Galati (Lettera ai)


Col termine amministrativo romano potevano esser denominati G. anche gli abitanti della Pisidia, della Licaonia (Iconio, Derbe, Listri), evangelizzati da Paolo nel primo suo viaggio missionario (a. 45 circa; At. 13-14) e visitati all'inizio del secondo (At. 16, 1-5). E alcuni han pensato si trattasse appunto di loro in questa lettera. Ma Paolo ben distingue, secondo l'uso del tempo, le singole regioni; e mai avrebbe chiamato «o insensati Galati» (Gal. 3, l) i Licaoni, e i Pisidici; né avrebbe detto scrivendo a questi cristiani che nulla era stato imposto ai Gentili dal Concilio di Gerusalemme (Gal. 2, 6), quando egli aveva loro già trasmesso il decreto con le raccomandazioni circa l'astensione dei «soffocati» ecc. (At. 16, 4); né infine poteva loro scrivere che li aveva evangelizzati, quasi incidentalmente, essendo stato costretto a fermarsi da loro per un attacco di una sua malattia (Gal. 4, 13), quando si sanno dagli Atti le circostanze ben chiare che determinarono e accompagnarono la sua prima missione.
I G. sono dunque gli abitanti della Galazia, propriamente detta, o Galazia del nord. S. Paolo vi pervenne nel suo secondo viaggio (50 circa); l'attraversò con Sila e con Timoteo; costretto a fermarvisi per ragioni di salute, vi predicò l'Evangelo (At. 16, 6; Gal. 4, 13). I G. gli usarono ogni sorta di affettuose attenzioni (Gal. 4, 14 s.); e il frutto fu davvero copioso, dato l'entusiasmo con cui accolsero il Cristianesimo (Gal. 5, 7).
All'inizio del terzo viaggio missionario (53 circa), l'Apostolo, come abitualmente faceva, ripassa a visitare la comunità da lui fondata (At. 18, 23), e deve purtroppo constatare con amara sorpresa che, con entusiasmo forse eguale, i convertiti si eran lasciati abbindolare dai fanatici giudeo-cristiani, abbracciando le pratiche del giudaismo, quasi necessarie alla salvezza, e prestando orecchio alle calunnie Contro di lui, che tali fanatici oppositori dell'Apostolo avevano diffuso tra loro. Arrivato ad Efeso (53-54; cf. Gal. 1, 6), s. Paolo scrive loro, confutando energicamente, ad uno a uno, le accuse e gli errori dei giudaizzanti; è un'apologia principalmente dottrinale, cui si associa strettamente connessa la propria personale.
Contenuto. In realtà si tratta del primo grave problema che il Cristianesimo delle origini risolse non senza discussioni, passioni e lotta non breve: il rapporto tra la Nuova e l'Antica Economia; tra l'Evangelo e la Legge.

S. Paolo persegue uno scopo pratico: tenere lontani i G. da questo nuovo evangelo, proposto loro da cristiani, giudei di origine, che sarebbe piuttosto l'abbandono dell'unico e vero evangelo per passare sotto al giogo delle osservanze giudaiche. E non c'è lettera dell'Apostolo dominata fin nei dettagli dallo scopo inteso, come la presente. Se talvolta sembra interrompere il filo dell'argomentazione, è per trasfondere in essa qualcosa del calore di cui il suo animo è pieno. Non si propone soltanto di istruire, di esporre, ma di convincere; e convincere i G. di un punto preciso, importante e decisivo; non rinunziare alla fede nel Cristo e alla libertà cristiana, perché accettare il giogo della Legge sarebbe rinunziare alla grazia e alla salvezza nel Cristo.
La lettera ha inizio, come sempre, con un saluto, ridotto al minimo necessario, ma che propone immediatamente la redenzione dal peccato, come opera esclusiva di Gesù (1, 1- 5).

L'esposizione (1, 6-9) parte dalle circostanze: si vuole che i G. sostituiscano l'Evangelo, con una caricatura falsata di esso. Anatema a chi predica una simile contraffazione, contraria alla dottrina trasmessa dall'Apostolo.

Questi dimostra: 1° che l'evangelo da lui predicato è l'evangelo autentico; 2° che sarebbe insensato aggiungervi la pratica della Legge; 3° che esso è la fonte delle virtù. I primi due punti costituiscono la parte cosiddetta speculativa (1, 10-5, 12); essa comprende un'esposizione storica (1, 10-2, 21) e dei ragionamenti (3, l-5, 12). Paolo afferma solennemente la sua qualità di Apostolo, conferita gli direttamente da Dio (1, 11-24). La sua predicazione diretta ai Gentili, trascurando affatto la Legge, è conforme assolutamente all'evangelo degli Apostoli; lo prova eloquentemente la soluzione da essi data alla questione sorta ad Antiochia e portata dinanzi a loro, a Gerusalemme, proprio da Paolo e da Barnaba (At. 15; Gal. 2, 1-10) e la condotta di Pietro, il capo degli Apostoli, ad Antiochia. Egli accoglie volentieri l'invito dei Gentili convertiti, e pranza con loro, dando l'esempio di non tener più in conto le prescrizioni della Legge giudaica; e quando tenta sottrarsi a tali inviti, in seguito alle proteste vivaci dei "falsi fratelli" venuti a spiarne la condotta da Gerusalemme, Paolo interviene per ripetere solennemente a tutti i fedeli convenuti che non si può più in pratica ritornare a "vivificare", quanto è stato già solennemente dichiarato "morto e sepolto", cioè le prescrizioni della Legge (2, 11-21). «Se per la salvezza infatti è necessaria la Legge, allora il Cristo sarebbe morto per nulla». Incomincia quindi la risposta contro gli argomenti, per dir così, dommatici messi innanzi dai giudeo-cristiani (3-5, 12).

