Sacerdozio


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« Rimanendo in eterno, Gesù possiede un sacerdozio immutabile» (Ebr 7,24). La lettera agli Ebrei, volendo definire la mediazione di Cristo, l'accosta così ad una funzione che esisteva nel VT come in tutte le religioni vicine: quella dei sacerdoti. Per comprendere il sacerdozio di Gesù, è quindi importante conoscere con precisione il sacerdozio del VT, che lo ha preparato e prefigurato.

VT

I. STORIA DELLA ISTITUZIONE SACERDOTALE
1. Presso i popoli civili Che circondano Israele, la funzione sacerdotale è sovente assicurata dal re, specialmente in Mesopotamia ed in Egitto; egli allora è assistito da un clero gerarchicamente diviso, per lo più ereditario, che Costituisce una vera Casta. Nulla di simile al tempo dei patriarchi. Allora non esistono né tempio, né sacerdoti specializzati del Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Le tradizioni della Genesi mostrano i patriarchi che costruiscono altari in Canaan (Gen 12, 7 S; 13, 18; 26, 25) ed offrono sacrifici (Gen 22; 31, 54; 46, 1). Essi esercitano il sacerdozio familiare, praticato nella maggior parte dei popoli antichi. I soli sacerdoti Che Compaiono sono stranieri: il sacerdote-re di Gerusalemme, Melchisedec (Gen 14,18 ss) ed i sacerdoti del Faraone (Gen 41, 45; 47, 22). La tribù di Levi è ancora soltanto una tribù profana, senza funzioni sacre (Gen 34,25-31; 49, 5 ss). 2. A partire da Mosè, egli stesso levita, sembra farsi strada la specializzazione di questa tribù nelle funzioni Cultuali. Il racconto arcaico di Es 32,25-29 esprime il Carattere essenziale del suo sacerdozio: essa è eletta e consacrata da Dio stesso per il suo servizio. La benedizione di Mosè, a differenza di quella di Giacobbe, le attribuisce i compiti specifici dei sacerdoti (Deut 33, 8-11). È vero Che questo testo riflette una situazione posteriore. Allora i leviti sono i sacerdoti per eccellenza (Giud 17, 7-13; 18, 19), addetti ai diversi santuari del paese. Ma a lato del sacerdozio levitico, continua ad essere esercitato il sacerdozio familiare (Giud 6, 18-29; 13, 19; 17, 5; 1 Sam 7, 1). 3. Sotto la monarchia il re esercita parecchie funzioni sacerdotali, come i re dei popoli vicini: offre sacrifici, da Saul (1 Sam 13, 9) e David (2 Sam 6, 13.17; 24,22-25) fino ad Achaz (2 Re 16, 13); benedice il popolo (2 Sam 1, 18; 1 Re 8,14)... Tuttavia riceve il titolo di sacerdote solo nell'antico Sal 110, 4, che lo paragona a Melchisedech. Di fatto, nonostante quest'allusione al sacerdozio regale di Canaan, egli è più un patrono del sacerdozio che un membro della casta sacra.
Questa è diventata ora una istituzione organizzata, specialmente nel santuario di Gerusalemme che, dall'epoca di David, è il centro cultuale di Israele. Dapprima due sacerdoti se ne dividono il servizio. Ebiatar, discendente di Eli, Che amministrava a Silo, è molto probabilmente un levita (2 Sam 8, 17); ma la sua famiglia sarà messa in disparte da Salomone (1 Re 2, 26 s). Sadoq è di origine sconosciuta; ma saranno i suoi discendenti a dirigere il sacerdozio nel tempio fino al set. ii. Genealogíe ulteriori lo Collegheranno, al pari di Ebiatar, alla discendenza di Aronne (cfr. 1 Cron 5, 27-34). Sotto gli ordini del sacerdote-capo, il sacerdozio di Gerusalemme conta diversi subalterni. Il personale del tempio, prima dell'esilio, Conta persino degli incirconcisi (Ez 44, 7 ss; cfr. Gios 9, 27). Negli altri santuari, soprattutto in Giuda, i leviti devono essere molto numerosi. Sembra che David e Salomone abbiano cercato di distribuirli in tutto il paese (cfr. Gios 21; Giud 18,30). Ma parecchi santuari locali hanno sacerdoti di origine diversa (1 Re 12, 31). 