Tempo


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La Bíbbia, rivelazione del Dio trascendente, si apre e si Chiude Con annotazioni temporali: « In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gen 1, 1), « Sl, vengo presto » (Apoc 22, 20). Così in essa Dio non è colto in modo astratto, nella sua essenza eterna, come avviene in Platone od Aristotele, ma nei suoi interventi in terra, che fanno della storia del mondo una storia sacra. Per questo la rivelazione biblica può rispondere alle questioni religiose che la coscienza umana, contrassegnata dal divenire, si pone a proposito del tempo, perché ha essa stessa struttura storica.

INTRODUZIONE

1. « In principio ». - La Genesi, per incominciare, evoca l'atto creativo di Dio. Questo atto segna un inizio assoluto, di modo che, a partire da esso, ogni durata appartiene all'ordine delle cose Create. Questo modo di vedere è in netto Contrasto con la concezione dell'« inizio » che si nota nei paganesimi vicini. Ad esempio, nel poema babilonese della creazione, si vede il dio Marduk stabilire le Cornici del tempo cosmico ed umano: astri, costellazioni, cicli della natura; allora íncomincia il tempo astronomico misurabile. Ma prima di questo, in un tempo primordiale Che è il modello dell'altro, gli dèi avevano già avuto una storia, la sola storia sacra che il pensiero babilonese conosca e che è dell'ordine del mito. Da una coppia divina primitiva, Aspu e Tiamat, erano uscite genealogie successive; una lotta aveva messo gli dèi alle prese tra loro; l'apparizione del mondo e degli uomini era il risultato finale di questa lotta. Così gli dèi sono Conglobati in una stessa genesi con il Cosmo intero, Come se non fossero essi stessi che imperfettamente sottratti alla Categoria del tempo. Nella Genesi biblica, invece, la trascendenza di Dio si afferma in modo radicale: « In principio Dio creò... » (Gen 1, 1); « Nel giorno in cui Jahve- Dio fece la terra ed il cielo... » (2, 5). Non c'è un tempo primordiale in cui si svolga una storia divina, perché le grandi immagini della lotta cosmica in cui Dio affronta le forze del caos (Sal 74, 13 s; 89, 11) non evocano la sua storia, ma quella del mondo nel quale mette ordine. L'atto Creatore segna l'inizio assoluto del nostro tempo, che è buono, Come tutto il resto della creazione; ma a questo tempo Dio preesisteva. Ciò che si svolgerà nel tempo è il suo disegno, che ordina da prima tutta la creazione in vista dell'uomo, poi dirige il destino dell'uomo in vista di una fine misteriosa.

2. Tempo ed eternità.
a) Il tempo. - Opera di Dio, il tempo serve quindi di cornice ad una storia che ci Concerne. Ciò si nota già nel racconto biblico della creazione. I sette giorni della Genesi hanno indubbiamente una giustificazione pedagogica: inculcano la santificazione del sabato. Ma forniscono pure una visione religiosa della durata in cui a poco a poco l'universo si completa. Dio inserisce progressivamente le sue Creature nel tempo; a poco a poco si riempie la cornice che accoglierà infine 1'uomo, la cui apparizione darà un senso a tutto ciò che l'aveva preceduto. Si vede così Come il tempo non è una forma vuota, una pura successione di istanti giustapposti. E' la misura della durata terrestre, tale quale si presenta in concreto: da prima una durata cosmica, polarizzata dalla venuta dell'uomo, poi una durata storica, ritmata da generazioni, in cui l'umanità camminerà verso la sua fine. b) L'eternità. - Dio rimane trascendente in rapporto a questa duplice durata. L'uomo vive nel tempo, Dio nell'eternità. La parola ebraica `Slam, tradotta in modo vario (secolo, eternità, mondo...), designa una durata Che supera la misura umana: Dio vive « per sempre », « nei secoli dei secoli ». Per far comprendere la natura di questa durata di cui non abbiamo l'esperienza, la Bibbia la oppone al carattere transitorio del tempo cosmico (« Ai tuoi occhi mille anni sono come il giorno di ieri una volta passato, come una vigilia della notte », Sal 90, 4) e del tempo umano (« I miei giorni sono Come l'ombra che declina..., ma tu, o Jahve, siedi in eterno », Sal 102,12 s). Una meditazione di questo genere affina il senso della trascendenza divina, che si vede espressa nettamente nei testi più recenti. Mentre la Genesi considerava Dio « in principio », nel suo atto creativo, i Proverbi lo contemplano prima del tempo, « dall'eternità », quando non aveva presso di sé che la sapienza (Prov 8, 22 ss). Questa eternità confonde Giobbe (Giob 38, 4), ed il salmista proclama: « Di secolo in secolo tu sei Dio » (Sal 90, 2). La Bibbia riesce quindi a conciliare la coscienza della trascendenza di Dio con la Certezza del suo intervento nella storia. Sfugge Così ad una duplice tentazione: sia di divinizzare il tempo (il dio Cronos del pantheon greco), sia di negargli ogni significato dinanzi a Dio, come fa l'Islam.

