Eucarestia


Il nome *** «rendimento di grazie», derivato dal racconto dell'istituzione ("Gesù rese grazie" ***; Mt. 26, 26; Mc. 14, 22; *** Lc. 22, 19, I Cor 11, 23) ed usato già dalla Didachè (IX, 1-5; X, 1-6) e da s. Ignazio d'Antiochia (Smirn. 7, 1; Philad. 4), designa il sacramento tipo, quello che meglio caratterizza il culto della Chiesa nascente (At. 2, 42; 20, 7.11; I Cor 10, 16) e la distingue dal Giudaismo di cui continuava a condividere la liturgia (At. 2, 46; 3, 1 ecc.).
L'E. fu istituita da Cristo come sostituzione della Pasqua giudaica (I Cor. 5, 7: «Cristo la nostra vittima pasquale è stato immolato»), per permettere la partecipazione al sacrificio della Croce a tutti i fedeli col mangiare le carni della vittima immolata. I testi del Nuovo Testamento sono al riguardo molto espressivi. In ordine di tempo, dopo il vangelo aramaico di Mt. (26, 26-29), son da porre le pagine chiarissime di s. Paolo (I Cor 11, 17- 34; 10, 4. 15-22); quindi Mc. 14, 17-25; Lc. 22, 14-20; At. 2, 42.46; 16, 34; 20, 7-11; Io. 6, 51-65.

Alla v. Alleanza sono state spiegate la natura e le modalità di ogni berit e il posto centrale ed essenziale che vi ha il sacrificio con parte della vittima immolata, bruciata sull'altare (= la parte di Dio) e parte mangiata dall'offerente; con parte del sangue della vittima versato sull'altare (= la parte di Dio) e parte asperso ad es. sul popolo (l'altro contraente del patto, al Sinai: Ex. 24, 4·8; Hebr. 9, 15-22). Il Cristo sanciva la nuova Alleanza col sacrificio della Croce; i fedeli diventano anch'essi contraenti, offerenti col Cristo del grande e unico sacrificio, condividono diritti e doveri di tale alleanza, mangiando le carni della vittima immolata. Le parole del Cristo: «Chi non mangia le mie carni non avrà la vita» (Io. 6, 53), ritengono pertanto intero il loro pieno significato.
Questo carattere, col passaggio dalla pasqua giudaica alla nuova pasqua, è più chiaramente espresso da Lc. In Mt. e Mc. è indicato sinteticamente. La cena inizia senz'altro come pasqua giudaica: Gesù manda gli Apostoli a preparare la cena pasquale (Mt. 26, 17 ss.; Mc. 14, 12 ss.); essi eseguiscono quanto il Signore ha loro ordinato (Mt. 26, 19; Mc. 14, 16); si è al primo giorno degli azzimi, quando s'immola l'agnello pasquale (Mt. 26, 17; Mc. 14, 12); le parole di Gesù: «Prendete, questo è il mio sangue, il sangue dell'alleanza» (Mt. 26, 28; Mc. 14, 24) attestano che l'E. è il rito della nuova alleanza. In stretto parallelismo, Lc. descrive distintamente, prima la cena pasquale giudaica, quindi, dopo la consumazione dell'agnello, il passaggio alla nuova pasqua: al posto dell'agnello, il pane transustanziato nel corpo di Cristo, e la stessa coppa della benedizione (com'era chiamata), col vino cioè benedetto dal capo di famiglia, trasformata nella coppa del sangue di Cristo.
Prima dell'istituzione dell'E., Gesù sottolineò quello che stava per compiere, il passaggio cioè dall'antica alla nuova pasqua, con la frase: «Vi dico in verità: Io non berrò più del frutto della vite sino al giorno in cui lo berrò nuovamente con voi nel regno del Padre mio» (Lc. 22, 17 s.). Mt. e Mc. pongono questa frase, dopo l'istituzione dell'E.; Lc. invece la pone subito all'inizio, riferendola nettamente alla pasqua giudaica, di cui egli soltanto fa esplicita menzione; e Gesù la ripete mentre distribuisce il calice, rito che appartiene ancora alla pasqua giudaica, prima di mutare il vino nel suo sangue. Bene pertanto (Lagrange, Tondelli, ecc.) la frase è rimessa nelle Sinossi anche in Mt. e Mc. all'inizio della cena; ed è spiegata come in Lc., non del convito eterno, in cielo, ma della nuova pasqua, l'E., che il Cristo sta per consumare insieme ai discepoli, nel nuovo regno, la Chiesa.