4. La riforma di Giosia nel 621, sopprimendo i santuari locali, consacra il monopolio levitico e la supremazia del sacerdozio di Gerusalemme. Andando oltre le esigenze del Deuteronomio (18, 6 ss), essa di fatto riserva l'esercizio delle funzioni sacerdotali ai soli discendenti di Sadoq (2 Re 23, 8 s); prelude così alla distinzione ulteriore tra sacerdoti e leviti, che sarà già più netta in Ez 44, 10-31. La simultanea rovina del tempio e della monarchia (587) pone fine alla tutela regale sul sacerdozio e conferisce a questo un'autorità maggiore sul popolo. Liberato dalle influenze e dalle tentazioni del potere politico esercitato ormai dai pagani, il sacerdozio diventa la guida religiosa della nazione. Il progressivo scomparire del profetismo a partire dal set- v accentua ancora la sua autorità. Già nel 573 i progetti di riforma di Ezechiele escludono il « principe » dal santuario (Ez 44, 1 ss; 46). La casta levitica detiene ormai un monopolio incontestato (la sola eccezione in Is 66, 21 non concerne che gli «ultimi tempi »). Le raccolte sacerdotali del Pentateuco (set. v e iv), poi l'opera del Cronista (sec. III) danno infine un quadro particolareggiato della gerarchia sacerdotale. Essa è rigorosa. Al vertice, il sommo sacerdote, figlio di Sadoq, è il successore di Aronne, sacerdote tipo. C'era sempre stato, in ogni santuario, un sacerdote in Capo; il titolo di sommo sacerdote appare in un momento in cui l'assenza del re fa sentire il bisogno di un Capo per la teocrazia. L'unzione Che egli riceve, a partire dal set. iv (Lev 8, 12; cfr. 4,3; 16,32; Dan 9,25), ricorda quella che un tempo consacrava i re. Sotto di lui stanno i sacerdoti, figli di Aronne. Infine i leviti, Clero inferiore, sono raggruppati in tre famiglie, alle quali infine vengono aggregati i cantori ed i portieri (1 Cron 25 - 26). Queste tre classi Costituiscono la tribù sacra, tutta votata al servizio del Signore. 5. Ormai la gerarchia non conoscerà più variazioni, salvo che per la designazione- del sommo sacerdote. Nel 172 l'ultimo sommo sacerdote discendente da Sadoq, Onia III, è assassinato in seguito ad intrighi politici. I suoi successori sono designati, fuori della sua casata, dai re di Siria. La reazione maccabaica termina con la investitura di Gionata, uscito da una famiglia sacerdotale molto oscura. Il fratello Simone che gli succede (143) costituisce il punto di partenza della dinastía degli Asmonei, sacerdoti e re (143-37). Capi politici e militari più che religiosi, essi provocano l'opposizione dei farisei. Dal canto suo, il clero tradizionalista rimprovera loro l'origine non sadoqita, e la setta sacerdotale di Qumràn passa persino allo scisma. Infine a partire dal regno di Erode (37), i sommi sacerdoti sono designati dall'autorità politica, Che li sceglie tra le grandi famiglie sacerdotali, le quali costituiscono il gruppo dei « sommi sacerdoti », più volte nominato nel NT.

