Evangelizzazione


28
Premessa. E. e mistica sembrano termini assai distanti; forse, a prima vista, inconciliabili. Tra i due termini più che una congiunzione (eet) tesa a colmare la distanza, parrebbe più ovvia l'avversativa (oaut) che sancisce la separazione. In verità, il linguaggio comune utilizza i due termini per significare due mondi diversi: quello della parola che rivela (e.) e quello del silenzio che nasconde (mistica).

Si impone, dunque, al di là delle accezioni diversificate e parziali, una esplorazione dei termini per coglierne il significato proprio ed evidenziarne le reciproche connessioni. Ciò ha indubbia rilevanza non solo da un punto di vista strettamente teologico, ma anche in ordine alla vita spirituale e all'azione pastorale dei singoli e delle comunità. Su questi fronti, infatti, rifluiscono e si attestano non poche antinomie ed aporie (vere o presunte) della cultura contemporanea e della stessa prassi ecclesiale: primato di Dioprotagonismo dell'uomo; spazio della comunicazione (areopago)viaggio nell'interiorità (deserto); cultura dell'apparirecultura dell'essere; investimento sull'organizzazione (efficientismo)nudità radicale della testimonianza; azionecontemplazione.

Nel binomio e. - mistica sembrano riassumersi queste ed altre questioni fortemente attuali che rappresentano interpellanze non eludibili. Del resto, è questa la tensione che hanno sperimentato figure grandi nel cammino della Chiesa: l'anelito alla solitudine per una ricerca assorbente di Dio e il dovere della solidarietà e della missione. Basti citare i nomi di Agostino, Giovanni Crisostomo, Gregorio Magno, il Curato d'Ars ( 1859). Questa tensione, che spesso diventa dissidio interiore, è ben espressa in alcune domande che sono già una risposta di H.U. Von Balthasar: " Che cosa devo porgere agli affamati che mi circondano, se non pane? Ma dove lo prendo, se non mi viene porto? Come può la Chiesa uscire all'esterno se non ha più nessuna interiorità da porgere? Oppure si deve dire che essa scaccia da sé l'incertezza della propria identità perché non ha più nessuna esperienza di ciò che è il suo intimo? ".1

I. Evangelizzazione. " Nessuna definizione parziale e frammentaria può dare ragione della realtà complessa e dinamica quale è quella della e. " (EN 17).

Molteplici sono gli elementi essenziali che la qualificano e che hanno suscitato una corale riflessione teologico-pastorale nel Concilio e nel post-Concilio. " L'e. propriamente detta è il primo annuncio della salvezza a chi, per ragioni varie, non ne è a conoscenza o ancora non crede ", affermava nel 1971 il Rinnovamento della Catechesi (n. 25) della Chiesa italiana (ECEI 1, n. 2442).

" L'e. è l'atto con il quale la Chiesa, sotto l'impulso dello Spirito Santo, annuncia e attua la salvezza che il Padre, nel suo infinito amore, offre a tutti gli uomini in Cristo e per mezzo di Cristo, morto e risorto ".2 Ma, è nella Evangeli Nuntiandi di Paolo VI che l'e. ha la sua " magna charta ", assunta da Giovanni Paolo II come compito primario della Chiesa e portata su tutte le strade del mondo. Proprio perché l'e. è " rinnovamento dell'umanità, testimonianza, annuncio esplicito, adesione del cuore, ingresso nella comunità, accoglimento dei segni, iniziative di apostolato " (EN 24).

Questa concezione " globale " della e. ha però, evidentemente, la sua nota fontale, la sua identità originale in riferimento alla Parola: " Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità stessa: Ecco io faccio nuove tutte le cose " (EN 18).

1. Evangelizzare è proclamare la Parola di Dio. La nozione biblica di " parola " è assai ricca e la " parola di Dio " sta ad indicare la nota distintiva di Dio, a confronto con gli idoli (cf Bar 6,7; Sal 115,3) e il modo del suo intervento nel mondo, dagli inizi della creazione (cf Gn 1) fino all'eschaton che sarà il " compimento della parola di Dio " (Col 1,25). La parola di Dio è un atto di Dio, perché Dio agisce con la sua parola e parla con la sua azione.

