Francesco di Assisi (Santo)


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I. La vita. Giovanni di Pietro Bernardone, che il padre vuole subito chiamare Francesco, nasce ad Assisi nel 1181.

F. ha diciotto o diciannove anni quando Assisi soffre la guerra civile (1199-1200) durante la quale, molto probabilmente, il santo si schiera con i minori contro la nobiltà in gran parte rifugiata a Perugia. Poco più che ventenne, la guerra tra Perugia ed Assisi lo vede combattente, con i suoi sconfitto a Collestrada e prigioniero a Perugia. In carcere per un anno, e poi liberato perché malato di una malattia che si protrae fino al 1204, F. approfondisce il rapporto figlio-madre. Ritornato ad Assisi, inizia un processo di conversione che la lunga malattia ha favorito.

L'anno seguente, nel 1205, F. partecipa, per l'ultima volta, con gli amici a quelle feste così a lui care nella prima giovinezza. Quest'ultima festa vede F. con loro, ma arriva il momento in cui gli amici lo sentono assente mentre guarda il cielo: " A che pensi F., a prendere moglie? " " Sì - risponde - ed è la donna più bella del mondo ". Il Dio della povertà, il Dio del dono infinito, il Dio dello svuotarsi per amore lo sta incantando. Poco dopo avviene l'incontro con un lebbroso nella piana di S. Maria degli Angeli. E lui, vincendo il ribrezzo di sempre, avvicina il cavallo al malato, gli mette in mano un'elemosina e lo bacia sul viso.

Quel moto impulsivo di Dio nella sua anima si fa più esplicito in San Damiano. Mentre guarda il volto del Crocifisso glorioso e sanguinante, ode queste parole: " Va' F., ripara la mia casa che va in rovina " e lui subito risponde: " Volentieri ". Ha inizio da quel momento il conflitto con il padre.

F. diffidato, quasi posto agli arresti familiari, citato in giudizio davanti alle autorità comunali, si appella al giudizio religioso davanti al vescovo, dichiarandosi ormai uomo dedito a Dio: nel clamore e nel silenzio di quella riunione, rinuncia all'eredità paterna e rende al padre anche i vestiti che indossa; ergendosi regalmente nel suo cammino interiore, esclama: " Ora posso dire davvero ’Padre nostro che sei nei cieli' ".

Appena rivestito dalla pietà del vescovo, vaga nella solitudine che non è senza meta, soffrendo il freddo di quell'inverno: ora è ascoltato mentre canta tra la neve da alcuni briganti che gli chiedono il perché del suo esprimersi e si sentono rispondere: " Io sono l'araldo del gran re ". E, irridendolo, lo gettano nella fossa di neve dicendogli: " Giaci costì, villano, pensa alle tue bestie, futuro pastor gregis ". Soffre in quell'inverno fame e freddo, sguattero in un monastero. A Gubbio, dall'amico Spadalonga riceve abito e alloggio e si allena assistendo i lebbrosi.

Con l'estate, il suo rientro ad Assisi, ormai in abito di eremita è l'inizio di quel restauro che Cristo gli ha chiesto: restaura San Damiano, elemosinando pietre in città, predicendo in quel luogo la vita delle povere donne seguaci di Chiara; restaura San Pietro; restaura la Porziuncola, e proprio qui ormai nel 1208, un anno e mezzo dopo circa, ascoltando nella festa di S. Mattia il Vangelo del giorno, vede, interiormente, con dono d'intelletto, che si tratta di quella vita che Dio gli sta facendo intuire: decide di vestirsi di una tonaca rozza da contadino, di avere come cintura una fune, di camminare a piedi nudi, andando così ad annunciare la penitenza.

