quel genere di narrazione, secondo lo scopo che persegue, secondo le capacità, il gusto del pubblico cui si rivolge. Secondo che egli vuole istruire, convincere, distrarre, egli sceglierà l'esposizione didattica, la discussione apologetica, o la novella e il romanzo.

Ora evidentemente una tale scelta domina tutto il lavoro dello scrittore e svela a noi l'oggetto formale del libro; il grado di affermazione con cui propone le varie parti; se ha o no l'intenzione di proporci il suo pensiero come insegnamento veridico. Il genere letterario di un'opera è dunque come la chiave che gli dà la tonalità e ce ne schiude l'intelligenza». (P. Benoit). È evidente dunque che fissare il genere o i g.l. (che nulla impedisce all'autore di adoperarne diversi per ciascun libro) è il presupposto necessario per una retta esegesi. Ciò vale anche per i Libri Sacri. Superata ormai ogni confusione tra ispirazione e rivelazione; riconosciuto definitiva mente l'apporto pieno della personalità dell'agiografo nella composizione integra del libro, fluisce naturalmente che lo scrittore sacro ha potuto scegliere quello dei g.l. in uso al tempo, che ha ritenuto più confacente al suo scopo. Già fin dall'antichità, vari g.l. furono riconosciuti nelle parti didattiche e profetiche della Bibbia. Nella poesia troviamo salmi e inni; la lamentazione (qinah): Am. 5,2; Ez. 19, 1-14; Lam. 1.2.4; l'epitalamio: Ps. 45 (44); cf. Cant.; negli scritti didattici: il masal o sentenza, detto sapienziale (cf. Prov.); l'enigma (hidah): Iudc. 14, 12-18; Eccli. 25, 10; Prov 6, 16-19; 30, 15-31; la favola: Iudc. 9, 8; la parabola: 2Sam 12, 1-4; Is. 5, 1-5; le parabole negli Evangeli. Nello stesso genere profetico: azione e visione simboliche cf. specialmente Ez.; Dan.; Zach.; metafore ardite: Ez. 32; Mt. 24, 29 ss.; Ap. (v).

Delicata invece si presenta la determinazione dei g.l. quando si tratta di narrazione storica; in ciò consisteva l'essenza della questione biblica, v. Ispirazione. La loro esistenza, infatti, prospettata dal genio del P.M.J. Lagrange fin dal 1896 e ss. in vari articoli della Revue Biblique, è anch'essa fuori discussione, come la conoscenza sempre più progredita delle letterature degli antichi Semiti conferma ogni giorno di più. In realtà, gli scritti che si presentano come narrazione storica possono essere classificati in categorie multiple secondo il legame più o meno stretto che essi comportano con la verità storica propriamente detta.

La forma narrativa storica può essere semplice veste letteraria per un insegnamento dottrinale (v. Giona); può abbracciare storia e finzione o abbellimento artistico (v. Tobia; Ester; Giuditta). E anche quando si tratta di narrazione storica in senso stretto, bisogna considerare il particolare modo di comporre, in uso tra i Semiti: i fatti sono storici, ma non sono riferiti con l'accuratezza scientifica dei dettagli, richiesta dai moderni. Per gli antichi la storia era un'arte, mentre per i moderni è soprattutto una scienza. Così ad es. nelle genealogie i Semiti si permettono di trascurare degli anelli intermedi, limitandosi talvolta ai nomi più notevoli; nei discorsi diretti danno con fedeltà le idee, mentre l'espressione e la forma è curata da essi; raccolgono quanto è stato scritto su un personaggio o su un evento, ponendo l'uno accanto all'altro i vari documenti senza farne esplicita menzione (v. Citazioni implicite).

Il compito della critica o dell'esegesi, soprattutto, nel Vecchio Testamento, consiste precisamente, con la prudenza e il tatto necessari, a scoprire e a fissare i g. l. scelti dal tale autore, nel tale brano, e a determinare il grado di storicità.