VT

Due aspetti si sovrappongono nell'esperienza umana del tempo: quello regolato dai Cicli della natura (tempo Cosmico) e quello che si svolge nel fluire degli avvenimenti (tempo storico). Dio li governa allo stesso modo e li orienta assieme verso una stessa fine.

I. IL TEMPO COSMICO

1. Misure del tempo. - Lo stesso Dio creatore ha stabilito i ritmi ai quali obbedisce la natura: l'avvicendarsi del giorno e della notte (Gen 1, 5), il movimento degli astri che presiede all'uno e all'altra (1, 14), il ritorno delle stagioni (8, 22). Il fatto che questi cicli ritornino ad intervalli regolari è un segno dell'ordine Che egli ha posto nella sua creazione (cfr. Eccli 43). Tutti i popoli hanno preso questi Cicli come base della misura del tempo. Sotto questo aspetto il calendario ebraico non ha alcuna originalità, salvo l'uso della settimana con il sabato finale. Per il resto esso è costituito da elementi presi in prestito e sembra aver subito molte variazioni nel corso delle età. Nel VT oscilla tra il computo solare e quello lunare. La divisione dell'anno in dodici mesi corrisponde al ciclo solare. Ma il mese, per il suo nome e le sue divisioni, segue il ciclo lunare perché inizia con la neomenia o luna nuova (Eccli 43, 6 ss). L'anno ebraico dapprima cominciava in autunno, nel mese di tigri (Es 23, 16; 34, 22), poi in primavera, nel mese di nisan (Es 12, 2). Quanto agli anni, essi furono da prima contati in base ad avvenimenti notevoli: regni (Is 6, 1), accidenti naturali (Am 1, 1). Solo in epoca tarda si pervenne all'adozione di un'era: l'era dei Seleucidi (1 Mac 1, 10; 14, 1; 16, 14), poi, all'epoca rabbinica, l'era giudaica che parte dalla creazione del mondo. 2. Sacralizzazione del tempo. - Il tempo cosmico misurato dal calendario non è una cosa puramente profana. Tutte le religioni antiche gli conferiscono carattere sacro. Riconoscono ai cicli della natura un significato sacro perché, così pensano, potenze divine li dirigono e si manifestano attraverso ad essi. Questa sacralizzazione mitica impone che si stabilisca il calendario delle feste: esse seguono il ritmo delle stagioni e dei mesi. Una simile concezione dei tempi sacri Costituì per Israele una tentazione permanente, denunciata dai profeti (Os 2,13). Ma eliminando dal suo calendario religioso tutti i riferimenti ai miti politeistici, il VT non ha tuttavia rigettato la sacralità naturale dei Cicli Cosmici. Ha conservato la celebrazione della luna nuova (1 Sam 20, 5; Am 8, 5; Is 1, 13) e la Pasqua dei nomadi in primavera (Es 12). Ha rispettato le usanze agricole del calendario cananeo: feste degli azzimi in primavera, all'inizio della messe dell'orzo (Es 23, 15; cfr. Deut 16, 8); offerta delle primizie (Deut 26, 1) e del primo covone (Lev 23, 10 s); festa della messe, detta delle settimane o della Pentecoste (Es 23, 16; 34, 22; Lev 23, 16), e del racconto in autunno, con i suoi festeggiamenti di fine stagione (Es 23, 16; Deut 16, 13; Lev 23, 34- 43). Ma a queste celebrazioni tradizionali la rivelazione ha dato a poco a poco un nuovo contenuto, che trasforma il loro carattere sacro; ne ha fatto i memoriali dei grandi atti di Dio nella storia. La Pasqua e gli azzimi hanno ricordato l'uscita dall'Egitto (Es 12, 17. 26 s) e l'ingresso di Canaan (Gios 5, 10 ss); la Pentecoste, l'alleanza al Sinai; la festa d'autunno, il soggiorno nel deserto (Lev 23,43). Poi nuove feste sono venute a commemorare altri ricordi della storia sacra (ad es. la dedicazione: 1 Mac 4,36-59). Oltre l'anno, prendono posto altri cicli più lunghi: decime triennali (Deut 14, 28 s), anno sabbatico e giubilare (Lev 25). Da una festa all'altra continua il Ciclo regolare delle settimane. Infine la Consacrazione religiosa del tempo penetra nel Ciclo giornaliero, dove i rituali prevedono sacrifici, offerte e preghiere ad ore fisse (2 Re 16, 15; Ez 46, 13 s; Num 28, 3-8). Tutta l'esistenza dell'uomo è così racchiusa in una rete di riti che la santificano. Il posto del Calendario sacro nella vita d'Israele è così importante Che, attentandovi, il re persecutore Antioco Epifane si le verà contro Dio stesso (Dan 7, 25; 1 Mac 1, 39. 43. 55), perché alla sacralizzazione del tempo sanzionata dalla rivelazione vorrà sostituire una sacralizzazione pagana.