II. LE FUNZIONI SACERDOTALI

Nelle religioni antiche i sacerdoti sono i ministri del culto, i custodi delle tradizioni sacre, i portavoce della divinità nella loro qualità di divinatori. In Israele, nonostante l'evoluzione sociale e lo sviluppo dogmatico che si nota nel corso delle età, il sacerdozio esercita sempre due ministeri fondamentali., che sono due forme di mediazione: il servizio del culto ed il servizio della parola. 1. Il servizio del culto. - Il sacerdote è l'uomo del santuario. Custode dell'arca nell'epoca antica (1 Sam 1 -4; 2 Sam 15, 24-29), egli accoglie i fedeli nella casa di Jahve (1 Sam 1), presiede alle liturgie in occasione delle feste del popolo (Lev 23, 11.20). Il suo atto essenziale è il sacrificio. In esso egli appare nella pienezza della sua funzione di mediatore: presenta a Dio l'offerta dei suoi fedeli; trasmette a questi la benedizione divina. Così Mosè nel sacrificio d'alleanza del Sinai (Es 24,4-8); tosi Levi, Capo di tutta la dinastia (Deut 33, 10). Dopo l'esilio i sacerdoti svolgono questo uffrcio ogni giorno nel sacrificio perpetuo (Es 29, 38-42). Una volta all'anno il sommo sacerdote appare nella sua funzione di mediatore supremo officiando, nel giorno della espiazione, per il perdono di tutte le colpe del suo popolo (Lev 16; Eccli 50, 5-21). In forma accessoria il sacerdote è pure incaricato dei riti di Consacrazione e di purificazione: l'unzíone regale (1 Re 1, 39; 2 Re 11,12), la purificazione dei lebbrosi (Lev 14) o della puerpera (Lev 12, 6 ss). 2. Il servizio della parola. - In Mesopotamia ed in Egitto, il sacerdote esercitava la divinazione; in nome del suo dio, rispondeva alle consultazioni dei fedeli. Nell'antico Israele, il sacerdote svolge una funzione analoga usando l'efod (1 Sam 30,7 s), I'Urim e Tummim (1 Sam 14, 36-42; Deut 33, 8); ma non si parla più di questi procedimenti dopo David.
E questo perché in Israele la parola di Dio, adattata alle diverse circostanze della vita, giunge al suo popolo per altra via: quella dei profeti spinti dallo spirito. Ma esiste pure una forma tradizionale della parola, che ha il suo punto di partenza nei grandi avvenimenti della storia sacra e nelle clausola del1'alleanza sinaitica. Questa tradizione sacra si cristallizza da una parte nei racconti che richiamano i grandi ricordi del passato, dall'altra nella legge che trova in essi il suo significato. I sacerdoti sono i ministri di questa parola Come Aronne in Es 4, 14-16- Nella liturgia delle feste, essi ripetono ai fedeli i racconti su cui si fonda la fede (Es 1 - 15, Gios 2 - 6 sono probabilmente echi di queste celebrazioni). In occasione delle rinnovazioni dell'alleanza, essi proclamano la torah (Es 24, 7; Deut 27; Neem 8); ne sono anche gli interpreti ordinari che, mediante istruzioni pratiche, rispondono alle consultazioni dei fedeli (Deut 33, 10; Ger 18, 18; Ez 44, 23; Agg 2, 11 ss) ed esercitano una funzione giudiziaria (Deut 17, 8-13; Ez 44, 23 s). Come prolungamento di queste attività, essi assicurano la redazione scritta dellablegge nei diversi codici: Deuteronomio, legge di santità (Lev 17-26), torah di Ezechiele (40 - 48), legislazione sacerdotale (Es, Lev, Num), compilazione finale del Pentateuco (cfr. Esd 7, 14-26; Neem 8). Si comprende così perché, nei libri sacri, il sacerdote appare come l'uomo della conoscenza (Os 4,6; Mal 2,6s; Eccli 45,17): egli è il mediatore della parola di Dio, nella sua forma tradizionale di storia e di codici. Tuttavia, negli ultimi secoli del giudaismo, le sinagoghe si moltiplicano ed il sacerdozio si concentra nelle sue funzioni rituali. Nello stesso tempo si vede aumentare l'autorità degli scribi laici. Essi, per lo più collegati alla setta dei farisei, saranno al tempo di Gesù i maestri principali in Israele.