Per questo, è parola rivelatrice: si fa vicina all'uomo (cf Dt 30,11-14) e crea una relazione tra l'uomo e Dio che si traduce in " sapienza di Dio " (1 Cor 1,21-24; 2,6-7) e che lo Spirito Santo seguiterà a suggerire nel cuore dei discepoli e a ricordare in continuazione (cf Gv 14,26).

E parola creatrice perché con essa inizia la vicenda del mondo (cf Sir 42,15ss.; Prv 8,22 ss.) ed è essa che entra nella storia come energia che scuote e come potenza che vivifica, anche se scende col silenzio placido della notte o con la dolcezza della pioggia fecondatrice (cf Sap 18,14-16; Is 55,10-11).

È anche parola profetica che cammina con l'uomo (cf Dt 26,5-10); penetra nelle pieghe degli avvenimenti delle nazioni e dei regni (cf Ger 1,9-10) e fa storia, fino a manifestarsi in pienezza di grazia e di verità (cf Gv 1,14).

Ed è parola che invia e realizza la comunione tra l'uomo e Dio (cf 1 Gv 1,1-3; cf DV 2).

2. Evangelizzare è proclamare la Parola di Dio che è una buona notizia per l'uomo (cf Lc 4,18-19).

È una buona notizia di salvezza (cf At 13,26), salvezza di Dio (cf At 28,28); per gli ebrei compimento delle promesse (cf At 2,39); per i pagani è risposta ad una richiesta fatta di tentativi (cf At 17,23-27).

È una buona notizia di riconciliazione (cf 2 Cor 5,19): Dio, in Cristo risorto, dà all'uomo luce e forza per ricomporre quella fondamentale " divisione " che ciascuno soffre in se stesso (cf GS 10). Cristo ricapitola in sé tutte le cose (cf Ef 1,10).

È una buona notizia che annuncia il regno di Dio: Gesù aveva esordito con il proclamare il regno (cf Mc 1,15). La predicazione è detta " Parola del regno " (Mt 13,19) e Paolo sintetizza il suo ministero apostolico come " annuncio del regno di Dio " (At 20,25; 28,31).

3. Evangelizzare è proclamare la Parola di Dio che è una buona notizia per l'uomo e che si chiama Gesù. La proclamazione di Gesù " Signore e Cristo " (At 2,36) è il Vangelo! Gesù annuncia il regno di Dio. Gli apostoli annunciano il fatto Gesù, perché il Vangelo è lui. E questo cammino non è una teoria soteriologica: è una parola che salva.

Per queste ragioni, la parola è il grande tesoro della Chiesa, che essa ha sempre venerato e della quale si nutre (cf DV 21), perché ad essa consegnato da Gesù: " Padre...le parole che tu mi hai dato, le ho date a loro " (Gv 17,4-8).

Realizzare tutto questo significa evangelizzare. Ma allora, evangelizzare non è un fatto verbale, non è pura trasmissione concettuale: non è prevalentemente l'ufficio di maestri, quanto opera di testimoni (cf EN 41).

" Voi mi sarete testimoni " (At 1,8): ecco la consegna di Gesù ai suoi apostoli. E lo stile della testimonianza caratterizza in maniera assai forte l'annuncio secondo il NT. Gli apostoli si presentano come " testimoni ", garanti di un evento, la morte e risurrezione di Gesù, di cui hanno fatto l'esperienza nella consuetudine di vita con lui (cf At 1,21) e mediante il dono dello Spirito (cf At 5,32).

" Quel che era fin dal principio, quel che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno toccato a riguardo della Parola della vita... lo annunciamo anche a noi " (1 Gv 1,1-3).

Annunciare è impegnare la propria vita con ciò che viene annunciato. Ed è annuncio autentico quando coinvolge tutta la vita del testimone, nasce da un'esperienza del mistero così che la voce dell'araldo è la traduzione fedele della parola di Dio.