È da tener presente che la storiografia israelitica ha un posto a parte e supera di gran lunga tutte quelle degli antichi Semiti, come riconoscono esimi storici ed archeologi acattolici (E. Meyer; R. Kittel; W. F. Albright: The Arch. of Palest., 1932, p. 128; C. Gordon ecc.). Le si può in qualche modo avvicinare la storiografia degli Hittiti (cf. gli Annali di Mursilis II, ca. 1353-1325; l'Apologia di Hattusil, ca. 1295-1260; A. Bea, in Biblica 25 [1944] 250-53). La ragione profonda di tale superiorità è nel fatto unico tra tutte le religioni dell'Antico Oriente, che il Iahwismo è una religione storica (A. Robert, in DBs, IV, col. 23); le verità religiose, insegnate nella Bibbia, si concretano in eventi che ne rapo presentano come le basi solide. E si tratta di dogmi fondamentali della dottrina cristiana, come quelli ad es. contenuti nei primi cc. della Gen.

Nel 1905 la Pontificia Commissione Biblica (EB, n. 161) pur ammettendo il principio dei g. l., si mostra molto riservata; alla formulazione geniale del Lagrange, infatti, non erano sempre seguite applicazioni altrettanto felici e positivamente fondate; mentre il modernismo parlava espressamente di miti, di errori nella Bibbia, ed arrivava alla negazione del soprannaturale, al rigetto della Chiesa.

La Commissione raccomandava grande moderazione nell'applicazione dei principi suddetti, esigendo per ciascun caso argomenti solidi e completa sottomissione alle decisioni della Chiesa.

Cercare questi argomenti con serietà scientifica integrale, sempre docili alle decisioni, alle direttive del Magistero autentico, è stato il compito degli esegeti cattolici in questi ultimi 40 anni. Compito sancito dall'autorità suprema nell'Enciclica Divino Afflante Spiritu (1943): «Quel che hanno voluto significare con le loro parole quegli antichi non va determinato soltanto con le leggi della grammatica o della filologia o arguito dal contesto: l'interprete deve inoltre quasi tornare con la mente a quei remoti secoli dell'Oriente e con l'appoggio della storia, dell'archeologia, dell'etnologia e di altre scienze, nettamente discernere quali g. l. abbiano voluto adoperare gli scrittori di quella remota età. Infatti gli antichi Orientali per esprimere i loro concetti non sempre usarono quelle forme o generi di dire, che usiamo noi oggi; ma piuttosto quelle ch'erano in uso tra le persone dei loro tempi e dei loro paesi.

A niuno infatti che abbia un giusto concetto dell'ispirazione biblica, farà meraviglia che anche negli autori sacri, come in tutti gli antichi, si trovino certe maniere di esporre e di narrare, certi idiotismi, propri specialmente delle lingue semitiche, certi modi iperbolici od approssimativi, talora anzi paradossali, che servono a meglio stampare nella mente ciò che si vuol dire.

Delle maniere di parlare di cui presso gli antichi, specialmente orientali, serviva si l'umano linguaggio per esprimere il pensiero della mente, nessuna va esclusa dai libri sacri, a condizione però che il genere di parlare adottato non ripugni affatto alla santità di Dio, né alla verità delle cose» (EH, n. 558 s.).

Alcuni risultati appaiono ormai acquisiti; così per i libri sopra enumerati: Ion., Tob., Esth., Iudt. Tutte le difficoltà sollevate contro l'inerranza biblica per i particolari inesatti che la critica storica rilevava nelle narrazioni di tali libri, svaniscono affatto con la retta definizione del loro genere letterario (v. Ispirazione).

Non si è arrivati invece ad una conclusione certa per la valutazione critico-esegetica dei primi 11 cc. della Genesi. Al riguardo ecco quanto precisa l'Encic. Humani Generis (1950): «Come nelle scienze biologiche ed antropologiche, così pure in quelle storiche vi sono coloro che audacemente oltrepassano i limiti e le cautele stabilite dalla Chiesa. In un modo particolare si deve deplorare un certo sistema d'interpretazione troppo libera dei libri storici del Vecchio Testamento; e i fautori di questo sistema, per difendere le loro idee, a torto si riferiscono alla Lettera che non molto tempo fa è stata inviata all'Arcivescovo di Parigi dalla Pontificia Commissione per gli Studi Biblici (16 gennaio 1948). Questa Lettera infatti fa notare che gli undici primi cc. della Genesi benché propriamente parlando non concordino con il metodo storico usato dai migliori autori greci e latini o dai competenti del nostro tempo, tuttavia essi appartengono al genere storico in un vero senso, ma che però deve essere maggiormente studiato e determinato dagli esegeti; i medesimi capitoli - fa ,notare ancora la Lettera - con parlare semplice e metaforico, adatto alla mentalità di un popolo poco civile, riferiscono sia le principali verità che sono fondamentali per la nostra salvezza, sia anche una narrazione popolare dell'origine del genere umano e del popolo eletto.