Poche settimane dopo, in quel 1208, un amico del cuore, dotto e ricco, Bernardo di Quintavalle, lo invita a casa e gli offre cena e letto. Ascoltandolo durante quella notte dire senza tregua e gemendo: " Iddio mio! Iddio mio! ", al mattino dichiara a F. di voler condividere la sua vita. E anche l'altro autorevole amico Pietro Cattani decide come Bernardo di lasciare tutto per trovare tutto, come sta facendo F. C'è quell'immediatezza della forza d'amore che si apre in un destino di fraternità. Si chiama vocazione ed è cammino ascetico e mistico dove Dio, rivelandosi, attira a sé, come faceva con Cristo quando " pernottava nella preghiera al Padre ". In tre si rifugiano alla Porziuncola intorno alla chiesina restaurata, poi, aggiungendo per lui una capanna di frasche, accolgono il semplice Egidio 1 colui che poi, grande contemplativo, illuminerà il mondo con i suoi Detti. Sono appena in quattro e già li aspetta il mondo. E la prima missione. Arriva l'estate. Filippo Longo e altri due si aggiungono. Con il tardo autunno la seconda missione a Poggio Bustone.

Si aggiunge a loro Angelo, il cavaliere. Sono ora in otto e, partendo da quella intimità quaresimale, sempre a due a due, vanno in missione con F. nelle quattro direzioni del mondo.

Ritornando all'inizio dell'anno seguente alla Porziuncola, F. riceve altri quattro fratelli ed, essendo ormai dodici, decide di proporre al papa per l'approvazione la sua nuova forma di vita: orante, penitente e itinerante, cioè povera e piena di Dio, obbediente al mandato di restauro avuto da Cristo. F. scrive una breve Regola e con i suoi va da Innocenzo III ( 1216). Il papa ascolta, approva e manda a predicare quella penitenza che viene vissuta da loro e che è ritorno e precisa obbedienza al Vangelo. Ritornano a Santa Maria degli Angeli,2 ma l'andare a predicare la penitenza porta F. ad imbarcarsi per la Siria. Costretto dai venti a ritornare in Italia, accoglie sorella Chiara.

Nel 1219-20, F. è in Oriente, predica ai crociati, incontra il sultano presentando Cristo, ottenendo da lui un rescritto che permette a lui e ai suoi di predicare Cristo. Rientrato in Italia, chiede un cardinale protettore dell'Ordine, che ottiene nella persona del card. Ugolino ( 1241) da papa Onorio ( 1227), perché vegli sulla crescita veramente evangelica di questa famiglia in impressionante espansione.

Nel 1223, F. prepara a Greccio il presepe per " vedere con gli occhi del corpo come pativa il Cristo posato sul fieno e scaldato dall'asino e dal bue ", per poter festeggiare la sua venuta, perché nulla gli è più caro della umiltà dell' Incarnazione e della carità della passione.

Nella quaresima di San Michele del 1224, sale alla Verna, donatagli dal conte Orlando nel 1213, per l'ultima volta.

Nell'estate del 1224, sente particolarmente l'ispirazione e il desiderio di chiedere due grazie: " Che possa patire nell'anima e nel corpo mio, quanto è possibile ad un corpo umano, i dolori che patisti nella tua acerbissima passione " e l'altra: " Che io possa ricevere da te, quanto è possibile ad un essere umano, quell'amore che ti sosteneva a patire tanto per noi peccatori ". Subito percepisce dentro di sé che il Signore lo ha ascoltato.

Difatti, mentre prega, frate Leone vede che F. dal grembo tira fuori un globo d'oro, poi un secondo, poi un terzo: sono i doni da dare al Cristo in cambio dell'amore e del dolore. Sono l'altissima povertà, la splendidisssima castità e la perfettissima obbedienza. Frate Leone sente queste parole: " Chi sei tu dolcissimo Iddio mio... " e dopo tanto tempo: " Chi sono io vilissimo verme, disutile servo tuo... ".

Una notte, intorno alla festa della Esaltazione della croce, frate Leone vede scendere dall'alto con un volo rapidissimo un serafino che va a posarsi su F. con un'espressione dolcissima. La visione scompare e con essa la luce solare. F. si accorge di avere nelle mani i chiodi... conforme al Cristo.