II. IL TEMPO STORICO

l. Cicli cosmici e tempo storico. - Il tempo Cosmico è di natura ciclica. Il pensiero orientale e greco è stato talmente Colpito dall'inserimento della vita umana in questi cicli del Cosmo che del ritorno eterno delle cose ha fatto la legge fondamentale del tempo. Senza giungere a questa conclusione di ordine metafisico, Qohelet è stato vivamente impressionato dallo stesso fatto: la vita umana è dominata da tempi ineluttabili (« un tempo per nascere e un tempo per morire », Eccle 3, 1-8), da una ripetizione incessante degli stessi eventi (« ciò Che fu, è quello stesso che sarà; ciò Che avvenne, è quello Che avverrà », 1, 9; 3, 15). Così vengono indicati i limiti dello sforzo umano, nonché la difficoltà di percepire l'azione del governo divino nel ritorno perpetuo delle cose. Ma questo pessimismo è l'eccezione, perché la Bibbia è dominata da un'altra concezione del tempo, che corrisponde alla sua rappresentazione della storia.

La storia non obbedisce alla legge del ritorno eterno. È orientata nel suo fondo dal disegno di Dio che vi si svolge e vi si manifesta; è costellata da eventi che hanno un Carattere unico e non si ripetono, che si depositano nelle memorie. L'umanità, Così arricchita a poco a poco dalla sua esperienza della durata, diventa capace di progresso. Per tal modo il tempo storico differisce qualitativamente dal tempo cosmico, Che assume trasfiguranuolo ad immagine dell'uomo. Esso ha le sue particolari misure di grandezza, che sono in rapporto Con la vita umana. Primitivamente Israele aveva della durata una nozione familiare: si contava per generazioni (e la stessa parola tóledótb designa praticamente la storia, Gen 2, 4; 5, 1; ecc.). A partire dalla monarchia si conta per regni. Più tardi verranno le ere. In questi computi storici appare più di una volta un certo gusto delle cifre. Tuttavia, in mancanza di riscontri sicuri, i numeri citati non corrispondono sempre a ciò che noi ci attendiamo attualmente dalla storia. Taluni sono approssimativi o schematici (i 400 anni di Gen 15,13). Altri hanno un valore simbolico (i 365 anni della vita di Enoch, Gen 5,23). Mostrano non di meno la preoccupazione degli scrittori sacri di far vedere la rivelazione inserita nel tempo.

