Egoismo


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I. Il termine e. è abbastanza recente (secc. XVIIXVIII); deriva dal pronome latino " ego " ed indica caratteristiche personali opposte a quelle espresse dal termine " altruismo ", a sua volta derivante dal latino " alter ".

Dal punto di vista psicologico, la parola può indicare " l'amore di sé " e " l'istinto di conservazione e di sviluppo del proprio io ": tale accezione mitiga di molto il senso comune e più diffuso che esprime piuttosto un amore eccessivo di sé, un bisogno sproporzionato di conservazione e di valorizzazione di se stesso anche a danno degli altri, quasi un cristallizzarsi dell'individuo nella propria realtà e nella propria storia per cui tutto è riferito a se stesso, quasi che il proprio io sia il centro dell'universo.

In effetti, l'egoista riflette uno squilibrio nella relazione con gli altri; manifesta una distorsione della intersoggettività dovuta spesso a disturbi di maturazione dell'affettività e della giusta percezione della realtà individuale e sociale, blocchi di varia origine nel trovare, e poi nell'occupare con serenità, il proprio posto nel contesto della società di appartenenza.

II. Dal punto di vista etico-spirituale, e. sta ad indicare l'atteggiamento morale, acquisito e sviluppato con atti liberamente scelti ed attuati, di chi cerca esclusivamente la soddisfazione dei propri interessi personali e, in questa ottica, regola ogni sua azione: di fronte al proprio io, gli altri, e in definitiva, " l'Altro assoluto " che è Dio, perdono ogni valore autonomo per divenire meri strumenti in funzione eo a servizio di se stessi.

L'e. è, dunque, un modo di essere e di porsi in relazione agli altri e a Dio, una modalità in cui l'io è il metro di misura e di giudizio, un metro stabilito e proteso alla " dovizia dell'avere per sé " a danno della " pienezza dell'essere sé ".

In realtà, l'e. è il cammino di autodistruzione di se stessi e del tessuto sociale. L'egoista pensa di amarsi, invece fa del male a se stesso perché, chiudendosi nel " per sé ", si priva di tutto ciò che lo rende uomo, cioè soggetto e oggetto di amore oblativo.

L'uomo " perfetto ", invece, sa " uscire da sé " per andare " verso la terra promessa " della comunione e della pace; tutto ciò che di bello e di buono è e possiede diventa dono per gli altri in quella feconda creatività dello Spirito che fa l'uomo davvero " nuovo ", cioè gloria e trasparenza di Dio, " luogo " di incontro con Dio per i fratelli.

III. Per Tommaso d'Aquino,1 vi è male morale quando l'uomo ama se stesso in modo disordinato. Poiché all'uomo è stato comandato di amare il prossimo come se stesso (cf Mt l9,19), volere a se stesso il bene conveniente non solo è naturale, ma addirittura doveroso. Tommaso distingue un amore disordinato da un amore ordinato. Il giusto amore per se stesso spinge verso il bene: " L'uomo tende naturalmente al proprio bene e alla propria perfezione, e questo significa amare se stesso ".2 Un tale amore ordinato per sé è amore che " la volontà non può non volere " 3 perché l'uomo non può non cercare quella perfezione che all'atto della creazione è stata inscritta nel suo cuore come compito da attuare lungo il corso della sua esistenza.

L'uomo è, dunque, aperto a ciò che davvero è bene, alla perfezione (cf Mt 5,48). Il vero amore per sé, poi, è insieme dono divino e compito umano di integrazione e di maturazione di sé per un'autentica oblatività nell'amore.

L'e. è agli antipodi di un tale amore, perché l'egoista è, in definitiva, quell'individuo che ama meno se stesso perché " chi vorrà salvare la propria vita, la perderà " (Mt 16,25).

Nella logica divina, e. equivale a chiusura al " vero bene " (cf GS 13) così come massimamente si offre nella sequela evangelica (cf Mt 19,21-22), rifiuto della " luce vera, quella che illumina ogni uomo " (Gv 1,9) e lo spinge a farsi dono per gli altri, come Gesù che " ci dona di vivere come lui ha vissuto, ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli " (VS 88).

III. Nell'esperienza mistica. Da quanto detto si evince che l'e. è la tomba della vita, il soffocamento della vera preghiera, lo spegnersi della verità dell'uomo nella prigione del proprio io.

Allora l'altro, e a livello estremo l'Altro che è Dio, dà fastidio non solo per quello che dice eo per quello che chiede, ma solo perché c'è: " Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete... " (Gc 4,1-3).

Una tale situazione chiede salvezza perché il cuore possa dilatarsi, ..." sorridere " allo Spirito di Dio, agli altri, a se stesso ed aprirsi a quella libertà che rende possibile il dono di sé nell'amore. " Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi " (Gal 5,1) per vivere nella comunione trinitaria, fondamento di ogni esperienza mistica.

Note: 1 Cf. STh I-II, q. 77,4; 2 Ibid., I, q. 60,3; 3 Ibid., I-II, q. 10,2.

Bibl. C. Gennaro, s.v., in DES II, 874-875; M. Ossowska, La notion d'égoïsme dans ses rapports avec divers types de relations sociales, in Revue philosophique de la France et de l'étranger, 140 (1950), 267-279; J. Tonneau, s.v., in DSAM IVl, 480-501; Tommaso d'Aquino, STh I-II, q. 77,4.

Autore: G. Giuliano
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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