Rivelazione


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La religione della Bibbia è fondata su una rivelazione storica; questo fatto la colloca a parte tra le religioni. Talune di esse non ricorrono affatto alla rivelazione: il buddismo ha Come punto di partenza l'illuminazione del tutto umana di un sapiente. Altre presentano il loro Contenuto come una rivelazione celeste, ma ne attribuiscono la trasmissione ad un fondatore leggendario o mitico, come Ermete Trismegisto per la gnosi ermetica. Nella Bibbia, invece, la rivelazione è un fatto storicamente afferrabile: i suoi intermediari sono conosciuti, e le loro parole sono conservate, sia direttamente, sia in una solida tradizione. Il Corano sarebbe nella stessa situazione. Ma, senza parlare dei segni che autenticano la rivelazione biblica, questa non poggia sull'insegnamento di un unico fondatore; la si vede svilupparsi nel Corso di quindici o venti secoli, prima di raggiungere la sua pienezza nel fatto di Cristo, rivelatore per eccellenza. Credere, per il cristiano, significa accogliere questa rivelazione che giunge agli uomini portata dalla storia.

VT

Perché dunque questa rivelazione? Perché Dio è infinitamente superiore ai pensieri ed alle parole dell'uomo (Giob 42, 3). È un Dio nascosto (Is 45, 15), tanto più inaccessibile in quanto il peccato ha fatto perdere all'uomo la familiarità Con lui- Il suo disegno è un mistero (cfr. Am 3, 7); egli dirige i passi dell'uomo senza che questi conosca la strada (Prov 20, 24). Alle prese con gli enigmi della sua esistenza (cfr. Sa] 73, 21 s), l'uomo non può trovare da solo le chiarezze necessarie. È indispensabile Che si rivolga a colui « al quale appartengono le cose nascoste » (Deut 29, 28), perché gli scopra i suoi segreti impossibili da penetrare (cfr. Dan 2, 17 s), perché gli faccia « vedere la sua gloria » (Es 33, 18). Ora, prima ancora che l'uomo si sia rivolto a lui, Dio prende l'iniziativa e gli parla per primo.