Lc. per esprimere con lucidità il parallelismo tra le due pasque e il passaggio dall'una all'altra; per evitare qualsiasi interruzione, rimette dopo di esso ogni altro particolare: precisamente, Giuda il traditore svelato (Lc. 22, 21 ss.) e che va via (praticamente allontanato da Gesù: «Ciò che stai per fare, fallo presto» Io. 13, 27) prima dell'istituzione dell'E. come in Mt. 26, 21-25; Mc. 14, 18-21 d'accordo con la disposizione del IV vangelo (Io. 13, 31); e l'incresciosa disputa dei discepoli per i posti migliori (Lc. 22, 24-30), avvenuta egualmente e certamente prima (P. Benoit, in RB, 48 [1939] 357-93; F. Spadafora, in Temi di esegesi, Rovigo 1953, pp. 383,391; L. Tondelli, pp. 9-31). La pasqua giudaica era così celebrata: il padre di famiglia, detta la benedizione sul vino, lo gustava e lo passava agli altri (1 a coppa). Quindi era distribuito il pane azzimo e ciascuno lo inzuppava in un piatto comune d'intingoli detto haroseth (qui, il boccone offerto a Giuda da Gesù, che lo addita traditore e gli in giunge di uscire, Io. 13, 25-31); (2 a coppa). Dopo un discorso edificante del padre di famiglia sulla liberazione dall'Egitto, veniva servito l'agnello pasquale e lo si mangiava col pane azzimo e con erbe amare. La cena propriamente detta aveva così termine (Lc. 22, 20 "dopo la cena"), il padre prendeva un po' di pane azzimo, lo spezzava, lo distribuiva e nessuno, dopo questo, poteva più mangiare. Era permesso però protrarre la riunione fino a tarda ora e così era servita la (3 a coppa).
Questo è il pane azzimo transustanziato da Gesù nel proprio corpo, con le parole nette della consacrazione: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo» e questa è la coppa, il cui vino Gesù egualmente consacra transustanziandolo nel suo sangue: «Bevetene tutti, questo è il mio sangue della nuova alleanza) (Mt. 26, 26 ss.; Mc. 14, 22 ss.; Lc. 22, 19 s.). Ecco il testo intero di Lc.: «E avendo preso del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ad essi, dicendo: "Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me". Ed avendo preso il calice, nello stesso modo, dopo la cena, lo diede loro dicendo: "Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che è versato per voi"; o "che sta per essere versato"».
Dopo la terza coppa, s'iniziava la recita dell'Hallel (Ps. 113-118 [112-117]; Mc. 14, 26; Mt. 26, 30). Tale recita di chiusura fu preceduta da tutte le prediche e le raccomandazioni, conservateci nei Sinottici e in particolare da Io. 14-17 (cf. 18, 1). La presenza reale del Cristo, sotto le due specie, risalta nettamente dal carattere stesso del rito (natura e scopo), ed è richiesta perentoriamente dall'equazione affermata da Gesù: «questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue»; il greco *** risponde al dimostrativo aramico (den) che afferma semplicemente l'identità fra "questo" (pane e vino) e il corpo ***, cf. l'ebr. basar = ***; Io. 6,51) e il sangue (cioè la persona di Cristo). Infine, il precetto: «Fate questo in memoria di me», rileva che si tratta di un'istituzione da perpetuarsi, fino a che durerà la fase terrestre del regno di Dio come esplicitamente dice s. Paolo (I Cor 11, 26).
«Bisogna ripetere ciò che è stato fatto e detto, gesti e parole di Gesù, come gl'Israeliti dovevano sempre rifare la cena pasquale e mangiare realmente l'agnello, in ricordo della liberazione dall'Egitto (Ex. 12, 14).
Proprio come avviene per l'agnello pasquale; perché c'è proprio un agnello veramente immolato e mangiato, sebbene il rito debba ricordare l'immolazione salvatrice, fatta dagli Israeliti in Egitto, che fu il preludio della loro liberazione. Allo stesso modo, quel che faranno i discepoli avrà la realtà di ciò che ha fatto il Maestro, sebbene il rito sia celebrato "in memoria di lui", e ci sia un rapporto strettissimo tra il dono del suo corpo, dato a mangiare ai discepoli,e l'immolazione che di esso farà sulla croce, per la redenzione del mondo» (Lagrange).