2. Sacralizzazione del tempo storico. - Nelle religioni pagane il tempo storico non ha sacralità se non nella misura in cui un evento particolare riproduce la storia primordiale degli dèi, Come fanno i cicli della natura. Si tratta di una sacralità mitica. Su questo punto la rivelazione biblica apporta innovazioni radicali. Dio vi si manifesta effettivamente mediante la storia sacra; gli eventi di Cui questa è intessuta sono i suoi atti in terra. Perciò il tempo in cui questi eventi si inscrivono ha di per sé un valore sacro: non già in quanto ripete il tempo primordiale in Cui Dio ha creato il mondo una volta per sempre; ma in quanto apporta del nuovo, a mano a mano che le tappe del disegno di Dio si succedono, e ciascuna ha il suo significato particolare. Ciò che conferisce un senso a tutti questi punti del tempo non è d'altronde la rete dei fattori storici che vi si incrociano; la Bibbia quindi presta poca attenzione a questo aspetto delle Cose. Esclusivamente l'intenzione divina li orienta verso una fine misteriosa, in cui il tempo raggiungerà il suo termine e nello stesso tempo la sua pienezza.

III. IL TERMINE DEL TEMPO

1. L'inizio e la fine. - La storia sacra, che Comprende tutto il destino del popolo di Dio, si inscrive tra due termini correlativi: un inizio ed una fine. Il pensiero antico, quando si è raffigurata la perfezione umana, l'ha collocata generalmente alle origini, come un'età aurea seguita da una degradazione progressiva nel tempo. Ha visto talora una reviviscenza di questa età aurea nel ritorno del grande anno (egloga IV di Virgilio), il Che si riferiva ancora ad una concezione ciclica del tempo.

Anche la Bibbia Colloca alle origini umane una perfezione primitiva (Gen 2). Ma per essa, la perdita di questo stato iniziale non è affatto dovuta ad un processo naturale di evoluzione Cosmica; è stato il peccato dell'uomo a causare tutto il dramma. Da allora la storia è travagliata da due movimenti contrari. Da una parte vi si nota lo sviluppo progressivo del male, una decadenza spirituale, che chiama infallibilmente il giudizio di Dio. Così fu nella preistoria, dalle origini al diluvio, giudizio-tipo; Così è nel Corso dei secoli, tanto Che le apocalissi possono estendere al presente ed al futuro questa interpretazione catastrofica del tempo (Dan 2; 7). Ma dall'altra parte si nota pure un progresso verso il bene, Che prepara infallibilmente la salvezza degli uomini. Così fu già nella preistoria, quando Dio sceglieva Noè per salvarlo e fare alleanza con lui. Così sarà, infine, quando la perfezione primitiva ritornerà in terra al termine della storia sarta; Certamente non con un semplice processo di ritorno automatico alle origini, ma con un atto sovrano di Dio, che Compirà assieme il giudizio del mondo peccatore e la salvezza dei giusti. Per strappare Israele all'attrattiva del paganesimo e della sua concezione della durata umana, i profeti insisteranno su questo termine del tempo e sulle preparazioni morali che esige.

2. Ciò che sarà la fine. - Il giorno di Jahve, prima nozione escatologica chiaramente espressa (Am 5, 18; Is 2, 12), appare dapprima come una minaccia Costantemente imminente, sospesa sul mondo peccatore. Tuttavia la sua data, fissata nei segreti di Dio, rimane ignota. Per designarla i profeti par lano semplicemente della « fine dei giorni » (Is 2,2); oppure oppongono al « primo tempo », il passato, un « ultimo tempo » che vi farà Contrasto (Is 8, 23). Il periodo attuale, quello del mondo peccatore, sarà chiuso da un giudizio definitivo. Incomincerà allora una nuova età, di cui i testi ci danno descrizioni incantevoli: età di giustizia e di felicità, che introdurrà nuovamente in terra la perfezione del paradiso (Os 2, 20 se-; Is 11, 1-9). Il futuro non avrà quindi misura Comune Con il tempo presente; tuttavia, all'inizio, i profeti non stabilivano una discontinuità radicale tra i due: i tempi nuovi, di durata indefinita (Is 9, 6), avrebbero coronato la storia senza lasciare il piano in cui essa attualmente si svolge. Dopo l'esilio si accentua progressivamente la differenza tra il « secolo (od il mondo) presente » ed il « secolo venturo »: quest'ultimo sarà inaugurato dalla creazione dei « nuovi cieli » e della « nuova terra » (Is 65, 17); in altre parole, si troverà su un piano radicalmente nuovo, quello dei misteri divini, la Cui rivelazione costituisce l'oggetto proprio delle apocalissi.

