Esicasmo


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I. Il termine e. trae la sua origine dal vocabolo greco hesychìa che significa quiete, pace interiore; il suo equivalente latino, potrebbe essere reso con tranquillitas animae, indicando la condizione vissuta dal cristiano perfetto quando si trova immerso nella luce increata da cui riceve l'illuminazione (photismòs) divina.

Tra i grandi esicasti del primo millennio sono da ricordare: Diadoco di Foticea, Massimo il Confessore, Esichio il Presbitero (sec. VII) e Isacco di Ninive (sec. VII). Alle soglie del secondo millennio emerge gigantesca la figura di Simeone il Nuovo Teologo, al quale oltre il merito rilevante d'aver fatto da tramite tra la spiritualità sinaitica e quella più propriamente bizantina, viene attribuita, dal XIV secolo in poi, la composizione di un opuscolo in cui l'autore anonimo espone, in modo alquanto dettagliato, la pratica dell'invocazione del Nome unendola ad un minuzioso esercizio di respirazione. Il testo dello Pseudo-Simeone è intitolato Metodo della preghiera e dell'attenzione.

Nel corso del XIII secolo, in piena rinascita dell'e., tale scritto venne ripreso dal monaco athonita Niceforo ( 1300 ca.), di origine italica, il quale nella sua opera intitolata La custodia del cuore ripropone, in forma più particolareggiata, la pratica psicofisica della preghiera di Gesù, sottolineando che la formula dev'essere recitata in due momenti distinti. In un primo momento la parte iniziale della formula (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio) doveva essere recitata con un ritmo di inalazione, mentre nel secondo (abbi pietà di me peccatore!) con un ritmo di espirazione. Proprio nel corso del XIV secolo, mentre la pratica della preghiera di Gesù si diffondeva largamente nei più diversi ambienti laici, scoppiò la cosiddetta controversia " esicasta " o " palamita ". Essa sorse dalle contestazioni e dalle accuse di messalianesimo lanciate dal monaco calabrese Barlaam ( 1350) contro i monaci esicasti, i quali, a loro volta, incaricarono Gregorio Palamas, monaco del Monte Athos, di difendere la loro ortodossia. Palamas durante la polemica confermò con fermezza che se la luce taborica contemplata dagli apostoli fosse stata creata, come sosteneva il suo avversario, sarebbero stati posti in discussione i segni tradizionali della luce divina, cioè della santità. Seguendo gli insegnamenti patristici, egli ribadiva che l'uomo deificato partecipa sensibilmente alla vita trinitaria attraverso le energie increate che lo compenetrano, pur rimanendo totalmente trascendente l'essenza (ousìa) che le rivela, cioè Dio. Essa, infatti, rimane inconoscibile e impartecipabile. La controversia venne risolta nel Concilio del 1341 con la condanna di Barlaam e fu definitivamente chiusa nel 1351, quando il Concilio celebrato a Costantinopoli definì l'elaborazione teologica palamita dottrina ufficiale della Chiesa ortodossa. Nel corso del XIV secolo, accanto alla figura di Palamas, incontriamo altri grandi esicasti quali gli Xanthopouli, Filoteo Kokkines ( 1376), Isidoro ( 1350), Nicola Cabasilas ( 1371) e Gregorio il Sinaita. Quest'ultimo, trasferitosi in seguito a Paroria in Bulgaria, creò una scuola spirituale che diffuse l'e. prima tra gli slavi del sud e poi in Russia dove operò Nilo di Sora ( 1508), praticando ed insegnando ai suoi discepoli la tradizione ascetica dei Padri del deserto. Dopo un periodo di decadenza spirituale nel corso del XVIII secolo, l'e. rifiorì nuovamente nei paesi ortodossi, per merito di Macario di Corinto ( 1805) e di Nicodemo l'Aghiorita ( 1809) i quali diffusero i loro insegnamenti con la pubblicazione della Filocalia, raccolta di scritti patristici o medievali sulla preghiera di Gesù e sull'e. Tale opera venne tradotta in slavo da Paisij Velickovskij ( 1794) e pubblicata a Mosca nel 1793, avviando così quel movimento spirituale che fiorì per tutto il sec. XIX sino agli inizi della rivoluzione del 1917 e che vide tra le sue fila s. Serafino di Sarov ( 1833), gli Startzy di Optina, il Pellegrino Russo e altri. La pratica esicastica oggi è largamente praticata nei monasteri ortodossi, in particolare in quelli del Monte Athos, ma anche tra i laici; la sua diffusione in Occidente è frutto della diaspora russa che fece seguito alla rivoluzione bolscevica.

II. E. e mistica. Il cuore vivificante dell'e. è la Preghiera di Gesù o Invocazione del Nome la cui formula più comune suona così: Kyrie Jesou Christè, Yiè tou Theou elèison me tón amartolón! (Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore). Tale pratica mistica affonda le sue radici nella spiritualità del deserto egiziano: Evagrio Pontico, Macario il Grande, Cassiano e altri, e di quello sinaitico in seguito. Di quest'ultimo, la figura più rilevante è quella dell'Abate del monastero di Santa Caterina, Giovanni Climaco il quale, nel suo scritto La scala del paradiso rielabora ed armonizza la tradizione precedente alla luce della sua personale esperienza ascetica. In tale opera l'autore consiglia ai suoi discepoli di unire al proprio respiro la memoria di Gesù (27,7) per scrutare in se stessi luminosamente, dopo aver aperto le porte del cuore, il divino sole dell' intelletto. L'asceta per acquisire la contemplazione (theoria) e l'illuminazione divina, una volta debellate le passioni carnali, manifestate dalla fuorviante immaginazione prodotta dal pensiero girovago, deve tralasciare nell'orazione ogni elemento discorsivo (loghismoì), ossia razionale, e pervenire al completo silenzio della mente attraverso la preghiera monologica (monologhìa). Infatti, per l'esicasta dotato di conoscenza, tale orazione diviene parte integrante e sensibile della sua interiorità, anzi lo possiede " perché illuminato sui suoi atti da ciò che vogliono dire le parole " (27,3).

Colui che ha raggiunto ed acquisito l'hesychia vive nella condizione deificata (theosis), ossia nello splendore della propria immagine divina (cf Gn 1,26) restituita alla primitiva bellezza dalla luce della risurrezione di Cristo e circoscrive l'incorporeo in una dimora corporale (27,7). Così, l'anacoreta che trascorre i suoi giorni vivendo immerso nell'hesychia, è trasformato in tempio dello Spirito, in quanto egli stesso partecipa della vita divina, e testimonia l'armonia interiore raggiunta nella contemplazione e nella pacificazione psicofisica.

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Autore: R. D'Antiga
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)