I. COME DIO RIVELA

1. Tecniche arcaiche. - L'ambiente orientale si serviva di talune tecniche per cercare di penetrare i segreti del cielo: divinazione, presagi, sogni, consultazione della sorte, astrologia, ecc. Il VT Conservò a lungo qualcosa di queste tecniche, purificandole dai loro legami politeistici o magici (Lev 19, 26; Deut 18, 10 s; 1 Sam 15,23; 28, 3), ma attribuendo loro ancora un certo valore. Adattandosi alla mentalità imperfetta del suo popolo, Dio effettivamente affida la sua rivelazione a questi canali tradizionali. I sacerdoti lo consultano con gli Urim e Tummim (Num 27,21; Deut 33, 8; 1 Sam 14, 41; 23, 10 ss), e su questa base pronunciano oracoli (Es 18, i5 s; 33, 7-11; Giud 18, 5 s). Giuseppe possiede una coppa per divinare (Gen 44, 2- 5) ed è esperto nella interpretazione dei sogni (Gen 40 - 41)- Di fatto si ritiene che i sogni racchiudano indicazioni del Cielo (Gen 20, 3; 28, 12-15; 31, 11 ss; 37, 5-10), e questo fino ad un'epoca molto tarda (Giud 7, 13 s; 1 Sam 28, 6; 1 Re 3, 5-14); ma progressivamente si distinguono i sogni che Dio manda ai profeti autentici (Num 12, 6; Deut 13, 2) da quelli dei divinatori di professione (Lev 19, 26; Deut 18, 10), contro i quali combattono i profeti (Is 28, 7-13; Ger 23, 25-32) ed i sapienti (Eccle 5, 2; Eccli 34, 1-6).
2. La rivelazione profetica. - Queste tecniche sono abitualmente superate dai profeti. In essi l'esperienza della rivelazione si traduce in due modi: mediante visioni e mediante l'audizione della parola divina (cfr. Num 23, 3 s. 15 s). Le visioni, da sole, rimarrebbero enigmatiche: neppure il profeta potrebbe vedere direttamente né le realtà divine, né lo svolgimento futuro della storia. Ciò che egli vede rimane avvolto in simboli, ora attinti al tesoro Comune delle religioni orientali (ad es. 1 Re 22, 16; Is 6, 1 ss; Ez l), ora creati in modo originale (ad es. Am 7, 1-9; Ger 1, 11 ss; Ez 9). Comunque è necessaria la parola di Dio per fornire la chiave di queste visioni simboliche (ad es. Ger 1, 14 ss; Dan 7, 15-18; 8, 15 ... ); per lo più la parola giunge ai profeti senza che nessuna visione l'accompagni ed anche senza che essi possann dire in qual modo è venuta (ad es. Gen 12, 1 s; Ger 1, 4 s). Questa è l'esperienza fondamentale che nel VT caratterizza la rivelazione.
3. La riflessione della sapienza. - A differenza dei profeti, i sapienti non presentano la loro dottrina come il risultato di una rivelazione diretta. La sapienza fa appello alla riflessione umana,all'intelligenza, all'intelletto (Prov 2, l-5; 8, 12. 14). Tuttavia essa è un dono di Dio (2, 6), perché ogni sapere deriva da una sapienza trascendente (8,15-21. 32-36; 9, 1-6).
Meglio ancora, i dati, sui quali lavora questa riflessione guidata da Dio, appartengono di pieno diritto alla rivelazione divina: la creazione, Che manifesta a modo suo il creatore (cfr. Sal 19, l; Eccli 43); la storia, che fa conoscere le sue vie (Eccli 44 - 50, senza contare i libri storici); la Scrittura, che racchiude la legge divina e le parole dei profeti (Eccli 39, 1 ss). Una tale sapienza non è quindi cosa umana; è essa stessa un modo di rivelazione Che prolunga il modo profetico; perché la sapienza divina che la guida è, Come lo spirito, una realtà trascendente, « un riflesso dell'essenza di Dio » (Sap 7, 15 21); quindi la luce che essa apporta agli uomini è quella di una conoscenza soprannaturale (Sap 7, 25 s; 8, 4-8).
4. L'apocalisse. - Proprio alla fine del VT, profezia e sapienza si intersecano nella letteratura apocalittica, che è, per definizione, una rivelazione dei segreti divini. Questa ri velazione si Collega quindi sia alla sapienza (Dan 2, 23; 5, 11. 14), sia allo spirito divino (Dan 4, 5 s. 15; 5, 11. 14). Può avere come fonti sogni e visioni; ma può anche avere come punto di partenza una meditazione delle Scritture (Dan 9, 1 ss). In ogni caso, è la parola di Dio Che dà, per conoscenza soprannaturale, la chiave di questi sogni, di queste visioni, di questi testi sacri.

II. Ciò CHE DIO RIVELA

L'oggetto della rivelazione divina è sempre di ordine religioso. Non è frammisto né alle Confuse fantasticherie cosmologiche, né alle speculazioni metafisiche di cui sono pieni i libri sacri della maggior parte delle religioni antiche (come i Veda dell'India e le opere gnostiche, od anche taluni apocrifi giudaici). Dio rivela i suoi disegni, che tracciano per l'uomo la via della salvezza; rivela se stesso, affinché l'uomo lo possa incontrare.