Dall'intimità con Dio F. si sente spinto alla missione concreta di " andare " nel mondo. Da quel momento Dio gli è talmente presente da non avvertire ciò che gli accade intorno, perfino il tagliare l'abito; da quel momento non interroga più Dio " Chi sei? ", ma afferma " Tu sei ".

Dopo le stimmate, F. si ammala sempre di più. Siamo nel 1225, e a San Damiano in una capannuccia addossata al monastero, con i topi e il male delle stimmate, il santo dice: " Signore prendimi " e il Signore: " Se il mondo fosse oro invece che pietre... non sarebbe un gran tesoro? Sto per darti una cosa che sorpassa tutti i brillanti e l'oro e questa è la vita eterna ". Allora egli chiama frate Leone e gli detta il Cantico delle Creature. Sentendosi vicino alla fine si fa portare alla Porziuncola. E il 3 ottobre 1226 quando F. muore sulla nuda terra.3

II. L'esperienza mistica può sintetizzarsi in tre punti: ciò che vede, ciò che fa, ciò che patisce.

1. Ciò che F. vede. E il Crocifisso a presentarglisi straziato e povero, a guardarlo, chiedendogli amore, a mandarlo a continuare la sua stessa missione. Proprio da San Damiano, da quella piccola chiesa così amata e mal ridotta. Lì, dal dipinto non ancora antico, Cristo si mostra, parla e comanda. In quel nero del dipinto, non è la croce a inquadrare il Cristo, ma è il suo corpo di risorto a determinare, come allargandola, la cornice che è croce, ma che contiene ora a malapena tutte le figure umane e angeliche che festeggiano estatiche lui risorto e che prende l'avvio per il cielo. La croce che circonda il Cristo, nascente anch'essa dagli inferi, è ornata da una collana di conchiglie che, germogliando intorno intorno, si aprono a ventaglio nell'infinito. F., dunque, sente e vede il crudo della crocifissione; la sente permanere per descrivere gli effetti della risurrezione: il Crocifisso sanguina ora per esprimere la gloria di quel sangue versato per tutti e per sempre.

Certamente, da quando F. vede e ascolta il Crocifisso, continua a guardarlo e ad ascoltarlo, ponendo in cuore quello che viene facendo per obbedire alle sue parole. E, con F., i suoi frati, Chiara e le sue " sorelle povere ".

Al Cristo che egli vede si riconduce per tutta la vita. La gloria di quella povertà insanguinata lo stimola ed egli continua a sentirsi dire: " Francesco, non vedi che la mia casa sta crollando? Va' dunque a restaurarmela ".

Lavorando con le proprie mani attorno alle chiese con le pietre, attorno ai luoghi con materiale povero, F. approfondisce la lettura delle parole di Cristo e comprende che la casa che gli viene indicata è il luogo, sempre da preparare, per quei primi gruppi di fratelli e di sorelle che Cristo gli dona. Egli continua così a guardare quel sangue grondante dal Cristo glorioso come il cammino scelto da Cristo per la sua Chiesa affidata anche a lui.

2. Ciò che fa, ciò che dice. F. si trova dopo quella liberazione dal padre che gli fa incontrare il Padre che sta nei cieli, ad avere per casa il mondo e per veste quella povera tonaca tenuta da una corda. E subito a seguirlo sono ricchi e potenti. La loro nuova forma di vita è lo specchio preciso del programma di vita evangelica nella povertà totale. Sentendosi dire questo una mattina alla messa dalla lettura del Vangelo, egli ha intuito con chiarezza ciò che Cristo chiede a lui e ai suoi, mandandoli: la novità di una vita evangelica vissuta nella povertà totale. F., che è ormai così chiaramente in cammino, coinvolge nella sua novità i più attenti di quelli che lo seguono per ascoltarlo eo che magari si burlano di lui. La sua parola è spesso preceduta dal motivo del canto. Nello sviluppo del pensiero ritorna spesso e con foga naturale il canto, e magari il pianto. Ha così i suoi seguaci fedeli. Tra coloro che, sul suo suggerimento, riprendono in mano la propria vita, ci sono quelli che poi si chiameranno i penitenti di San Francesco detti in seguito Terz'Ordine francescano. Ci sono anche, forse dall'alto in quelle piazze attente, le donne.