3. Quando verrà la fine. - Effettivamente- le apocalissi guardano con passione a questo termine (Dan 9, 2), a questo « tempo della fine » (11, 40), Che la speranza giudaica attende Con impazienza. Lo scorgono sempre in un futuro prossimo, che succede senza transizione alla scottante realtà presente. Ma i « tempi ed i momenti » fissati da Dio rimangono un suo segreto (cfr. Atti 1, 7). Le speculazioni numeriche che vengono proposte a questo riguardo sono di ordine simbolico, dai settant'anni di Geremia (Ger 29, 10) alle settanta settimane di anni di Daniele (Dan 9), periodi il cui significato è correlativo a quello dell'anno sabbatico e dell'anno giubilare (cfr. Is 61, 2; Lev 25, 10). Con ciò l'annunzio biblico degli ultimi tempi si distingue totalmente dalle speculazioni escatologiche, cui i periodi agitati hanno sempre dato occasione. Ciò Che il VT fornisce non è una determinazione matematica della data in cui nascerà Gesù Cristo o arriverà la fine del mondo. P. una visione in profondità della totalità del tempo - passato, presente e futuro - che ne scopre l'orientamento segreto e ne rivela così il senso. L'uomo non potrebbe trarne alcuna soddisfazione per la sua curiosità inquieta, ma soltanto una coscienza delle esigenze spirituali che il tempo in cui vive comporta.

NT

I. GESÚ ED IL TEMPO

1. Gesù vive nel tempo storico. - Con Gesù è giunta la fine verso la quale erano orientati i tempi preparatori. Quest'ultimo atto di Dio si inserisce in modo preciso nella durata storica: Gesù nasce « nei giorni del re Erode » (Mt 2, 1); la predicazione di Giovanni incomincia « l'anno quindicesimo del regno di Tiberio Cesare » (Lc 3, 1); Gesù « rende la sua bella testimonianza sotto Ponzio Pilato » (1 Tim 6, 13). Poiché quest'ultimo è l'evento per eccellenza della storia sacra, verificatosi « una volta per sempre » (Rom 6, 10; Ebr 9, 12), tutte le Confessioni di fede Cristiane riportano il momento in Cui esso ha preso posto nel tempo umano. D'altronde Gesù, durante la sua vita in terra, ha accettato gli indugi normali che ogni maturazione umana esige (Lc 2, 40. 52). Ha quindi partecipato pienamente alla nostra esperienza del tempo. La sua Coscienza profetica gli fa però dominare il corso degli eventi, cosicché egli vive Con gli occhi fissi sulla morte a cui « deve » giungere per noi risuscitare (Mc 8,31; 9,31; 10, 33 s par.). Questa è la sua ora (Gv 17, 1), Che l'obbedienza al Padre gli vieta di anticipare (Gv 2, 4).

2. Il tempo di Gesù, pienezza dei tempi. - È essenziale Comprendere il significato di questo tempo di Gesù. D'altronde egli, fin dall'inizio della sua predicazione, lo proclama chiaramente: « I tempi sono compiuti ed il regno di Dio è vicino » (Mc 1, 15; cfr. Lc 4, 21). Durante tutto il suo ministero egli sollecita quindi i suoi uditori a comprendere i segni del tempo in cui vivono (MI 16, 1 se-). Infine piangerà su Gerusalemme che non ha saputo riconoscere il tempo in cui Dio la visitava (Lc 19, 44). Gesù corona quindi l'attesa giudaica. Con lui è giunta « la pienezza dei tempi » (Gal 4, 4; Ef 1, 10). Egli ha introdotto nella storia di Israele l'elemento definitivo che la predicazione del vangelo porrà in piena luce: « Ora, senza la legge, si è manifestata la giustizia di Dio attestata dalla legge e dai profeti » (Rom 3,21). Nello svolgimento del disegno di Dio si è verificato un evento in funzione del quale tutto si definisce in termini di « prima » e di « dopo »: « prima eravate senza Cristo, estranei alle alleanze della promessa » (Ef 2, 12); «ora egli vi ha riconciliati nel suo corpo di carne » (Col 1, 22). Il tempo di Gesù non è quindi soltanto al centro della durata terrena: portando il tempo al suo compimento, lo domina tutto intero.

