Eternità


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I. Il concetto d'e. si è formato lentamente nella storia della rivelazione biblica e della riflessione posteriore della Chiesa. La Scrittura non l'adopera in modo astratto. Ne parla a proposito di Dio e attraverso un lento processo di una sempre maggiore esattezza. In realtà è come conseguenza della rivelazione di Dio a Israele che quest'ultimo si fece un'idea dell'e. Così Israele ha certo la consapevolezza che Iddio esisteva prima della creazione del mondo (cf Sal 90,9; 102,25-26; Gb 38,4; Gn 1,1) e che la sua esistenza non avrà mai fine (cf Sal 109, 27-28). Dio è, così, il primo e l'ultimo in quanto abbraccia tutta la storia (cf Is 41,4; 48,12). Questa superiorità nei confronti del tempo permette di dire che per lui mille anni sono come un giorno (cf Sal 90,4). Iddio viene chiamato 'El 'olam (cf Gn 21,33), cioè, Dio eterno o magari Dio antichissimo. Alla fine del periodo profetico si arriva a formulare che Dio è eterno sia riguardo al preterito che riguardo al futuro (cf Is 40,28; 41,4; 44,6).

L'e. di Dio è il fondamento della sua fedeltà (cf Sal 100,5; 146,6). Questa trova la sua espressione suprema nel fatto che anche la sua alleanza è eterna (" alleanza eterna " come termine tecnico: cf Gn 9,16; 17,7.13; Is 24, 5; Sal 105,8). Eterni sono il Nome di Dio (cf Es 3,15; Sal 102,13), il suo consiglio (cf Sal 33,11; Prv 19,21), la sua Parola (cf Is 40,8; Sal 19,10), il suo amore (cf Ger 31,3), la sua grazia (cf Sal 103,17; 106,1), la sua giustizia (cf Is 51,6.8); la sua regalità (cf Ger 10,10, Sal 10,16). Specialmente misteriosa è la Sapienza divina: di essa si dice che è stata creata dall'e. (cf Prv 8,22-31) e che resta eternamente con Dio (cf Sir 1,1; 24,9). Nella e. di Dio Israele vede la superiorità di YHWH a riguardo degli dei pagani.

II. E. partecipata: AT. A queste affermazioni su Dio, l'AT contrappone la non e. dell'uomo. L'uomo non vivrà eternamente (cf Gn 3,22; 6,3); i suoi giorni sulla terra sono limitati (cf Sal 90,10). Non di meno, nei cosiddetti Salmi mistici, Israele incomincia a credere in una immortalità accanto a Dio per i giusti: Iddio prenderà con sé il giusto (lo spirito, nefesh del giusto) dopo la morte (cf Sal; 16,49; 73). Questa fede si prolunga nel libro della Sapienza con una terminologia che può sembrare ellenistica (psyché = anima), ma che è omogenea con le concezioni dei salmi citati (cf Sap 3,1-12; 5,15). La rivelazione di una risurrezione escatologica futura, benché con una certa sovrapposizione fra tempi messianici e tempi finali della storia (cf Dn 12,1-3 cf Is 26,9), porta con sé la promessa di una immortalità anche per il corpo che morì.

Nel NT il concetto di e. applicato a Dio prende un rilievo maggiore. L'e. è una proprietà essenziale di Dio (cf Rm 1,20; 16,26; Fil 4,20; 1 Tm 1,17 ecc.). Questa proprietà viene pure attribuita al Figlio (cf Eb 1,8-12; 13,8), tema che è da collegarsi con quello dell'e. del Logos (cf Gv 1,1). E caratteristico che l'aggettivo " eterno " incominci ad applicarsi al mondo della salvezza, ai beni escatologici e anche alla possibile condanna escatologica (cf Mt 25,46).