III. VERSO IL SACERDOZIO PERFETTO

Il sacerdozio del VT, in Complesso, è stato fedele alla sua missione: con le sue liturgie, col suo insegnamento e con la redazione dei libri sacri, ha conservato viva in Israele la tradizione di Mosè e dei profeti, ed ha assicurato di età in età la vita religiosa del popolo di Dio. Ma alla fine doveva essere superato.

1. La critica del sacerdozio. - La missione sacerdotale Comportava esigenze altissime; ora vi furono sempre sacerdoti inferiori al loro compito. I profeti hanno stigmatizzato le loro deficienze: contaminazione del culto di Jahvè con gli usi cananei nei santuari locali di Israele (Os 4, 4-11; 5, 1-7; 6, 9), sincretismo pagano a Gerusalemme (Ger 2, 26 ss; 23,11; Ez 8), violazioni della torah (Sof 3, 4; Ger 2, 8; Ez 22, 26), opposizione ai profeti (Am 7,10-17; Is 28,7-13; Ger 20,1-6; 23,33s; 26), interesse personale (Mi 3,11; cfr. 1 Sam 2,12-17; 2 Re 12,5-9), mancanza di zelo per il culto del Signore (Mal 2, 1-9)... Sarebbe semplicistico vedere in questi rimproveri soltanto la polemica di due Caste opposte, profeti Contro sacerdoti. Geremia ed Ezechiele sono sacerdoti; i sacerdoti, che hanno redatto, il Deuteronomio e la legge di santità, hanno manifestamente cercato di riformare la loro propria casta; negli ultimi secoli del giudaismo, la Comunità di Qumràn, che si stacca dal tempio opponendosi al « sacerdote empio », è una setta sacerdotale.

2. L'ideale sacerdotale. - L'interesse principale di queste Critiche e di questi disegni di riforma sta nel fatto Che sono tutti ispirati da un ideale sacerdotale. I profeti ricordano ai sacerdoti Contemporanei i loro obblighi: esigono da essi il culto puro, la fedeltà alla torah. I legisti sacerdotali definiscono la purità, la santità dei sacerdoti (Ez 44, 15-31; Lev 21; 10). Si sa tuttavia per esperienza Che l'uomo abbandonato a se stesso è incapace di questa purità, di questa santità. Perciò da Dio stesso si spera in definitiva la realizzazione del sacerdozio perfetto nel giorno della restaurazione (Zac 3) e del giudizio (Mal 3,14). Si attende il sacerdote fedele a fianco del Messia figlio di David (Zac 4; 6, 12 s; Ger 33, 17-22). Questa speranza dei due messia di Aronne e di Israele appare più volte negli scritti di Qumràn, ed in un apocrifo, i « Testamenti dei patriarchi ». In questi testi, Come in parecchi ritocchi apportati a testi biblici (Zac 3, 8; 6, 11), il messia sacerdotale prende il sopravvento sul messia regale. Questo primato del sacerdote è in armonia con un aspetto essenziale della dottrina dell'alleanza: Israele è il « popolo-sacerdote » (Es 19, 6; Is 61, 6; 2 Mac 2, 17 s), il solo popolo al mondo che assicuri il culto del vero Dio; nel suo perfezionamento definitivo esso renderà al Signore il culto perfetto (Ez 40 - 48; Is 60 - 62; 2,1-5). Come potrebbe farlo senza un sacerdote alla testa?
Tra Dio ed il suo popolo, il VT conosce mediazioni diverse da quella del sacerdote. Il re guida il popolo di Dio nella storia come suo Capo istituzionale, militare, politico e religioso. Il profeta è chiamato personalmente a portare una parola di Dio originale, adattata ad una situazione particolare, in cui egli è responsabile della salvezza dei suoi fratelli. Il sacerdote, Come il profeta, ha una missione strettamente religiosa; ma la esercita nella Cornice delle istituzioni; è designato dal diritto ereditario, è legato al santuario ed alle sue usanze. Porta al popolo la parola di Dio in nome della tradizione, e non di sua testa; commemora i grandi ricordi della storia sacra ed insegna la legge di Mosè. Porta a Dio la preghiera del popolo nella liturgia e risponde a questa preghiera con la benedizione divina. Assicura nel popolo eletto la continuità della vita religiosa mediante la tradizione sacra.