1. Dio rivela i suoi disegni.
a) Nato in una stirpe peccatrice, l'uomo non sa neppure esattamente ciò che Dio vuole da lui. Dio quindi gli rivela regole di condotta: la sua parola assume forma di insegnamento e di legge (Es 20, 1...), e l'uomo possiede in tal modo « cose rivelate » che deve mettere in pratica (Deut 29, 28). La legge trae tutto il suo pregio da questa origine divina, che la sottrae al piano giuridico per farne la delizia delle anime religiose (cfr. Sal 119, 24- 97 ... ). Similmente le istituzioni del popolo di Dio sono oggetto di rivelazione: istituzioni sociali (Num 11, 16 s) e politiche (l Sam 9, 17), nonché istituzioni cultuali(Es 25, 40). E questo perché pur conservando un carattere provvisorio, come tutto lo statuto del popolo di Dio nel VT, esse hanno nondimeno un significato positivo in rapporto al compimento della salvezza del NT: ne sono le figure profetiche b) In secondo luogo, Dio rivela al suo popolo il senso degli avvenimenti Che gli è dato di vivere. Questi avvenimenti costituiscono il lato visibile del disegno di salvezza; ne preparano la realizzazione finale e già la prefigurano. A questo duplice titolo essi hanno un volto segreto, che l'occhio umano non potrebbe scoprire; ma Dio « non fa nulla senza rivelare il suo segreto ai suoi servi i profeti » (Am 3, 7)- Storici, profeti, salmisti, sapienti, vanno a gara nel dedicarsi a questa interpretazione religiosa della storia, che nasce dal l'incontro tra la parola divina ed i fatti voluti e diretti da Dio- I fatti 'accreditano la parola e portano gli uomini alla fede, perché hanno valore di segni (Es i4, 30 s). La parola illumina i fatti sottraendoli alla banalità quotidiana ed al caso (ad es. Ger 27, 4-11; Is 45, 1-6) per farli entrare in un piano prestabilito.
c) Infine Dio rivela progressivamente il segreto degli « ultimi tempi ». La sua parola è promessa. A questo titolo essa, al di là del presente e perfino del futuro prossimo, ha di mira il termine del suo disegno di sal- vezza. Rivela il futuro della discendenza di David (2 Sam 7, 4-16), la gloria finale di Gerusalemme e del tempio (Is 2, l-4; 60; Ez 40 - 48), il compito inaudito del servo sofferente (Is 52, 13-53, 12), ecc. Questo aspetto della rivelazione profetica dà agli uomini una conoscenza anticipata del NT, ancora avvolta in figure per una parte, ma che abbozza già i tratti dell'alleanza escatologica.
2. Dio rivela pure se stesso attraverso ciò che compie in terra. La sua creazione già lo manifesta nella sua sapienza e nella sua potenza sovrana (Giob 25, 7-14; Prov 8, 23-31; Eccli 42,15-43,33). Essa è come intessuta di segni che permettono di rappresentarlo simbolicamente, velato nella nube (Es 13,21), ardente come un fuoco (Es 3,2; Gen 15,17), tonante nell'uragano (Es 19, 16), dolce come la brezza leggera (l Re 19,12s)... Questi segni, visti dai pagani, erano sovente da essi interpretati al contrario (Sap 13, 1 s); la rivelazione permette ora al popolo di Dio di contemplare per analogia il creatore attraverso la grandezza e la bellezza delle creature (Sap 13, 3 ss). Tuttavia Dio si rivela in modo specifico soprattutto con la storia di Israele. I suoi atti fan vedere chi egli è: il Dio terribile che giudica e combatte; il Dio compassionevole che Consola (Is 40,1) e che guarisce; il Dio forte che libera e che trionfa... La sua definizione biblica (Es 34, 6 s) non è la conseguenza di una speculazione filosofica; è il risultato di un'esperienza vissuta- E questa Conoscenza concreta, approfondita nel corso dei secoli, determina l'atteggiamento che gli uomini devono assumere dinanzi a lui: fede e fiducia, timore ed amore. Atteggiamento complesso, che rettifica e completa quello che adotterebbe spontaneamente l'uomo religioso. Infatti Dio è Creatore e padrone, re e signore; ma verso Israele egli si mostra parimenti padre e sposo. Cosi il timore religioso che gli è dovuto, deve assumere la sfumatura di una pietà Cordiale (Os 6, 6) che può condurre all'intimità mistica. Si può dire di più, e Dio rivela nel VT il segreto intimo del suo essere? Entriamo qui nel campo dell'ineffabile. Il VT conosce manifestazioni misteriose dell'angelo di Jahve, in Cui il Dio invisibile assume in qualche modo una forma accessibile ai sensi (Gen 16, 7; 21, 17; 31, 11; Giud 2, 1). Conosce le visioni di Abramo, di Mosè, di Elia, di Michea ben Jimla, di Isaia, di Ezechiele, di Zaccaria... Tuttavia in esse la gloria divina si vela sempre sotto simboli: simboli cosmici del fuoco o dell'uragano, simboli che manifestano la sovranità divina (1 Re 22, 19; Is 6,1 ss), simboli ispirati all'arte babilonese (Ez 1). Ad ogni modo, Jahve stesso non è mai descritto (cfr. Ez 1, 27 s); la sua faccia non è mai vista (Es 33, 20), neppure da Mosè che gli parla « bocca a bocca » (Es 33, 11; Num 12, 8), e gli uomini si velano istintivamente il volto per non fissare i loro occhi su di lui (Es 3, 6; 1 Re 19, 9 s). A Mosè egli accorda la rivelazione suprema, quella del suo nome (Es 3, 14). Ma questa conserva intatto il mistero del suo essere; infatti la sua risposta - « Io sono colui che è » o « Io sono chi sono » - può essere interpretata Come una dichiarazione di mistero: Israele non possederà il nome del suo Dio in modo da far presa su di lui, come i pagani circostanti facevano presa sui loro dei. Così Dio rimane nella sua trascendenza assoluta, pur accordando agli uomini un certo accostamento concreto al suo mistero. Se essi non penetrano ancora fin nell'intimo del suo essere, sono già illuminati dalla sua parola, dall'azione della sua sapienza; sono santificati dal suo spirito. Negli « ultimi tempi », egli farà di più. Allora « la sua gloria si rivelerà, ed ogni carne la vedrà » (Is 40, 5; 52, 8; 60, l). Rivelazione suprema, il cui modo non è precisato in anticipo. Soltanto il fatto dirà Come essa deve avvenire.

