Filippesi (Lettera ai)


È una delle quattro lettere della cattività romana (61-63): v. Colossesi.
Le relazioni di Paolo con i F. datano dall'anno 51, al tempo del secondo viaggio apostolico. Filippi fu la prima cristianità paolina in Europa, a lui particolarmente cara, anche perché gli costò flagellazione e prigionia; come meravigliosamente ricorda Luca (At. 16, 11-40), che probabilmente vi si fermò fino al 58. Nel terzo viaggio Paolo rivide questa cristianità (At. 20, 1. 3, 6): vi celebrò anzi la Pasqua del 58. Quando i F. seppero che l'Apostolo era prigioniero a Roma, gl'inviarono Epafrodito, (forse il loro vescovo), per testimoniargli il loro affetto in una maniera assai tangibile. Veniva infatti ad assisterlo ed aveva seco anche un aiuto in denaro per sollevare la povertà di Paolo (2, 25; 4, 18). La presenza di Epafrodito fu una grande gioia al cuore di Paolo, così sensibile all'affetto ed all'amicizia. Ben presto divenne emulo dell'Apostolo nelle fatiche e nelle lotte dell'apostolato cristiano, finché non fu colpito da una gravissima malattia, che lo ridusse agli estremi. Ma si riebbe. Paolo, appena fu possibile, s'affrettò a rinviarlo a Filippi per tranquillizzare quei cari cristiani sulla realtà della guarigione e per informarli delle vere condizioni della sua stessa persona e della sua causa presso il tribunale di Cesare. Partendo da Roma Epafrodito portava con sé questa lettera, che forse, più di tutte le altre, s'avvicina al tenore confidenziale e cordiale d'una lettera moderna.
Non si hanno in essa tesi dogmatiche da esporre o difendere e nemmeno spunti polemici od apologetici d'una certa ampiezza da sottolineare con particolare energia. È la nostra piuttosto una lettera di ringraziamento al Padre d'ogni consolazione ed il anche un ringraziamento ai F. per il loro buon cuore. Il loro padre lontano gioisce nel ricordare questi figlioli, che mai l'hanno contristato e che furono sempre i primi nell'ascoltarne l'invito verso la perfezione cristiana.

Colui che ad ogni costo volesse trovare un nesso logico qualunque tra le varie parti di questa lettera si troverebbe certo a mal partito: l'unico elemento costante è la santa gioia cristiana, che pervade tutta la lettera, e che traboccando dal cuore di Paolo si vuole espandere nei lettori lontani (Prat). Con un po' di buona volontà si può distinguere una parte piuttosto storica (1, 12-2, 30) da un'altra parenetica (3·, 1-4, 20); la prima viene introdotta da un osannante ringraziamento a Dio per l'ottimo stato spirituale della chiesa di F. (1, 1-11); la seconda viene conclusa - ed è la conclusione dell'intera epistola - da un breve, ma toccante epilogo (4, 21-23.).

Quella che abbiamo chiamata parte storica contiene delle preziose informazioni personali, le quali integrano certamente in più aspetti, le modeste notizie ricavabili dagli Atti degli Apostoli. Così sappiamo la posizione di Paolo nella Città dei Cesari e quindi qualcosa della diffusione del Vangelo nell'Urbe. La sua prigionia ha contribuito assai a questo fatto e la notizia dell'incatenamento di Paolo a causa del messaggio cristiano si è diffusa fra i Pretoriani ed in generale fra tutti i cittadini. Dalla resistenza di Paolo molti si fanno coraggio per propagare il Vangelo: anche se alcuni lo facciano per meschino spirito di invidia e di contesa. Paolo confessa d'essere superiore a queste meschinità: egli vive per Cristo. Il morire sarebbe un guadagno per lui; ma è persuaso che sopravvivrà per il bene dei fedeli e per il gaudio della loro fede (I, 12-26). A questo punto il cuore dell'Apostolo non può fare a meno dall'esortare i F. alla fermezza nelle fede, camminando in modo degno del Vangelo, praticando innanzi tutto la carità e conservando l'unità degli spiriti, il cui fondamento è l'umiltà. I cristiani hanno nel Verbo Incarnato un modello veramente divino dinanzi agli occhi: cerchino d'imitarne l'abbassamento! (1, 27-2, 11). Sappiano che Dio li vuole salvi; ma vuole pure che essi cooperino al disegno meraviglioso del Padre celeste (2, 12-18). Raccomanda ai F. Timoteo, che spera di mandare quanto prima da loro: personalmente spera di rivederli tra poco (2, 19.24). Loda Epafrodito, che chiama suo fratello, collaboratore e commilitone, che tanto bene fece presso Paolo e che rimanda loro, affinché possano gioire nel rivederlo vivo dopo la mortale malattia (2, 25- 30).

Nella parte morale dell'epistola Paolo esorta i F. ad essere cauti ed energici nei riguardi dei giudaizzanti e dei cattivi cristiani. Imitino piuttosto il loro padre, l'Apostolo, tendendo alla perfezione con lo slancio dell'atleta che corre nel circo (3, 1-4, 1). Raccomanda a due signore la concordia, a tutti il gaudio e lo studio delle virtù (4, 2-9). Ringrazia infine quei buoni e cari fedeli per il denaro inviatogli: espressione del loro affetto (4, 10-20). Nell'epilogo Paolo invia saluti e benedizioni. Notevolissima in questa lettera la formula piena della duplice natura divina e umana del Cristo, della sua passione e morte come via alla glorificazione dell'uomo-Dio; fulgido esempio per tutti i fedeli (2, 5-11).
[G. T.]

BIBL. - A. MÉDEBIELLE, ne La Ste Bible, (ed. Pirot, 12), Parigi 1938 [1946], pp. 77-100: HOPFL-GUT-METZINGER, Intr. Spec. in N.T., 5a ed., Roma 1949, pp. 417-21; J. HUBY, Epistole della prigionia, trad. it., Roma 1959, pp. 217-310.


Autore: Sac. Giuseppe Turbessi
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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