Era stato detto: il cristianesimo, nuova Economia, doveva continuare l'antica, ma non l'abrogava. Anzi, per poter partecipare alle benedizioni fatte ad Abramo, e ora realizzate dal Cristo, era necessario divenire prima discendenza d'Abramo, membro del popolo eletto, mediante la circoncisione ecc.

L'Apostolo incomincia veementemente richiamando ai G. la loro medesima esperienza. Essi con la conversione e il battesimo, avevano ricevuto in pieno la vita cristiana, i beni messianici, i doni dello Spirito Santo, con manifestazioni anche esterne, senza che conoscessero la Legge; evidentemente dunque tutto aveva operato in loro, la fede, cioè la piena adesione alla dottrina di Gesù, predicata da Paolo, e accettata e praticata dai G. (3, 1-5).

In realtà, la stessa alleanza (v.) di Dio con Abramo prescindeva dalle opere prescritte poi al Sinai, e sull'osservanza delle quali quei giudeo-cristiani insistevano. La salvezza è promessa ad Abramo, prima della medesima circoncisione, ed è solo premio della sua fede, del suo totale abbandono alla voce di Dio (Gen. 15, 6; 12, 3); la stessa condizione vale per i suoi discendenti, cui si estendeva la promessa (Gal 3, 6-9). La Legge del Sinai (o alleanza di Dio con la nazione, tramite Mosè), con il cumulo delle sue prescrizioni, non intaccava il principio suddetto della fede come mezzo per la salvezza; quelle prescrizioni, infatti, con le sanzioni che le accompagnavano, e con la facilità con cui erano violate costituivano piuttosto un'occasione continua di trasgressioni e pertanto di punizioni da parte di Dio. Il Cristo Gesù assunse su di sé il peso di tutte queste trasgressioni, liberandoci assolutamente dalle prescrizioni della Legge, morendo sulla Croce (3, 10-14).

In realtà, il posteriore patto del Sinai non poteva rendere inoperante ed evacuare l'alleanza di Dio con Abramo; esso aveva un carattere del tutto transitorio, rispondente cioè alle particolari circostanze allora createsi; esso era destinato a guidare la nazione verso il Cristo ("pedagogo a Cristo").

Quindi si comprendono, per quel tempo, le prescrizioni che isolavano Israele dai Gentili, per preservarlo dal pericolo dell'idolatria. Ormai, venuto il Cristo, e convertiti gli stessi Gentili al suo Evangelo, ogni distinzione e separazione non soltanto è abolita, quanto è incompatibile col principio della carità, e con la realtà della nostra incorporazione al Cristo. Basta aderire al Cristo, per essere discendenti di Abramo ed eredi dei beni a lui promessi (3, 15-29).

Siano dunque gelosi della libertà acquistata dal sangue di Gesù, e loro donata col battesimo; fedeli alla voce dello Spirito Santo che abita in loro; gli conservino l'affetto così tenero, dimostrato gli al tempo del loro primo incontro. Oramai, perché volgere gli occhi ad un'istituzione rigettata da Dio? Tale infatti è la Legge, cui fanaticamente si attacca la Sinagoga; lo si può dedurre dalla stessa S. Scrittura. Alle identiche condizioni, che quaggiù si verifichino tra gli uomini, identica è la reazione da parte di Dio, il quale è immutabile. Ora la situazione creatasi tra la Chiesa (la libera), e la Sinagoga (la schiava), è identica a quella che si ebbe tra Sara e Agar (la schiava): Ismaele, il figlio della schiava, pretendeva aver parte all'eredità, alle promesse di Abramo, e disturbava Isacco, figlio di Sara. Ebbene, Iddio intervenne e ordinò ad Abramo: «Scaccia via la schiava e il suo figlio; il figlio della schiava non sarà erede insieme al figlio della libera». Allo stesso modo, dunque, Dio ha escluso la Sinagoga e i seguaci della Legge, che perseguitano la Chiesa nascente, dall'eredità di Abramo, cioè dalla salvezza; solo la Gerusalemme celeste, con i suoi figli, i battezzati, è erede della salvezza (c. 4).

L'Apostolo trae le conclusioni da quanto esposto finora, aggiungendo qualche altra fervida considerazione (5, 1-12).

Nella parte morale (5, 13-6, 10), espone le conseguenze pratiche: tenersi lontano dai perturbatori; guardarsi dalla licenza, far trionfare lo spirito sulla carne, fuggire soprattutto i peccati contro l'umiltà e la carità; essere generosi verso quanti li istruiscono nella fede. Nell'epilogo (6, 11-18), scritto con grossi caratteri, dallo stesso Paolo, è ripreso energicamente il motivo della lettera con un attestato commovente dell'amore che l'Apostolo porta alla Croce di Gesù.

La dottrina qui abbozzata circa i rapporti tra l'antica e la nuova Alleanza, tra l'Evangelo e la Legge, verrà ripresa e sviluppata nella lettera ai Romani (v.).
[F. S.]

BIBL. - M. J. LAGRANGE, L'Ep. aux Galates. 3a ed., Parigi 1933: F. AMIOT, nella coll. Verbum Salutis, ivi 1946: D. Buzy, Ep. aux Galates (La Ste Bible, ed. L. Pirot, 11). ivi 1948: V. IACONO. Le Ep. di S. Paolo (La S. Bibbia). Torino 1951. pp. 511-81; P. BONNARD. L'ép. aux Gal. (Comm. du N. T., IX), Neuchàtel 1953, pp. 1-132.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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