Se qualche cosa gli antichi agiografi hanno preso da narrazioni popolari (ciò che può essere concesso), non bisogna mai dimenticare che essi hanno fatto questo con l'aiuto dell'ispirazione divina, che nella scelta e nella valutazione di quei documenti li ha premuniti da ogni errore. Quindi le narrazioni popolari inserite nelle S. Scritture non possono affatto essere poste sullo stesso piano delle mitologie o simili, le quali sono frutto più di un'accesa fantasia che di quell'amore alla verità e alla semplicità che risalta talmente nei Libri Sacri, anche del Vecchio Testamento, da dover affermare che i nostri agiografi sono palesemente superiori agli antichi scrittori profani» (EB, n. 618):

Nella v. Genesi è offerta la posizione esegetica meglio rispondente a tali direttive. E molto discutibile rimane infine la formulazione di "epopea religiosa", di "opera teologica" per il libro delle "Cronache" (I-II Par.), specialmente quando si riconosce che i libri Esd.-Neh. sono dello stesso autore, fan parte di una stessa opera, e appartengono al genere storico, strettamente detto. In realtà, quanti propongono per Par. il genere suddetto, vi sono costretti dalla loro adesione allo schema di composizione letteraria del Pentateuco; se Par. è del genere strettamente storico vengono a cadere gli argomenti addotti per rimandare a dopo l'esilio la legislazione sacerdotale (H. Cazelles, in Biblica 35 [1954] 290).

Ma in critica storica è soltanto una contraddizione ammettere l'eccellenza delle fonti su cui l'autore poggia il suo racconto, per concludere alla non attendibilità, alla non verità di quanto l'autore asserisce (v. Paralipomeni).

Come rilevava l'Encicl. Divino Afllante Spiritu verso la fine, in molti punti la discussione perdura; il progresso degli studi che ha già condotto a felici e definitive soluzioni di problemi fino a qualche decennio dibattuti e rimasti insoluti, spinge a proseguire con intensità, nel lavoro così coraggiosamente intrapreso.
[F. S.]

BIBL. - P. VINCENT, La théorie des Genres littéraires, Parigi 1934; Encicl. Divino afflante Spiritu, in AAS, 35 (1943) 297-326; Lettera della Pont. Comm. Biblica al Card. Suhard, in AAS, 40 (1948) 45-58; Encicl. Humani generis, in AAS. 42 (1950) 5,75-77: L. DE WITTE, L'enc. Div. Af. Sp. et les genre. littéraires, in Collectanea Mechliniensia, II (1940-44) 375- 88: J. LEVIE, in NRTh. 68 (1946) 785-89; E. GALBIATI, I generi letterari secondo il P. Lagrange e la "Div. Al. Sp.", in SC, 75 (1947) 177-86. 282-92; P. SYNAVE-P. BENOIT, La prophétie (S. Thomas, Somme Théol.). Parigi 1947, pp. 366-71; A. ROBERT-A. TRICOT, Initiation biblique, 2a ed., ivi 1948, pp. 24-27. 255-334; TEOFILO DE ORBISO, La exégesis biblica coadyuvada por el estudio de las formas literarias de la antiguedad, in EstB, 8 (1949) 185-211. 309-325; A. ROBERT, in DBs, V, coll. 405-421; G. M. PERRELLA, Introduzione generale alla S. Bibbia, 2a ed., Roma 1952, p. 92 ss.; L. ARNALDICH. Historicidad de Los once primeros capitulos del Génesis, segun Los ultimos documentos ecclesiasticos (XII Semana Bibl. espanola: La enc. Humani Generio y otros estudios), Madrid 1952, pp. 145-83; D. FRANGIPANE, in Il Libro Sacro, I, Introduzione Generale (F. SPADAFORA-A. ROMEO). Padova 1958, pp. 291-308; Los géneros literarios de la Sagrada Escritura (Obra en colaboraciòn de varios especialistas), Barcelona 1957.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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