II. Un orizzonte nuovo. Queste rapide considerazioni aprono, pertanto, un orizzonte nuovo che è proprio quello della mistica. K. Rahner amava affermare: " L'uomo religioso dal futuro dovrà essere un mistico, uno che ha fatto esperienza, oppure non sarà religioso ". Ma ciò vale soprattutto per il cristiano (o è mistico o non è cristiano) e per l'e., come modo di essere e compito essenziale della comunità cristiana.

Mistica, infatti, nell'uso linguistico cristiano indica " l'amorosa e misteriosa comunione del cristiano perfetto con Dio " (E. Ancilli); è l'esperienza della presenza di Dio: presenza personale in una unione amorosa. Essa, fondamentalmente, è connotata dal senso di Dio nella sua infinita trascendenza, dalla percezione quasi sperimentale della sua presenza, dalla ineffabile comunione che coinvolge e trasforma l'anima con l'azione misteriosa dello Spirito Santo.

Questa esperienza non è un'affermazione della soggettività-interiorità dell'uomo; è, nel cristiano, penetrazione-appropriazione dell'oggettività del mistero, che si dona e viene colto (accolto) nella trasparenza della mediazione che in Cristo ha la pienezza della sua realtà (come svelamento e velamento!).

Non è proprio questo che afferma Giovanni allorché prima dell'" annunciare " colloca l'udire, il vedere, il contemplare, il toccare (cf 1 Gv 1,1-3)?

III. È a questa profondità che si scoprono le connessioni tra parole e silenzio, tra contemplazione e azione, tra mistica ed e.

" Il prima della parola " - ma il " prima " e il " poi " sono qui categorie inadeguate - è la cifra che ci consente di " udire la Parola "; e lo spazio del " silenzio " è il terreno fecondo della " comunicazione ".

Scrive s. Ignazio ( 107 ca.) martire che il " Verbo procede dal silenzio " 3 e leggiamo nella Bibbia: " Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente venne da cielo, dal tuo trono regale " (cf Sap 18,14). " Il Padre - commenta s. Giovanni della Croce - pronunciò una Parola, che fu suo Figlio, e sempre la ripete in un eterno silenzio; perciò in silenzio essa deve essere ascoltata dall'anima ".4

Solo una coerente assunzione e un esigente vissuto di questa dialettica (silenzio-parola; parola-silenzio) sarà in grado di disegnare il volto luminoso di un cristiano e di una Chiesa totalmente evangelizzatrice e totalmente mistica, anzi evangelizzatrice perché mistica, serva della Parola perché posseduta dal Silenzio.

Scrive suggestivamente B. Forte: " Accoglie il Verbo incarnato chi non si ferma all'evidenza della carne, ma in essa e per essa si lascia condurre dallo Spirito verso l'abisso della prima Origine e dell'ultima Patria. Perciò per la tradizione spirituale cristiana è doveroso non ripetere mai la Parola, senza prima aver lungamente camminato nei sentieri del Silenzio... Ogni parola di lui, ogni parola su lui, sta fra l'Origine e la Patria, fra il Silenzio fontale e l'ultimo Silenzio. Pensare Dio in obbedienza alla struttura trinitaria della ’revelatio' esige l'ascolto del Silenzio ".5

La Parola, pertanto, richiede di essere trascesa non nel senso che possa essere eliminata o messa tra parentesi (non avremmo più accesso alle profondità divine) ma nel senso che essa " è verità e vita proprio in quanto è via, soglia che schiude il Mistero eterno ".

Il silenzio non è il mutismo del non-dire; è invece la non-Parola dello stare aperti alla Trascendenza, del celebrare, dell'adorare, del " Tibi silentium laus " (" Davanti a te, la lode migliore è il silenzio ").

La Bibbia, pertanto, si presenta come una grande sinfonia nella quale alla voce " di grandi acque " (Ap 1,15) si sposa il silenzio dell'attesa e del compimento (cf Ap 8,1). Ed è l'Agnello " afono " (Ap 8,32) a svelare il disegno di salvezza, aprendo il libro dai sette sigilli (cf Ap 5,1-5; 6,1-17; 8,1).