S. Paolo attesta (appena un 25 anni dopo la morte del Cristo) che l'istituzione della E. fatta da Gesù e il precetto di rinnovarla, fan parte dell'insegnamento tradizionale ch'egli trasmise ai fedeli di Corinto (I Cor 11, 23-34). Ne tratta occasionalmente perché essi celebravano l'E. in modo così disordinato che la sua vigilanza apostolica dovette intervenire; e in risposta alla questione sorta circa gl'idolotiti (carni cioè immolate agli dèi, e quindi messe in vendita): I Cor 10, 14-22.
Al di fuori di questi testi, più non ne parla, salvo i riferimenti impliciti contenuti in Hebr. (cf. C. Spicq, L'Epitre aux Hébreux, I, Parigi 1952, p. 316 ss.).

S. Paolo si rifà alla catechesi apostolica (I Cor 11, 23 ***; cioè, tradizione che risale al Cristo; cf. Gal. 1, 91.12; specialmente I Cor 15, 3 ecc.). Oltre a presentare alcuni episodi miracolosi della storia d'Israele nel deserto, come figura del battesimo e dell'E. (I Cor 10, 1-4), ricorda l'istituzione di quest'ultima (11, 24-26) per sottolineare il contrasto tra la mondanità egoistica dei fedeli di Corinto e il significato del rito eucaristico. Le parole dell'istituzione sono le stesse di quelle incontrate in Lc., con il rapporto ancor più esplicito (la connessione più stretta) al sacrificio cruento della croce: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; ogni volta che ne berrete, fatelo in memoria di me. Poiché tutte le volte che mangiate questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché Egli venga»; e con un'affermazione indiscutibile della presenza reale: «Cosicché chiunque mangerà il pane o berrà del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole (del) verso il corpo e il sangue del Signore». Se corpo e sangue del Cristo non fossero presenti, come verrebbero profanati da chi se ne ciba indegnamente?

E l'Apostolo insiste: «Costui mangia la propria condanna, perché non tratta come si conviene il corpo del Signore» (v. 29). Perciò raccomanda ai fedeli di fare un attento esame di coscienza, prima di mangiarne (v. 28), ché altrimenti peccano gravemente e si espongono ai più gravi castighi (v. 30). «L'indegno mangiando del pane sacro, mangia la propria sentenza di condanna; la causa di tale condanna è che non ha compreso il corpo del Signore, non ne ha considerato il pregio infinito; niente di più forte, di più espressivo per la presenza reale, soprattutto avvicinando questo v. 29 al v. 27» (Allo). Che l'E. offre ai fedeli le carni del Cristo "nostra vittima pasquale" (I Cor 5, 7), immolata sulla Croce, perpetuando così la cena sacrificale, termine di ogni sacrificio, è espresso da s. Paolo in modo particolare e direttamente in I Cor 10, 14-22. «Miei diletti, fuggite l'idolatria. Il calice di benedizione che noi benediciamo, non è comunione del sangue di Cristo? Il pane che spezziamo, non è comunione del corpo di Cristo?... Considerate Israele secondo la carne: quelli che mangiano le carni immolate non sono in comunione con l'altare»?