NT

La rivelazione iniziata nel VT termina nel NT. Ma invece di essere trasmessa da molteplici intermediari, si concentra ora in Gesù Cristo, che ne è ad un tempo l'autore e l'oggetto. Bisogna distinguere in essa tre stadi. Nel primo, essa è fatta da Gesù stesso ai suoi apostoli. Nel secondo, è Comunicata agli uomini dagli apostoli, poi dalla Chiesa sotto la direzione dello Spirito Santo. Nel terzo, troverà la sua consumazione finale, quando la visione diretta del mistero di Dio sostituirà negli uomini la conoscenza di fede. Per caratterizzare questi stadi successivi, il NT si serve di un vocabolario vario: rivelare (apokalypto), manifestare (phaneròo), far conoscere (gnorizo), mettere in luce (photizo), spiegare (exeghèoinai), mostrare (deiknuo/-mi), o semplicemente, dire; e gli apostoli proclamano (kerysso), insegnano (didasko), questa rivelazione che costituisce ora la parola, il vangelo, il mistero di fede. Tutti questi temi si ritrovano nei diversi gruppi di scritti del NT.

1. I SINOTTICI E GLI ATTI
1. La rivelazione di Gesù Cristo.
a) Rivelazione con i fatti. - Anche nel VT, la conoscenza del disegno di Dio rimaneva avvolta di ombra; la sua Consumazione finale, benché promessa, non era evocata se non in figure. Ciò che ora strappa i veli e dissipa l'ambiguità della promessa è il fatto di Cristo. Il destino storico di Gesù, coronato dalla sua morte e dalla sua risurrezione, fa effettivamente Conoscere il Contenuto reale di questa promessa, realizzandola nei fatti.
b) Rivelazione con le parole. - Tuttavia la rivelazione con i fatti resterebbe incompresa se Gesù non spiegasse Con le sue parole il senso dei suoi atti e della sua vita. Nelle parabole del regno, egli « proferisce le cose nascoste dall'inizio del mondo » (Mt 13, 35); se per la folla vale ancora il suo insegnamento sotto simboli, rivela chiaramente ai suoi discepoli il mistero di questo regno (Mc 4, 11 par.), che è il termine del disegno di Dio. Così pure rivela loro il senso nascosto delle Scritture, quando fa loro vedere che il figlio dell'uomo deve soffrire, esser messo a morte e risuscitare il terzo giorno (Mi 16, 21 par.). In grazia sua la rivelazione va dunque verso la sua pienezza: « Nulla di segreto che non debba essere rivelato; nulla di nascosto che non debba essere svelato » (Mc 4, 22 par.).
c) Rivelazione mediante la persona di Gesù. - Al di là delle parole di Gesù, al di là dei fatti della sua vita, gli uomini accedono fino al centro misterioso del suo essere; qui trovano finalmente la rivelazione divina. Non soltanto Gesù Contiene in sé il regno e la salvezza che annunzia, ma è la rivelazione vivente di Dio. Essendo il Figlio del Dio vivente (Mt 16, 16), egli è il solo a conoscere il Padre ed a poterlo rivelare (Mt 11, 27 par.). In compenso, il mistero della sua persona rimane inaccessibile alla « carne ed al sangue »: impossibile penetrarlo senza una rivelazione del Padre (Mt 16, 17), che è rifiutata ai sapienti ed agli scaltri, ma è accordata ai piccoli (Mi 11, 25 par.). Questi rapporti intimi del Figlio e del Padre, di cui il VT non aveva Conoscenza, Costituiscono il punto culminante della rivelazione apportata da Gesù. Tuttavia il mistero del Figlio- si vela ancora sotto un'umile apparenza: quella del figlio dell'uomo chiamato a soffrire (Mc 8, 31 ss par.). Anche dopo la sua risurrezione, Gesù non si manifesterà al mondo nella pienezza della sua gloria.