La missione di predicazione penitenziale, avuta dal papa, porta dunque dei frutti; ma F. ha in animo, ed attua, il tentativo di raggiungere gli infedeli, perché il sangue del Cristo di San Damiano bagni anche loro.

Ma deve rientrare di urgenza, per gli scontenti e le rimostranze di una parte dell'Ordine, che egli rinuncia a governare, nominando suo vicario Pietro Cattani.

Il rapporto con i frati lo impegna a scrivere e a rifare il testo della Regola che rimane, anche così adattato, un modello di amore e di precisione. E scrive ancora quella Lettera ad un Ministro in cui si dichiara preoccupato per lui, che cresca il suo amore a Dio, tanto che quelle cose che gli sono d'impedimento nell'amarlo e ogni persona che gli sia di ostacolo " siano frati o altro, anche se ti coprissero di battiture ", tutto questo debba ritenere come una grazia. E gli dice: " Amalo più di me per questo: che tu possa attrarlo al Signore " (FF 234-235).

E poi le Lettere e i suoi Saluti, così visualizzanti: quel Saluto alle virtù e il Saluto alla beata Vergine Maria. E come quei finali delle Lodi e del Cantico.

Il suo parlare è sempre più soprattutto con Dio e il dettare è più che altro preghiera. Come le sue missioni continue, che si realizzano sempre più spesso in modo verticale: cioè missioni come quaresime. Le varie quaresime in cui ogni anno si inoltra con la penitenza solitaria e che lo innalzano nel suo realismo mistico.

3. Ciò che F. patisce. L'averlo attirato per alcune quaresime sul Monte della Verna serve al Signore per familiarizzare F. con quel luogo, come gli è successo più lungamente a San Damiano, e per fargli gustare la bellezza di rapporto tra lui, che continua ad andare, e quella montagna che andando sul fondo marino è finalmente arrivata a sostare e a innalzarsi fino a quella quota in cui la sostiene la sua base argillosa.

Ora l'individuazione del luogo coincide con la preparazione di sé che F. ha compiuto instancabilmente, macerandosi nel corpo trattato sempre da frate asino e liberandosi nello spirito, sempre più echeggiante il canto delle parole di Dio e sempre più intento al muoversi della brezza dello Spirito. Sono le due quaresime abbinate, quella di Santa Maria e quella di San Michele.

Festeggiata la mamma, l'acqua delle scogliere e il poco pane che frate Leone gli porta alla grotta, il rombo e il silenzio di solitudine della foresta nutrono lui, che sente come un presentimento finale; il suo lungo desiderio è ora prevenuto dal desiderio divino. E ancora Cristo a fargli sentire che lo avrebbe guardato. Quel corpo già si perde in questi desideri e a volte vola: il suo perenne andare diventa ora un traboccare insieme di corpo e anima in quella solitudine tutta sua che frate Leone rispetta.

I giorni si accumulano così senza che egli avverta se non quel sentirsi preso da Dio che gli rende il succedersi dei giorni stessi come un crescente palpito di contemplazione.

Egli avverte che sta per ricevere un dono supremo che lo avrebbe assimilato alla glorificazione del Crocifisso.

E in quella festa dell'Esaltazione della Santa Croce, F. perduto nell'amore " volgendo la faccia inverso oriente, prega " e si ritrova col Serafino splendente che volando verso di lui gli sorride. Ha la gioia di quella bellezza e di quel sorriso, e insieme il dolore del vederlo in croce. Sente che si è fatta vivente, rendendo solare quella notte, l'icona che da San Damiano egli porta nell'anima.

E tutto in Cristo e tutto al di sopra di sé. La notte abbagliante lo avvolge (cf FF 1920).

