Elisabetta della Trinità


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I. Vita e opere. E. Catez - che nel monastero carmelitano di Dijon sarà chiamata " della Trinità " - nasce a Camp d'Avor (Bourges) nel 1880. A sette anni perde il padre e scopre la misericordia di Dio nel sacramento della confessione. Di carattere fiero e impetuoso, perfino collerico, la bambina subisce un cambiamento radicale quando riceve per la prima volta la SS.ma Eucaristia. Nella stessa occasione compie una visita rituale al Carmelo dove la Priora interpreta affettuosamente il suo nome, spiegandogliene così il senso: Elisabetta cioè " casa di Dio ", spiegazione che si radica indelebilmente nell'anima della piccola. Riceve la sua educazione in famiglia da alcune istitutrici private e frequenta il Conservatorio musicale di Dijon conseguendovi il diploma con voti lusinghieri. A diciassette anni si sente chiamata al Carmelo, ma la madre le nega il consenso e le proibisce qualsiasi rapporto con il monastero. A diciannove anni la proibizione viene tolta, ma il consenso è rimandato fino al compimento dei ventun anni (la maggiore età, a quel tempo). Entra, così, in monastero nel 1901 e vi muore, dopo dolorosissima malattia, nel novembre del 1906.

In questo breve arco di vita (ventisei anni, di cui solo cinque al Carmelo) E. non presenta carismi eccezionali né manifestazioni mistiche particolari. Non possediamo di lei scritti particolarmente impegnativi (solo alcune note di diario, alcune poesie e alcune lettere), se non due Ritiri composti al termine della vita (nel luglio e nell'agosto del 1906). Il suo testo più celebre è senza dubbio la Elevazione alla SS.ma Trinità, una preghiera scritta di getto, nel novembre 1904, con la quale ella tocca, d'un balzo, i più alti vertici della letteratura mistica.

Molti aspetti della sua esperienza e della sua dottrina risaltano dall'epistolario.

II. Esperienza mistica. Decisivo nella vita di E. è l'incontro - avvenuto nel febbraio del 1900 - con il P. Vallée, domenicano, che le parla del " troppo grande amore di Dio ", aiutandola a percepire il legame tra questo vortice d'amore - che ella già sperimenta nella sua anima - e il mistero trinitario: " Sì, figlia mia, tutta la Trinità è lì nella sua anima ", le spiega il padre, approfondendo a lungo tutta la dottrina cattolica della " inabitazione ". E. si trova come sommersa in un oceano, personalmente coinvolta nelle relazioni d'amore che legano il Padre, il Figlio e lo Spirito, ormai interamente dedita al suo compito di " adorazione ". " Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima ", questa verità diviene la sua certezza, il suo programma di vita e la dottrina costantemente insegnata a chiunque entri in rapporto con lei. " Io sono Elisabetta della Trinità, cioè Elisabetta che scompare, che si perde, che si lascia invadere dai "Tre" ". Così vive con una crescente intensità che s'irradia perfino dalla compostezza e dalla dignità dei suoi atteggiamenti esteriori. Scrive: " Sento tanto amore attorno alla mia anima! E come un oceano in cui mi getto e mi perdo... Egli è in me e io in lui. Non ho che da amarlo e da lasciarmi amare, ad ogni istante, in ogni cosa: svegliarmi nell'amore, muovermi nell'amore, addormentarmi nell'amore, con l'anima nella sua anima, il cuore nel suo cuore, gli occhi nei suoi occhi... Se sapesse come sono piena di lui! ".1 La sua dedizione alla Trinità è tale che ella cerca di stabilire sulla terra legami sul modello trinitario, soprattutto nel rapporto di assoluta devozione e amorosa obbedienza che intrattiene costantemente con la sua priora. A partire dal 1904, E. scopre nella Scrittura il suo " nome nuovo ", meditando la lettera di s. Paolo agli Efesini, secondo cui " siamo stati predestinati ad essere "lode della sua gloria" ". " Laudem gloriae ", così E. comincia a firmare le sue lettere, mentre cerca di dare a tutta la sua esistenza questa particolare " musicalità ", come se l'artista dovesse identificarsi con la sua arte: l'arte di lodare Dio con ogni fibra del proprio essere.