2. La rivelazione comunicata. a) La rivelazione nella Chiesa. - Gli atti e le parole di Gesù non sono stati conosciuti direttamente che da un piccolo numero di persone. Più piccolo ancora fu il numero di coloro che Credettero in lui e divennero suoi discepoli- Ora la rivelazione Che egli apportava era destinata al mondo intero. Perciò Gesù l'ha affidata ai suoi apostoli, con missione di Comunicarla agli altri uomini (cfr. già Mt 10, 26 s); essi andranno nel mondo intero a portare il vangelo a tutte le nazioní (Mt 28,19 s; MC 16,15). Quindi egli fa di essi i suoi testimoni grazie alle apparizioni di Cui beneficiano (Atti 1, 8). Non soltanto nel senso che, avendolo visto coi loro occhi ed avendo sentito le sue parole, potranno riferire esattamente Ciò Che ha detto e fatto (cfr. Lc 1, 2); ma nel senso che Gesù autentica la loro testimonianza: « Chi ascolta voi, ascolta me » (Lc 10, 16). Il libro degli Atti fa vedere come, grazie a questi testimoni, la rivelazione di Gesù Cristo è penetrata nella storia del mondo intero. Vi si vede la parola diffondersi da Gerusalemme fino alle estremità della terra. Abbozzo concreto Che annunzia l'azione della Chiesa, prolungamento di quella degli apostoli, dalla Pentecoste fino alla fine dei tempi.
b) La rivelazione e l'azione dello Spirito Santo. - Gli Atti mostrano inoltre lo stretto rapporto che esiste tra la Comunicazione della rivelazione nella Chiesa e l'azione dello Spirito Santo in terra. Fin dal giorno della Pentecoste lo Spirito è dato ed assicura la validità della testimonianza apostolica (Atti 1, 8; 2, 1-21). Sotto la sua luce gli apostoli scoprono nello stesso tempo il significato totale delle Scritture e quello dell'esistenza di Gesù, e su questo duplice oggetto verte quindi la loro testimonianza (cfr. 2, 22-41). Essendo così notificata agli uomini la rivelazione, quelli tra essi che sono docili allo Spirito l'accoglieranno con fede e, mediante il loro battesimo, entreranno nella vita della salvezza (2, 41. 47).

3. Verso la rivelazione perfetta. - La rivelazione fatta da Gesù e comunicata dai suoi apostoli e dalla sua Chiesa rimane ancora imperfetta, perché le realtà divine vi sono velate sotto segni. Ma essa annunzia la rivelazione totale che avverrà al termine della storia. Allora il figlio dell'uomo si rivelerà nella sua gloria (Lc 17, 30; cfr. Mc 13, 26 par.) e gli uomini passeranno dal « mondo presente » al «mondo futuro ».