In questa notte fatta di luce solare, F. ode Cristo dirgli tante segrete cose tra cui quella di metterlo a parte della sua qualità redentiva, e quando la visione dispare sente nel corpo i segni meravigliosi della passione di Cristo: sente e ancora vede i segnali dei chiodi, " in quel modo ch'egli avea allora veduto nel corpo di Gesù Cristo crocifisso ".

Chiodi che hanno nelle mani e nei piedi da una parte le capocchie rilevate, dall'altra le punte ribadite e ritorte ad anello e sono del colore del ferro.

Questa che fu la notte del primo stigmatizzato della storia, porta, dunque, in F. come già era avvenuto per la fusione d'amore, anche l'integrità del dolore dal riprodursi della condizione di Cristo in croce. I chiodi rimasero neri di dolore come era stato per Cristo, il sangue del costato continuò e continua a stillare sempre vivo e recente.

Questo F., dal corpo insanguinato e straziato dai chiodi e dalle malattie, che dopo la stigmatizzazione trascina infaticabile i suoi giorni verso la gloria, vede, nei successivi due anni di vita, crescere in modo grandioso il flusso di coloro che per mezzo dei mirabili segni si convertono a Cristo.

Negli ultimi due anni unifica tutte quelle espressioni vitali che fino allora, gli erano state donate: vede, ascolta, attua, scrive, patisce, gode, canta, sempre amando la meraviglia dell'essere crocifisso con Cristo, del conoscere davvero Cristo povero e crocifisso. Due anni di vita per poter portare il suo amore nel mondo.

I luoghi di F. si riflettono ora gli uni negli altri; San Damiano, dove Cristo inchioda a sé gli inferi e li redime con il suo sangue, la Verna dove riappare ancora crocifisso, ma luminoso come il sole che irradia monti e valli.

Solo che a La Verna il nero si concentra nei chiodi ferrigni che trapassano sporgendo le mani e i piedi di F. che, così inabilitato, si sente mandato al mondo intero. Con quelle insegne di gonfaloniere di Cristo e traboccando anche lui di sangue dal petto, sosta a lungo ancora a San Damiano: quasi cieco scavato dai mali del corpo, gusta la vera letizia.

Ora lì è Chiara a vedere mentalmente l'icona del Crocifisso in F., e ad emularlo nella penitenza lieta e contemplante. Lì F. si sente consolato da Dio con i ritorni paradisiaci della vita eterna di cui gli è data certezza, rivedendo nella nascente poesia italiana gli elementi fraterni della creazione, vedendo la beatitudine della tribolazione sostenuta in pace, e per le sorelle povere " adfatigate " dal male la beatitudine della vita vissuta " en veritate ", preludio alla morte " en obbedientia ". Chiara, già quasi incielata nella penitenza, si è ammalata dal tempo delle stimmate di F. E la sua povertà è la sua verità di amore. F. lascia le povere dame camminare nella loro intensità contemplativa. Una volta parla loro con una manciata di cenere, di cui si è cosparso. Continua così il mandato del papa, di andare predicando la penitenza, anche se ora più con l'anima che con la presenza. E il mandato di Cristo, quello di San Damiano, di riparare la sua casa; e quello di La Verna, di portare il suo amore nel mondo. Anche da fermo, con un cerchio di cenere intorno.

Quando poco dopo muore, viene alla Porziuncola da Roma frate Jacopa, avvertita da Dio, portandogli i dolci con il miele. E vengono le allodole, contro il loro costume, a volare cantando intorno a lui sotto le prime stelle. Gli dicono che il suo lungo cammino è stato un canto d'amore.

Di quanto l'amore di compassione con Cristo lo portò a patire, e di quanto l'amore di compiacenza per lui risorto lo portò a godere, non è dato valutare l'intensità, che s'inoltra nella qualità misteriosa di quell'amore mistico.

Certo, gli effetti presenti nella moltitudine dei suoi seguaci, portano a benedire Dio per il suo pianto e per il suo canto. Quella sua dichiarazione fra la neve del Subasio, appena dopo aver lasciato tutto, " ...Io sono l'araldo del gran Re... ", dà ancora la misura del suo spirito di infanzia e di maturità feconda.