Dio è la voce: " Il Signore vi parlò del fuoco... Vi era soltanto una voce " (Dt 4,11-12). E Dio è la voce del silenzio: " Ci fu un mormorio di vento leggero. Come l'udì, Elia si coprì il volto con il mantello " (1 Re 19,12-13).

IV. Entro questo orizzonte si collocano le sfide e le chances del modo di essere e della missione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Il lungo processo della secolarizzazione tra i suoi esiti, come fenomeno socio-culturale, annovera certo, la privatizzazione, la relativizzazione e, in alcuni settori, la scomparsa del fatto religioso.

È la drammatica questione dell'assenza di Dio. " Dove per mille anni aveva dominato la fede, ora domina il dubbio " (B. Brecht). E su questo fronte si colloca la " nuova e. ". Ma l'assenza si colma solo con la presenza: uomini e donne che hanno " incontrato Dio ", che lo hanno " sperimentato " saranno in grado di rivelarne i tratti del volto. Sono le " esistenze teologali " (H.U. Von Balthasar); è quel " genere di vita paradossale " (Lettera a Diogneto) che prima diventa interrogativo e poi si apre all'annuncio.

Il tramonto delle ideologie, poi, ha svuotato le risposte presuntuose e totali; né le risposte nichiliste e del non-senso valgono ad eliminare la urgenza e serietà delle domande radicali dell'uomo. Per abilitare l'uomo ad essere veramente " uditore della Parola " che è svelamento di senso e dono di salvezza, bisogna far parlare il vissuto e porre i segni di esistenze trasformate e di storia già nuova: " L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni " (EN 41).

La questione, perciò, attinge la natura stessa e la struttura essenziale dall'esperienza di fede e dall'azione ecclesiale. Paolo esprime questa intrinseca connessione con il detto: " Fare la verità nella carità " (Ef 4,5). L'episcopato italiano lo ha sintetizzato nell'espressione " Vangelo della carità ": vangelo ricorda la parola che annuncia, racconta, spiega e insegna. E carità ricorda che il centro del Vangelo, la " lieta notizia " è l'amore di Dio per l'uomo e, in risposta, l'amore dell'uomo per i fratelli.6

Solo chi ha fatto esperienza di Dio (ne è diventato " esperto "); solo chi ha provato Dio (il " patire Dio " della spiritualità dei Padri) può parlare di Dio. Solo chi è entrato nella " nube " (oscura e luminosa) del Mistero può farne narrazione sensata. Il Concilio XI di Toledo (7.11.675) afferma che la professione di fede è " sanctae Trinitatis relata narratio " (DS 528): è necessario entrare nel grembo trinitario dove palpita l'eterno dirsi e darsi l'Amore dell'Amante e dell'Amato, per ripetere in maniera udibile e credibile il racconto, capace di originare altri racconti d'amore nella vita degli uomini e delle donne e nella storia del mondo. È questo il " gridare il Vangelo con la vita " (C. de Foucauld); è questo il modo di raccontare la storia rivivendola, secondo l'affascinante insegnamento di Rabbì Baal Shem. È questa - in senso pieno - la mistica della e.

Note: 1 H.U. von Balthasar, Punti Fermi, Milano 1972, 86; 2 CEI, Documento per il IV sinodo dei Vescovi, 24.2.1974, n. 28; ECEI2, n. 1012; 3 Ad Magn. VIII, 2; 4 Opere, Roma 1967, 1095; 5 Trinità per gli atei, Milano 1996, 48; 6 CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, n. 10; ECEI4, n. 2728.

Bibl. CEI, Evangelizzazione, sacramenti, promozione umana, Roma 1979; J. Comblin, Evangelizzare, Roma 1982; G. Lazzati, Esperienza mistica e promozione umana, in Aa.Vv., Mistica e misticismo oggi, Roma 1979, 173-179; P. Poupard, Il Vangelo nel cuore delle culture, Roma 1988; E. Tonini - R. Cantalamessa - B. Baroffio - G. Miranda, Sorpresi dal mistero, Casale Monferrato (AL) 1995.

Autore: L. Chiarinelli
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online
Acquista la Bibbia per la Scrutatio dalla Libreria del Santo
LibreriadelSanto.it - La prima libreria cattolica online