NT

1 valori del VT assumono tutto il loro senso soltanto in Gesù che li compie superandoli. Questa legge generale della rivela zione si applica per eccellenza nel caso del sacerdozio.

I. GESU', SACERDOTE UNICO

1. I vangeli sinottici. - Personalmente Gesù non si attribuisce mai il titolo di sacerdote. E lo si Comprende bene: questo titolo designa nel suo ambiente una funzione definita, riservata ai membri della tribù di Levi. Ora Gesù vede il suo ufficio ben diverso dal loro, tanto più ampio e creatore. Preferisce chiamarsi figlio e figlio dell'uomo. Tuttavia, per definire la sua missione, si serve dei termini sacerdotali. Com'è sua abitudine, si tratta di espressioni implicite e figurate. Il fatto è chiaro soprattutto quando Gesù parla della sua morte. Per i suoi nemici, essa è il Castigo di una bestemmia; per i suoi discepoli, un fallimento scandaloso. Per lui, è un sacrificio Che egli descrive con le figure del VT: la paragona ora al sacrificio espiatorio del servo di Dio (Me 10, 45; 14, 24; cfr. Is 53), ora al sacrificio di alleanza di Mosè ai piedi del Sinai (Mc 14,24; cfr. Es 24, 8); ed il sangue che egli dà al tempo della Pasqua evoca quello dell'agnello pasquale (Mc 14, 24; cfr. Es 12, 7. 13. 22 s). Questa morte che gli viene inflitta, egli l'accetta; l'offre egli stesso Come il sacerdote offre la vittima; e perciò ne attende l'espiazione dei peccati, l'instaurazione della nuova alleanza, la salvezza del suo popolo. In breve, egli è il sacerdote del suo proprio sacrificio. La seconda funzione dei sacerdoti del VT era il servizio della torah. Ora Gesù ha una posizione Chiara in rapporto alla legge di Mosè: viene a compierla (Mt 5, 17 s). Senza essere legato alla lettera, che egli supera (Mt 5, 20-48), ne mette in luce il valore profondo, incluso nel primo comandamento e nel secondo che gli è simile (Mi 22,34-40). Questo aspetto del suo ministero continua quello dei sacerdoti del VT, ma lo supera in tutti i modi, perché la parola di Gesù è la rivelazione suprema, il vangelo della salvezza che Compie definitivamente la legge.

2. Da Paolo a Giovanni. - Paolo, che ritorna così spesso sulla morte di Gesù, la presenta, sull'esempio del maestro, sotto le figure del sacrificio dell'agnello pasquale (1 Cor 5, 7), del servo (Fil 2, 6-11), del giorno della espiazione (Rotn 3, 24 s). Questa interpretazione sacrificale riappare ancora nelle immagini della comunione Col sangue di Cristo (1 Cor 10, 16-22), della redenzione in virtù di questo sangue (Rom 5, 9; Col 1, 20; Ef 1, 7; 2, 13). Per Paolo, la morte di Gesù è l'atto supremo della sua libertà, il sacrificio per eccellenza, atto propriamente sacerdotale, Che egli ha offerto personalmente. Ma al pari del suo maestro, e apparentemente per le stesse ragioni, l'apostolo non dà a Gesù il titolo di sacerdote. La stessa cosa vale per tutti gli altri scritti del NT, salvo la lettera agli Ebrei: essi presentano la morte di Gesù come il sacrificio del servo (Atti 3, 13. 26; 4, 27. 30; 8, 32 s; 1 Piet 2, 22 ss), dell'agnello (1 Piet 1, 19). Evocano il suo sangue (1 Piet 1, 2. 19; 1 Gv 1, 7). Non lo chiamano sacerdote. Gli scritti giovannei sono un po' meno reticenti: descrivono Gesù in abiti pontificali (Gv 19,23; Apoc 1, 13), ed il racconto della passione, atto sacrificale, si apre con la « preghiera sacerdotale » (Gv 17): come il sacerdote che sta per offrire un sacrificio, Gesù « si santifica », cioè si Consacra mediante il sacrificio (Gv 17, 19), ed esercita così una mediazione efficace alla quale aspirava invano il sacerdozio antico.

