Filemone (Epistola a)


Una delle quattro lettere scritte da s. Paolo durante la prima prigionia romana (61-63· d. C.): è una brevissima epistola di accompagnamento per Onesimo, lo schiavo ladro e fuggiasco, che faceva ritorno al suo padrone F. Questo F. era un facoltoso signore di Colossi (Col. 4, 7 ss.), amico devoto dell'apostolo Paolo che l'aveva guadagnato alla fede (Philem. 19); da uomo generoso e zelante della diffusione del Vangelo, accoglieva nella sua casa i cristiani per la celebrazione dei misteri divini (Philem. 2.5 ss.); suoi probabili moglie e figlio erano Appia ed Archippo (Philem. 2), il quale ultimo doveva avere una parte importante nella Chiesa di Colossi (Col. 4, 17). Uno schiavo di F., Onesimo, dopo aver derubato a quanto pare il padrone (Philem. 17) per sfuggire al meritato castigo, era riuscito ad evadere e si era spinto fino a Roma. Essendo venuto a contatto con Paolo, ivi prigioniero (Philem. 1.9-10), e convertitosi al Cristianesimo (Philem. 10), era da Paolo rimandato a Colossi dal suo padrone con un biglietto di accompagnamento, vergato dalla mano stessa di Paolo (Philem. 19) in forma brevissima ma con accenti di un cuore sensibilissimo e riboccante di carità. Il contenuto è semplicissimo: dopo il saluto iniziale a F., Appia ed Archippo (v. 1-3), il ringraziamento e la lode della carità, fede e generosità del destinatario (v. 4-7), s. Paolo tratta l'argomento principale del biglietto (v. 8-17): il perdono ed il trattamento fraterno da usar si verso lo schiavo ladro e fuggitivo. Il tono non è di comando (di per sé autorizzato) ma di supplica: come amico, apostolo di Cristo, prigioniero e vecchio, s. Paolo si mostra pure disposto al risarcimento pel danno arrecato, facendo però intendere, in tono scherzevole, che, se si dovessero regolare i conti, F. sarebbe il debitore e non il creditore (v. 18-21). Dopo aver espressa la speranza certa di essere liberato e poter così spingersi fino a Colossi, S. Paolo aggiunge i saluti dei suoi discepoli e collaboratori che l'assistevano nella prigionia (v. 22-35).
Questo biglietto è la magna charta della libertà cristiana: non viene abolita la schiavitù ma vengono ribaditi quei principi cristiani di libertà, ispirati alla dottrina di Cristo, già altrove enunciati (Gal. 3, 27 s.; 1Cor 7, 20 s.; Eph. 6, 5-9; Col. 3, 2.25), che dovevano portare gradatamente all'abolizione della schiavitù.
Si è voluto paragonare questo biglietto con le lettere scritte da Plinio il Giovane all'amico suo Sabiniano in favore di uno schiavo fuggitivo (Lett. IX, 21. 24). Ma la distanza è grande giacché in Plinio s'ammirano sensi di umanità e di generosità di cuore, in s. Paolo invece, tenerezza di padre, affezione profonda trasfigurata dalla fede e dall'amore di Cristo. La letteratura pagana non ha mai prodotto nulla di simile a «questo simile capolavoro di tatto, di cortesia, di nobiltà e di grazia squisita» (F. Prat).
[A. R.]

BIBL. - M. ROBERTI, La lettera di s. Paolo a Filemone e la condizione giuridica dello schiavo fuggitivo. Milano 1933; P. MÉDEBIELLE, Epitre à Philémon (La Ste Bible, ed. Pirot, 12), Parigi 1938.


Autore: Sac. Armando Rolla
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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