L'assimilazione è perfetta, tra l'E. e i sacrifici offerti nel Vecchio Testamento, quanto a significato della partecipazione degli offerenti alla cena che seguiva immediatamente il sacrificio, e nella quale essi consumavano parte delle carni immolate sull'ara. Lo stesso parallelismo afferma s. Paolo (v. 21 s.) con l'identico significato che rivestivano per i pagani le loro cene sacrificali.
Come la cena consumata dai sacrificatori, mangiando parte delle carni già immolate alla divinità, e perciò d'appartenenza del Dio, era atto essenziale del sacrificio, ché il mangiarle era per loro unirsi in qualche modo allo stesso Dio; così nell'E. si mangiano le carni della vittima divina immolatasi sulla Croce, e rese presenti con le parole della consacrazione, richiamando e misticamente riproducendo l'unico ed eterno sacrificio. L'E. pertanto (1Cor 10, 17) è la sorgente dell'unità, la linfa del corpo mistico: «Noi siamo un sol corpo, perché ci cibiamo di un solo pane» evidentemente il corpo di Cristo, unico ed uno per tutti i fedeli.

S. Luca negli Atti afferma la celebrazione dell'E. nella primitiva comunità di Gerusalemme (2, 42.46); e in un racconto particolarmente interessante narra la cena eucaristica celebrata da s. Paolo a Troade (20, 7-11). Egli usa il termine, ben presto divenuto tecnico, di "frazione del pane" (cf. 1 Cor 10, 16 "il pane che noi spezziamo"). Certamente in quest'ultimo episodio, probabilmente nell'accenno precedente, l'E. appare celebrata insieme ad = cena; come attesta s. Paolo per Corinto (I Cor 11, 17-22.33 s.). S. Paolo non condanna quest'uso, ma ne svela e condanna gl'inconvenienti. Forse, nelle disposizioni date poi di persona (I Cor 11, 34), stabilì la netta separazione tra le cena eucaristica, e questo banchetto, semplice espressione dello spirito di fraterna carità. Certo nel II sec. questo banchetto (= l'agape) lo ritroviamo attestato, ma nettamente distinto anche per il tempo in cui aveva luogo, dalla celebrazione dell'E.
Per l'E., negli Atti cf. lo studio recentissimo di Ph. H. Menoud, in RHPhR, 33 1953) 21- 36; per il banchetto (poi agape), f. Allo, pp. 285-93.
Alla luce dei testi precedenti e del contesto del IV evangelo, va letto il discorso di Gesù a Cafarnao (Io. 6, 51-65).

La moltiplicazione dei pani aveva suscitato la fiammata di quel messianismo nazionalista e temporale che accecò fatalmente i contemporanei del Salvatore. Erano due concezioni antitetiche: il piano divino e il sogno umano dei Giudei; le troviamo formalmente opposte nelle tentazioni (v.), narrate dai sinottici, e nel colloquio con Nicodemo (Io. 3, 1-15).
Il piano divino: redimere tutti gli uomini mediante la sofferenza e la crocifissione del Messia (Io. 3, 17); scopo pertanto esclusivamente spirituale; sogno giudaico: il regno di Dio, come un potente impero della loro razza, con ogni prosperità quaggiù; quindi, il messia, glorioso trionfatore e capo permanente di questo impero eterno. La moltiplicazione dei pani sembrò un indizio espressivo di questo sogno; e si volle farlo accettare dal Cristo. Ma questi si dileguò, ordinando agli apostoli di partire, per distaccarli da quell'entusiasmo, dal quale, troppo volentieri, si lasciavano anch'essi conquistare.

La folla si disperse: ma i capi decisero di venire ad una spiegazione decisiva con Gesù: insomma cosa intendeva fare?
Pertanto, al mattino, lo raggiungono a Cafarnao. Il divin Redentore, appena essi interloquiscono, svela il motivo della loro ricerca ed accetta la sfida. Essi lo cercano per il carattere materiale del miracolo da lui compiuto. Ebbene bisogna mutar mentalità: Gesù non ha nulla a che vedere con gli interessi terreni. Egli non può piegarsi alla loro concezione nazionalista e materiale; non sono cose da discutersi, non si tratta di adattamenti. Egli ha una missione divina da compiere; egli è il plenipotenziario del Padre; bisogna credere, rimettersi pienamente alla sua parola.
L'ostilità dei capi prorompe aperta: non vogliono riconoscere in Gesù questa autorità; neppure Mosè pretendeva tanto, eppure il suo miracolo (la manna) era di gran lunga superiore a quello della moltiplicazione di pochi pani.
E Gesù precisa che la manna era stata mandata da Dio; non era opera di Mosè; mentre egli ha operato questo miracolo, come tutti gli altri di cui sono stati spettatori. La manna, solo metaforicamente, poteva esser detta "pane del cielo"; era un cibo materiale, destinato al sostentamento fisico. Egli invece è il "vero cibo spirituale", disceso letteralmente dal cielo. Egli è il Messia cui bisogna rimettersi completamente. L'unico vero motivo dell'opposizione era la falsa idea giudaica di un messia glorioso. Ma altro che re o imperatore d'Israele con eserciti e splendore mondano; il regno di Dio è soltanto spirituale, e Gesù sancirà la nuova alleanza col sacrificio di se stesso; e quanti vorranno parteciparvi dovranno mangiare le sue carni, carni immolate per la redenzione del mondo. La stessa idea in Io. 3, 15: «Come Mosé innalzò il serpente nei deserto, così bisogna che sia innalzato (crocifisso) il Figlio dell'uomo, affinché chiunque in lui crede non perisca, ma abbia la vita eterna».