II. IL TEMPO DELLA CHIESA

1. Prolungamento della escatologia. - Nella visuale del VT la fine era considerata in modo globale: il disegno di Dio sarebbe giunto a termine istituendo in terra nello stesso tempo il giudizio e la salvezza. Il NT introduce una Complessità all'interno di questa fine. Con Gesù l'evento decisivo del tempo si è verificato, ma non ha ancora portato tutti i suoi frutti. Gli ultimi tempi sono soltanto inaugurati; ma, a partire dalla risurrezione, essi si dilatano in un modo che i profeti e le apocalissi non avevano esplicitamente previsto. Nelle parabole Gesù aveva già lasciato intravvedere il cammino del regno verso una pienezza futura, il che supponeva un certo lasso di tempo (Mt 13,30 par.; Lc 4, 26-29). Dopo la risurrezione, la missione che egli dà agli apostoli suppone lo stesso prolungamento della escatologia (Mt 28, 19 s; Atti 1, 6 s). Infine la scena dell'ascensione distingue nettamente il momento in cui Gesù prende posto « alla destra di Dio » da quello in cui ritornerà in gloria per consumare la realizzazione delle promesse profetiche (Atti 1, 11). Tra i due momenti starà un tempo intermedio, qualitativamente diverso sia dal « tempo dell'ignoranza » in cui erano immersi i pagani (Atti 17, 30), sia dal tempo della pedagogia ín cui viveva fino allora il popolo di Israele (Gal 3, 23 se-; 4, 1 se-). È il tempo della Chiesa. 2. Significato del tempo della Chiesa. - Questo tempo della Chiesa è una epoca privilegiata. È fl tempo dello Spirito (Gv 16, 5-15; Rom 8, 15 se-), il tempo in cui il vangelo è notificato a tutti gli uomini, Giudei o pagani, affinché tutti possano beneficiare della salvezza. Situazione veramente paradossale. Da una parte questo tempo appartiene all'ordine definitivo delle Cose annunciato dalle Scritture: per noi, Che vi siamo entrati mediante il battesimo, la « fine dei tempi » è giunta (1 Cor 10, 11). Ma dall'altra parte esso coesiste con il « secolo presente » (Tito 2, 12), che deve passare, così come passerà la figura di questo mondo (1 Cor 7, 29 ss). La conversione al vangelo di Gesù Cristo rappresenta per ogni uomo un mutamento di era: è un passaggio dal « mondo presente » al « mondo futuro », dal tempo antico Che corre verso la rovina al tempo nuovo che Cammina verso la sua piena manifestazione. L'importanza del tempo della Chiesa deriva dal fatto che esso rende possibile questo passaggio. E' « il tempo accetto, il giorno della salvezza », posto ormai alla portata di tutti (2 Cor 6, 1 s). È l'« oggi » di Dio, durante il quale ogni uomo è invitato alla conversione e nel quale è necessario essere attenti alla voce divina (Ebr 3, 7 - 4, 11). E come, nel VT, il disegno di salvezza si svolgeva secondo le volontà misteriose di Dio, così il tempo della Chiesa obbedisce anche esso ad un certo piano, di cui alcuni testi fanno intravvedere l'economia. Ci sarà da prima un « tempo dei pagani » che comporterà due aspetti: da una parte « Gerusalemme [simbolo di tutto l'antico Israele] sarà Calpestata dai pagani » (LC 21, 24); dall'altra parte questi stessi pagani si convertiranno progressivamente al vangelo (Rom 11, 25). Poi verrà il tempo di Israele, quando a sua volta « tutto Israele sarà salvato » (Rom 11, 26), ed allora sarà la fine. Questo è, nel suo sviluppo completo, il mistero del tempo Che ricopre tutta la storia umana. Gesù, che lo domina, è il solo capace di aprire il libro dai sette sigilli in Cui sono scritti i destini del mondo (Apoc 5). 3. Sacralizzazione del tempo della Chiesa. - Il tempo della Chiesa è sacro in sé, per il solo fatto di appartenere al « modo futuro ». Si sa tuttavia Che, per essere effettiva, la sacralizzazione del tempo da parte degli uomini deve manifestarsi con segni visibili: i « tempi sacri » e le feste religiose, il Cui ritorno annuale si Collega ai ritmi del tempo cosmico. Il VT aveva già cercato per questi segni una nuova fonte di sacralità nella commemorazione dei grandi fatti della storia sacra. Dopo la venuta in terra di Gesù, questi stessi fatti hanno solo più valore di figure, perché l'evento della salvezza si è inserito nel tempo storico. Questo evento unico la Chiesa attualizza quindi ora nei Cicli del suo Calendario liturgico, per santificare il tempo umano. Ogni domenica, giorno del Signore (Apoc 1, 10; Atti 20, 7; 1 Cor 16, 2), diventa, nella Cornice della settimana, una celebrazione della risurrezione di Gesù. La celebrazione assume un carattere più solenne quando ritorna annualmente la data di Pasqua, la festa per eccellenza (1 Cor 5, 8), anniversario della morte e della risurrezione del Signore (cfr. 5, 7). Si trovano Così nel NT i primi lineamenti dei Cicli liturgici cristiani, che si svilupperanno nella Chiesa. Con ciò tutta la vita umana sarà messa in rapporto con il mistero della salvezza entrata nella storia, vero tempo esemplare sostituito infine al « tempo primordiale » delle mitologie pagane.