II. LE LETTERE APOSTOLICHE

1. La rivelazione di Gesù Cristo.
a) Rivelazione della salvezza. - Se le allusioni alle parole di Gesù sono rare nelle lettere apostoliche, in compenso il fatto di Cristo, e specialmente la sua morte e la sua risurrezione, vi occupano un posto centrale. E ciò perché, in questo fatto, si è rivelata la salvezza promessa anticamente ad Israele. Cristo, agnello immacolato predestinato fin dalla fondazione del mondo, è stato manifestato negli ultimi tempi per noi (l Piet 1, 20). È stato manifestato una volta per tutte allo scopo di abolire il peccato mediante il suo sacrificio (Ebr 9, 26). Con questa apparizione del nostro salvatore, Cristo Gesù, la grazia di Dio è stata manifestata (2 Tim 1, 10). In lui è stata manifestata la giustizia salvifica di Dio, attestata dalla legge e dai profeti (Rom 3, 21; cfr. 1, 17). In lui si è rivelato il mistero nascosto alle generazioni precedenti (Rom 16,26; Col 1,26; 1 Tim 3,16); Dio ce l'ha fatto conoscere (Ef 1, 9), come lo ha pure notificato ai principati e alle potestà (3,10). Questo mistero è l'ultimo segreto del disegno di salvezza.
b) Rivelazione del mistero di Dio. - Oltre il mistero stesso della salvezza, in Cristo si rivela a noi l'essere stesso di Dio. La creazione era stata una prima manifestazione delle sue perfezioni invisibili, presto cancellata nello spirito degli uomini peccatori (Rom 1, 19 ss). Poi il VT aveva apportato una rivelazione, ancora parziale, della sua gloria. Infine « Dio ha fatto risplendere la conoscenza della sua gloria sul volto di Cristo Gesù » (2 Cor 4, 6), realizzando così l'oracolo profetico di Is 40,5. Questo è il senso profondo di Cristo, nei suoi atti e nella sua persona.

2. La rivelazione comunicata. - Gli apostoli non hanno compreso tutto ciò da soli, ma grazie ad una rivelazione interna, che ne ha dato loro la conoscenza (cfr. Mi 16,17)- Paolo ha ricevuto il suo vangelo da una rivelazione di Gesù Cristo, quando piacque a Dio rivelare in lui il suo Figlio (Gal 1, 12.16). Lo spirito, che scruta sin nelle profondità di Dio, gli ha rivelato il senso della croce, che è la vera sapienza (l Cor 2, 10). Per rivelazione, il mistero di Cristo gli è stato notificato, come a tutti gli apostoli e profeti, nello spirito (Ef 3, 3 ss). Ecco perché il vangelo dell'apostolo non è di indole umana (Gal 1, 11): eco della parola di Dio stesso, è « una forza divina per la salvezza dei credenti » (Rom 1, 16). Notificando il mistero del vangelo (Ef 6, 19 ), Paolo pone in luce agli occhi di tutti la dispensazione di questo mistero, un tempo nascosto ed ora rivelato (3, 9 s). Questo è il senso della parola apostolica: essa comunica agli uomini la rivelazione divina per portarli alla fede che assicurerà loro la salvezza.

3. Verso la rivelazione perfetta. - Tuttavia il regime della fede non avrà Che un tempo. Ha per fondamento « l'apparizione dell'amore di Dio nostro salvatore » nella vita terrena di Gesù (Tito 3,4). Continua mentre Gesù è già entrato nella gloria. Avrà fine Con « l'apparizione in gloria del nostro grande Dio e salvatore, Cristo Gesù » (Tito 2, 13; cfr. Le 17, 30). Questa rivelazione finale di Gesù (1 Piet 1, 7. 13), questa manifestazione del capo dei pastori (1 Piet 5, 4), costituisce l'oggetto della speranza cristiana (2 Tess 1, 7; 1 Cor 1, 7; cfr. Tito 2, 13). Di fatto, quando sarà manifestato Cristo che è la nostra vita, anche noi saremo manifestati con lui nella gloria (Col 3,4). A questa rivelazione escatologica dei figli di Dio aspira con noi tutta la creazione (Rom 8, 19- 23). Avvenimento misterioso, Che non è possibile descrivere, dopo il quale la visione diretta si sostituirà al regime della fede (l Cor 13, 12; 2 Cor 5, 7).