«Gesù afferma (in Io. 6, 22.65) d'aver la missione di dare il pane di vita, d'essere cioè il rivelatore inviato da Dio per condurre alla vita eterna quelli che in lui crederanno. Di più; come dà egli la vita al mondo? Mediante l'immolazione di se stesso (cioè col sacrificio della Croce), né è possibile aver accesso alla vita (esser partecipi di questa immolazione salvifica) senza partecipare alla sua carne immolata» (cf. Lagrange, Evangelo di Gesù Cristo, 2a ed., Brescia 1935, p. 211 ss.). «Il pane che io darò è la mia carne per la v
ita del mondo» (Io. 6, 51). I Giudei che non vogliono riconoscere in Gesù che un semplice uomo, naturalmente respingono tale proposizione, come assurda. L'E., come cena sacrificale, suppone Cristo crocifisso sì, ma anche risorto e vero Dio.

Ma Gesù conferma solennemente: «In verità, in verità vi dico, se non mangerete la carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la vita. La mia carne è vero cibo, e il mio sangue una vera bevanda» (veramente si mangia, realmente si beve). E spiega nettamente: «Lo spirito, l'elemento spirituale congiunto alla mia carne (cioè "la divinità") rende possibile tutto ciò; è evidente che l'umanità da sola non può produrre quanto da me annunziato». Non è Gesù - uomo che può istituire la cena sacrificale; ma Gesù uomo-Dio, che immolatosi sulla Croce, risorge e con un portento unico ci permette di cibarci delle sue carni.
«Le mie parole sono spirito e vita»: riguardano questo regno spirituale, di cui non volete rendervi conto (cf. Io. 3, 5-10), e insegnano l'unico mezzo per partecipare della vita spirituale.
«Grazie a te, Creatore il Redentore dee gli uomini, che imbandisti quella tua gran cena, nella quale ci desti a mangiare non già un agnello mistico, ma il santissimo corpo e sangue tuo; rallegrando tutti i fedeli col tuo sacro convito) (Imitazione di Cristo, IV, 11).
[F. S.]

BIBL. - J. COPPEN5, in DBs, II, coll. 1146-1215; E. B. ALLO, Première Epitre aux Corinthiens. 2a ed., Parigi 1935, pp. 236-45. 267-316; P. BENOIT, Le récit de la Cène dans Luc, in RB, 48 (1939) 35.7-93; P. TEOFILO OE ORBISO, La E. en san Pablo, in EstE, 5 (1946) 171-213; Y. DE MONTCIHEUIL, in RScR, 33 (1946) 10-43; J. BONSIRVEN, Hoc est corpus meum, recherches sur l'original araméen, in Biblica, 27 (1948) 205-09; ID., Il Vangelo di Paolo, trad. it., Roma 1951, pp. 290-97; ID., Teologia del Nuovo Testamento, trad. it., Torino 1952, pp. 75-78. 156. 272 s.; P. TEODORICO DA CASTEL S. PIETRO, L'Epistola agli Ebrei, Torino 1952, p. 235 s.: L. TONDELLI, L'Eucaristia vista da un esegeta. Roma 1950; A. AMBROSIANO, L'Eucaristia nell'esegesi di O. Cullmann, Napoli 1956.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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