Nel 1905, viene colpita da un morbo devastante, e allora incurabile, che la pone " su un altare di dolore ", una sofferenza così atroce da farle perfino subire la tentazione del suicidio. Si spalanca per lei, già tutta avvolta d'amore di Dio e per Dio, un nuovo abisso di possibile tenerezza. Continua a ripetersi e a meditare queste parole di Angela da Foligno: " Dove abitava Gesù se non nel dolore? ". Comprende, così, e sperimenta che nessuna " unione con Dio " è veramente assicurata su questa terra, se il nodo nuziale non viene stretto indissolubilmente sulla croce.

Nel novembre del 1906, E. muore, con questo " programma ultraterreno ": " Mi sembra che in cielo la mia missione sarà quella di attrarre le anime, aiutandole a uscire da se stesse per aderire a Dio, con un movimento del tutto semplice e pieno di amore e di custodirle in quel grande silenzio interiore che permette a Dio di imprimersi in loro e di trasformarle in lui stesso! ".2 Il posto di E. nella storia della spiritualità e della mistica è stato molto ben delineato da H.U. von Balthasar: " E. appartiene a quella categoria di apostoli che militano sulla frontiera tra il visibile e l'invisibile; nell'invisibile della contemplazione verso cui deve condurre l'azione visibile; nell'invisibile della vita, verso cui deve indirizzare una certa visibilità del pensiero, che ha funzioni di sorgente, di aiuto e di scopo; nell'invisibile di tutto il mondo soprannaturale e divino, verso cui deve avviare gli sguardi, la via che, pur in procinto di scomparire, è ancora visibile, la via dell'esistenza che va lentamente affondando nell'oscurità. E benché ogni vita contemplativa sia, in senso generale, una testimonianza resa all'invisibile, vi sono persone chiamate a parlarne espressamente e a darne una formulazione precisa. E. è una di queste ".3

L'" interiorità " come dimensione sommamente realistica dell'esistenza cristiana; la " comunione " con l'Ineffabile e l'inesorabile " comunicazione " che occorre darne alla Chiesa e al mondo; l'" immersione " nei misteri dell' Incarnazione fino a raggiungere il cuore della Trinità e il cuore del mondo, nel proprio stesso cuore; l'" arditezza teologale " che le fa risolvere di getto i più gravi problemi posti al nostro fragile pensiero teologico (ad esempio, il duro problema della " predestinazione ") sono i doni e il messaggio che E. della Trinità ci ha lasciato.

Note: 1 Lettera dell'agosto 1903 al canonico Angles; 2 Lettera del 28 ottobre 1906; 3 Sorelle nello spirito, Milano 1991, 288.

Bibl. Opere: Elisabetta della Trinità, Opere, a cura di L. Borriello, Cinisello Balsamo (MI) 1993. Studi: Aa.Vv., Elisabetta della Trinità. Esperienza e dottrina, Roma 1980; H.U. von Balthasar, Sorelle nello spirito, Milano 1991; A. Batlogg, s.v., in WMy, 134; L. Borriello (cura di), L'esperienza mistica di Elisabetta della Trinità, Napoli 1987; H.D. Egan, Elisabetta della Trinità, in Id., I mistici e la mistica, Città del Vaticano 1995, 594-603; M.M. Philipon, s.v., in DSAM IV, 590-594; Id., La doctrine spirituelle de Soeur Elisabeth de la Trinité, Paris 1938; A.M. Sicari, Elisabetta della Trinità. Un'esistenza teologica, Roma 1984.

Autore: A.M. Sicari
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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