Così, da F., è una civiltà, quella francescana, che con il suo sussistere e con il suo espandersi continua ad esprimere la sua universalità di servizio, dovuta all'aver F. veduto e ascoltato il Crocifisso nel buio di San Damiano, e all'aver accolto i suoi chiodi e il suo sangue nel sole di La Verna.

Il modo di fare storia, di F. e dei suoi consiste nel voler abbracciare per tutti, con pazienza, il buio di ogni povertà che Cristo patisce in loro: e anche nel godere con tutti il sole di ogni carezza che Cristo concede.

Note: 1 Cf Aa.Vv., Dizionario Francescano. I Mistici, Secolo XIII, I, Assisi (PG) 1995, 65-169; H.D. Egan, Egidio d'Assisi, in Id., I mistici e la mistica, Città del Vaticano 1995, 256-259; 2 E il tempo in cui prende avvio il Terz'Ordine, quello istituito da F. per una vita evangelica di coloro che rimangono nel secolo e nello stato matrimoniale; 3 Esistenza, quella di Francesco, che, come si è visto dai cenni biografici, ha avuto le caratteristiche di agio familiare; agio e ricchezza che stimolarono il suo temperamento ridondante a prevedere un futuro di qualità successive che già formavano i suoi sogni: il divenire cavaliere, preparandosi ad imprese anche guerriere che andassero ben al di là dei primi scontri cittadini... Su questo suo sognare, stimolato da letture e da leggende, intervenne Dio, offrendogli quelle previsioni precise che iniziarono, più che i sogni, alti colloqui con l'Infinito: quando, per esempio, si vide offerte le armi crociate per lui e i suoi soldati (cf FF 326). Francesco prese ancora come prospettiva immediata e limitata alle Puglie il suggerimento divino; nello stesso tempo sentiva quella trasformazione interiore che lo portava a rendersi conto che, per lui, Dio non stava parlandogli di un futuro di gloria e di ricchezza, ma di una crescita di doni straordinari tutti interiori - " un tesoro grande e prezioso ", come si era sentito suggerire dentro e manifestò ad un giovane amico (cf FF 399).

Bibl. Fonti: Fontes Franciscanae (=FF), Assisi (PG) 1995; Fonti Francescane, ed. major, Assisi (PG) 1978; Fonti Francescane, ed. minor, Assisi (PG) 1980; Liturgia di s. Francesco d'Assisi, La Verna (AR) 1963. Studi: H.U. von Balthasar, Gloria - Stili ecclesiastici, Milano 1971, 237-257; C. Bobin, Francesco e l'infinitamente Piccolo, Cinisello Balsamo (MI) 1994; F. Cardini, Francesco d'Assisi, Milano 1989; D. Fienga, Francesco il povero di Dio, Cinisello Balsamo (MI) 1995; C. Frugoni, Francesco e l'invenzione delle stimmate. Una storia per parole e immagini, Torino 1993; Id., Vita di un uomo: Francesco d'Assisi, Torino 1995; A. Gemelli, Il francescanesimo, Milano 1979; J. Green, Frère François, Paris 1983; H.D. Egan, Francesco d'Assisi, in Id., I mistici e la mistica, Città del Vaticano 1995, 249-255; U. Köpf, s.v., in WMy, 164-165; L. Lavelle, Quattro santi, Brescia 1953; E. Léclerq, Francesco d'Assisi. Il ritorno al Vangelo, Milano 1982; E. Longpré, Frères mineurs, in DSAM V, 1268-1308; Id., Francesco d'Assisi e la sua esperienza spirituale, Milano 1970; R. Manselli, San Francesco, Roma 1980; G. Miccoli, Francesco d'Assisi. Realtà e memoria di un'esperienza cristiana, Torino 1991; A. Pompei, Francesco d'Assisi, in G. Ruhbach - J. Sudbrack (cura di), Grandi mistici I, Bologna 1987, 177-199; P. Stéphane - J. Piat, Con Cristo povero e crocifisso, Milano 1971.

Autore: V. Battaglioli
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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