Quest'uso non deve oscurare le differenze fondamentali con la e. che è propria di Dio. Quando si applica il concetto all'uomo, il contesto è sempre o quello di un dono gratuito di Dio o, nel caso della condanna, quello di un'affermazione della vittoria eterna di Dio sul peccato. Inoltre, non va dimenticato che l'uomo ha avuto un inizio che, in ultimo termine, si rifà all'azione creatrice di Dio, mentre l'e. come proprietà essenziale di Dio non ha né inizio né fine. In ogni caso, l'e. promessa all'uomo è una vita senza fine.

III. Nel pensiero cristiano. Il pensiero cristiano ha approfondito il concetto di e. Come in tanti altri casi, è stato Boezio ( 524) ad offrire la nozione che è prevalsa nel pensiero teologico occidentale. Secondo lui, l'e. è: Interminabilis vitae tota simul et perfecta possessio (il possesso simultaneo e perfetto di una vita interminabile).1 " Vita interminabile " è per Boezio vita senza inizio e senza fine. Inoltre, è importante che tale vita sia posseduta in un modo perfetto e totalmente simultaneo. Gli esseri creati hanno una perfezione limitata e non possono perciò possedere la loro natura se non per atti successivi. Soltanto un essere di perfezione infinita può avere la possessione totale della sua vita senza nessuna successione. La necessità di distinguere l'e. partecipata da quella propria della natura divina portò a creare un termine per la vita senza fine (ma non senza inizio) e posseduta dalla persona per atti successivi: il termine aevum che si riferisce all'e. partecipata.

Questa problematica invita ad essere prudenti riguardo a certe spiegazioni teologiche, nate fra alcuni autori protestanti (K. Barth, E. Brunner), secondo le quali l'uomo nella morte diventerebbe fuori del tempo (atemporalismo). Orbene, dove non c'è tempo non possono esistere distanze temporali. Così la risurrezione finale non sarebbe distante dal momento della morte. Anche se da parte della storia umana le morti degli uomini fossero successive, nell'aldilà la risurrezione di tutti gli uomini sarebbe simultanea; anzi essa coinciderebbe con la risurrezione di Gesù e con la parusia del Signore. Bisogna affermare che anche dopo la morte c'è un tempo, anche se non può essere considerato univoco col tempo terrestre. Infatti, il tempo mondano si misura per il movimento corporale (in ultimo termine per il movimento degli astri), mentre il tempo dell'aldilà si regola per la successione di atti psicologici. E per questo motivo che alcuni teologi parlano di " tempo antropologico ", " tempo umano " o " tempo-memoria " (J. Ratzinger);2 si potrebbe chiamare semplicemente " tempo psicologico ". Le caratteristiche di questo tempo, così diverso dal tempo terrestre, rendono impossibile attribuirgli una percezione di durata come quella che abbiamo in questa vita, o anche immaginare quale sarà nell'aldilà una tale percezione.

Per l'idea di e. partecipata nella gloria è fondamentale il tema della visione di Dio. La visione fissa l'anima (o anche l'uomo gloriosamente risorto) nella contemplazione e nell' amore di Dio. In questo modo diventa impossibile il distacco da lui e la santità del beato si fa inamovibile e partecipatamente eterna.

La speranza dell'e. beata è stata sempre per il cristiano motivo solido per la lotta ascetica durante questa vita transitoria (cf 2 Cor 4,17).

Note: 1 S. Boezio, De consolatione philosophiae 5, prosa 6,4: CCSL 94,101; 2 J. Ratzinger, Eschatologie, Regensburg 1990, 152.

Bibl. M. Bordoni, s.v., in DES II, 953-955; C.J. Peter, Participated Eternity in the Vision of God. A Study of the Opinion of Thomas Aquinas and His Commentators on the Duration of the Acts of Glory, Roma 1964; C. Pozo, La venida del Señor en la gloria, México-Santo Domingo-Valencia 1993; H. Sasse, aión, aiónios, in GLNT I, 197-209; F.I. Schierse - J. Ratzinger, s.v., in LThK III, 1267-1270; J. Schmidt, Der Ewigkeitsbegriff im Alten Testament, Münster i.W. 1940.

Autore: C. Pozo
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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