3. La lettera agli Ebrei, sola, svolge ampiamente il sacerdozio di Cristo. Riprende i temi già incontrati, presentando la croce come il sacrificio dell'espiazione (9,1-14; cfr. Rom 3, 24 s), dell'alleanza (9,18-24), del servo (9,28). Ma Concentra la sua attenzione sulla funzione personale di Cristo nell'offerta di questo sacrificio. E questo perché Gesù, come già Aronne, e più ancora, è chiamato da Dio per intervenire a favore degli uomini ed offrire sacrifici per i loro peccati (5, 1-4). Il suo sacerdozio era prefigurato in quello di Melchisedech (Gen 14, 18 ss), conformemente all'oracolo del SA 110, 4. Per mettere in luce questo punto, l'autore dà un'interpretazione sottile dei testi del VT: il silenzio della Genesi sulla genealogia del re-sacerdote gli sembra un indice dell'eternità del Figlio di Dio (7, 3); la decima che Abramo gli offre segna l'inferiorità del sacerdozio di Levi nei confronti di quello di Gesù (7, 4-10); il giuramento di Dio nel Sal 110, 4 proclama la perfezione immutabile del sacerdote definitivo (7,20-25). Gesù è il sacerdote santo, il solo (7, 26 ss). Il suo sacerdozio segna la fine del sacerdozio antico.
Questo sacerdozio ha radici nel suo stesso essere, che lo fa mediatore per eccellenza: vero uomo (2, 10-18; 5, 7 s), Che Condivide la nostra povertà fino alla tentazione (2, 18; 4, 15), e nello stesso tempo vero Figlio di Dio, superiore agli angeli (1, 1-13), egli è il sacerdote unico ed eterno. Ha compiuto il suo sacrificio una volta per sempre nel tempo (7,27; 9, 12.25- 28; 10, 10-14). Ormai egli è per sempre l'intercessore (7, 24 s), il mediatore della nuova alleanza (8, 6-13; 10,12-18). 4. Nessun titolo esaurisce da solo il mistero di Cristo: Figlio inseparabile dal Padre, figlio dell'uomo Che Condensa in sé tutta l'umanità, Gesù è nello stesso tempo il sommo sacerdote della nuova alleanza, il Messia-re ed il Verbo di Dio. Il VT aveva distinto le mediazioni del re e del sacerdote (il temporale e lo spirituale), del sacerdote e del profeta (l'istituzione e l'evento): distinzioni necessarie per comprendere i valori propri della rivelazione. Poiché la sua trascendenza lo Colloca al di sopra degli equivoci della storia, Gesù riunisce nella sua persona tutte queste mediazioni diverse: Figlio, egli è la parola eterna che porta a termine e supera il messaggio dei profeti; figlio dell'uomo, egli assume tutta l'umanità, ne è il re Con un'autorità ed un amore fino a lui sconosciuti; mediatore unico tra Dio ed il suo popolo, egli è il sacerdote perfetto per mezzo del quale gli uomini sono santificati.

II. IL POPOLO SACERDOTALE

1. Gesù, come non attribuisce esplicitamente il sacerdozio a se stesso, tosi non lo attribuisce al suo popolo. Ma non ha Cessato di agire Come sacerdote, e sembra aver concepito il popolo della nuova alleanza come un popolo sacerdotale. Gesù si rivela sacerdote mediante l'offerta del suo sacrificio e mediante il servizio della parola. È sorprendente constatare che egli chiama Ciascuno dei suoi a prender parte a queste due funzioni del suo sacerdozio: ogni discepolo deve prendere lai sua croce (Mt 16, 24 par.) e bere il suo calice (Mt 20, 22; 26,27); Ciascuno deve portare il suo messaggio (Le 9, 60; 10, 1-16), rendergli testimonianza fino alla morte (Mt 10,17-42). Gesù, facendo partecipare tutti gli uomini ai suoi titoli di Figlio e di reMessia, li fa sacerdoti assieme a lui.