III. LA CONSUMAZIONE DEI SECOLI

1. L'escatologia cristiana. - Tuttavia il tempo della Chiesa non è fine a se stesso. In rapporto al VT esso fa già parte degli « ultimi tempi », ma è non di meno teso verso una pienezza futura, orientato verso un termine Che è il giorno del Signore. Ora Che lo Spirito è stato dato agli uomini, l'intera creazione aspira alla rivelazione finale dei figli di Dio, alla redenzione dei loro corpi (Rom 8, 18-24). Soltanto allora avrà termine l'opera di Cristo, che è l'alfa e l'omega, « colui Che è, che era e Che viene » (Apoc 1, 8). In quel giorno, « secolo presente » e tempo della Chiesa avranno fine insieme. Il primo, scomparendo in una Catastrofe definitiva, quando il settimo angelo verserà la sua Coppa e una voce griderà: « E' fatto » (16, 17). Il secondo, giungendo alla sua totale trasfigurazione, quando appariranno i cieli nuovi e la nuova terra (21, 1). In essi non Ci sarà più né sole né luna per segnare il tempo Come nel mondo antico (21, 23), perché gli uomini saranno entrati nell'eternità di Dio.

2. Quando verrà la fine. - Gesù non ha fatto conoscere la data in cui deve giungere questa consumazione dei secoli, questa fine del mondo: essa costituisce un segreto noto solo al Padre (Mc 13, 32 par.), e non spetta agli uomini conoscere i tempi ed i momenti che egli ha fissato di sua propria autorità (Atti 1, 7). La Chiesa nascente, nella sua ardente speranza della parusia del Signore, è vissuta nell'impressione costante della sua prossimità: « Il tempo è breve » (1 Cor 7, 9); « la salvezza è ora più vicina a noi di quando siamo venuti alla fede, la notte è avanzata, il giorno è vicino » (Rom 13, 11 s). L'impressione era così forte che, pur usando questo linguaggio, Paolo ha dovuto mettere i Tessalonicesi in guardia contro ogni calcolo preciso della data fatidica (2 Tess 2, 1 ss). Soltanto a poco a poco, sotto la pressione dell'esperienza, si è acquistata coscienza dell'allungarsi degli « ultimi tempi ». Ma l'imminenza del ritorno del Signore è rimasta una componente essenziale nella psicologia della speranza: il figlio dell'uomo viene come un ladro notturno (Mt 24, 43; 1 Tesa 5, 2; Apoc 3, 3). Il tempo della Chiesa, Che si svolge sotto i nostri occhi, è anch'esso connotato dai segni precursori della fine (2 Tess 2,3-12; Apoc 6-19). Così il NT completa la visione profetica della storia umana che il VT aveva abbozzata.

Autore: M. IOIN-LAMBERT e P. ORELOT
Fonte: Dizionario di Teologia Biblica


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