2. Gli apostoli Continuano questo pensiero di Gesù presentando la vita cristiana come una liturgia, una partecipazione al sacerdozio del sacerdote unico.
Paolo considera la fede dei fedeli come un « sacrificio ed una oblazione » (Fil 2, 17); gli aiuti pecuniari che egli riceve dalla Chiesa di Filippi sono « un profumo di soave odore, un sacrificio accetto, gradito a Dio » (Fil 4, 18). Per lui, tutta la vita dei cristiani è un atto sacerdotale; li invita ad offrire i loro corpi « come ostia vivente, santa, gradita a Dio: questo è il culto spirituale che voi dovete rendere » (Rom 12, 1; cfr. Fil 3, 3; Ebr 9, 14; 12, 28). Questo culto consiste pure sia nella lode del Signore che nella beneficenza e nel mettere in comune i beni (Ebr 13, 15 s). La lettera di Giacomo enumera in modo particolareggiato gli atti Concreti che costituiscono il vero culto: la padronanza della lingua, la visita agli orfani ed alle vedove, l'astensione dalle sozzure del mondo (Giac l, 26 s).
La prima lettera di Pietro e l'Apocalisse sono esplicite: attribuiscono al popolo cristiano il « sacerdozio regale » di Israele (l Piet 2, 5- 9; Apoc 1, 6; 5, 10; 20, 6; cfr. Es 19, 6). Con questo titolo i profeti del VT annunciavano che Israele doveva portare in mezzo ai popoli pagani la parola del vero Dio, assicurarne il culto. Ormai il popolo cristiano assume questo compito lo può fare grazie a Gesù che lo rende partecipe della sua dignità messianica di re e di sacerdote.

III. I MINISTRI DEL SACERDOZIO DI GESU'

Nessun testo del NT dà il nome di sacerdote all'uno o all'altro dei responsabili della Chiesa. Ma il riserbo di Gesù nell'uso di questo titolo è così grande, che tale silenzio non è affatto concludente. Gesù fa partecipare il suo popolo al suo sacerdozio; nel NT, come nel VT, questo sacerdozio del popolo di Dio non può essere esercitato concretamente se non da ministri chiamati da Dio. 1. Di fatto si constata che Gesù ha chiamato i Dodici per affidare loro la responsabilità della sua Chiesa. Li ha preparati al servizio della parola; ha trasmesso loro qualcuno dei suoi poteri (Mt 10,8-40; 18,18); nell'ultima sera ha affidato loro l'eucaristia (Lc 22,19). Queste sono partecipazioni specifiche al suo sacerdozio.

2. Gli apostoli lo comprendono. A loro volta stabiliscono dei responsabili per continuare la loro azione. Taluni di questi portano il titolo di anziani, che è all'origine del nome attuale dei sacerdoti (presbiteri: Atti 14,23; 20, 17; Tito l, 5)- La riflessione di Paolo sull'apostolato e sui carismi si orienta già verso il sacerdozio dei ministri della Chiesa.

Ai responsabili delle comunità egli dà titoli sacerdotali: « amministratori dei misteri di Dio » (1 Cor 4, 1 s), « ministri della nuova alleanza » (2 Cor 3, 6); definisce la predicazione apostolica Come un servizio liturgico (Rom 1, 9; 15, 15 s). Qui sta il punto di partenza delle esplicitazioni ulteriori della tradizione sul sacerdozio ministeriale. Esso non costituisce quindi una Casta di privilegiati. Non pregiudica né il sacerdozio unico di Cristo, né il sacerdozio dei fedeli. Ma, al servizio dell'uomo e dell'altro, esso è una di quelle mediazioni subordinate che sono tosi numerose nel popolo di Dio.

Autore: A. George
Fonte: Dizionario di Teologia Biblica


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