III. VANGELO E LETTERE DI GIOVANNI

Nel vocabolario giovanneo, il tema della rivelazione è espresso soprattutto Con il verbo « manifestare » (pbaneròo), ma l'idea affiora dovunque nei testi. 1. La rivelazione di Gesù Cristo. a) La manifestazione sensibile di Gesù. - Al centro della rivelazione si trova la persona di Gesù, Figlio di Dio venuto nella carne. Giovanni Battista aveva testimoniato « affinché egli fosse manifestato ad Israele » (Gv 1, 31). Effettivamente « egli si è manifestato » (1 Gv 3, 5. 8), cioè è diventato oggetto di esperienza sensibile. Non fu una manifestazione splendente agli occhi del mondo, Come quella che i suoi fratelli avrebbero desiderato (Gv 7, 4), ma una manifestazione quasi segreta, paradossale, Che culminò nella elevazione sulla croce (Gv 12, 32), perché mirava essenzialmente a togliere il peccato ed a distruggere l'opera del demonio (1 Gv 3, 5. 8). Soltanto dopo la sua risurrezione Gesù si manifestò in gloria; ed ancora non lo fece che per i suoi discepoli (Gv 21, 1. 14).
b) La manifestazione di Dio in Gesù Cristo. - La manifestazione sensibile di Gesù aveva una portata trascendente: era la rivelazione suprema di Dio. Rivelazione mediante le parole di Gesù: egli che, come Figlio, ha visto Dio, ha spiegato Dio agli uomini (Gv 1, 18), dapprima in termini velati, poi, alla vigilia della sua partenza, Chiaramente e senza figure (16, 29). Rivelazione mediante gli atti: i suoi miracoli erano segni, con i quali egli manifestava la sua gloria affinché si credesse in lui (2, 11), perché questa gloria era quella che egli aveva dal Padre come Figlio unico (1, 14). Per questa duplice via egli ha manifestato agli uomini il nome di Dio (17, 6), Cioè il mistero del suo essere, coronando con ciò tutta la rivelazione del VT (cfr. 1, 17). L'evangelista Che ha visto, sentito, toccato il Verbo di vita (1 Gv 1, 1), Così riassume il senso della sua esperienza: in Gesù si è manifestata la vita (1, 2), in Gesù si è manifestato l'amore di Dio per noi (4, 9).

2. La rivelazione comunicata. - La rivelazione di Gesù Cristo non è stata accolta da tutti gli uomini: Non solo perché soltanto un piccolo numero l'ha conosciuto, ma soprattutto perché l'accoglierlo esigeva una grazia interiore: « Nessuno viene a me se il Padre che mi ha mandato non lo attrae » (Gv 6, 44). Ora sono poco numerosi coloro Che « ascoltano l'insegnamento del Padre » (6, 45); molti rifuggono dalla luce e preferiscono le tenebre (3, 19 ss), perché appartengono al mondo malvagio. Gesù quindi non ha manifestato il nome del Padre se non a coloro Che il Padre aveva egli stesso tratto dal mondo per donarglieli (17, 6).
Ma a questi ha affidato una missione: quella di testimoniare per lui (16, 27). Compito difficile, che esigerà una conoscenza profonda di ciò Che Gesù ha detto e fatto. Perciò, dopo la sua partenza, egli manderà loro lo Spirito Santo affinché li guidi verso tutta la verità (16, 12 ss). Grazie al Paraclíto, la testimonianza apostolica farà conoscere a tutti gli uomini la rivelazione di Gesù Cristo, affinché credano ed abbiano la vita: «La vita si è manifestata, noi l'abbiamo vista e le rendiamo testimonianza » (1 Gv 1. 2); « noi abbiamo visto ed attestiamo che il Padre ha mandato il Figlio suo, il salvatore del mondo » (4, 14). Accogliendo questa testimonianza ogni uomo potrà, Come i primi testimoni, « entrare in comunione Con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo » (1, 3 s). 3. Verso la rivelazione perfetta. - Attraverso il mistero del Verbo fatto Carne, la gloria divina non e ancora contemplata se non nella fede. L'uomo « rimane in Dio », ma non ha raggiunto il termine. « Fin d'ora siamo figli di Dio, ma non è stato manifestato ciò che saremo» . Giorno verrà in cui Cristo si manifesterà in gloria nella sua venuta (cfr. 2, 28); allora anche noi saremo manifestati Con lui e « diventemero simili a Dio perché lo vedremo com'è » (3, 2). Questo è l'oggetto della speranza cristiana.

IV. L'APOCALISSE

L'Apocalisse di Giovanni è, per la stessa definizione, una rivelazione (Apoc 1, 1). Non più accentrata sulla vita terrena di Gesù, ma orientata verso la sua manifestazione finale, di cui la storia della Chiesa e del mondo intero contiene i prodromi. Profezia cristiana (1, 3), essa suppone che sia conosciuta la rivelazione della salvezza mediante la croce e la risurrezione di Cristo. A questa luce il veggente rilegge le antiche Scritture profetiche (cfr. 5, 1; 10, 8 ss). Possedendone ormai la Chiave, se ne serve per esporre in tutta la sua pienezza il mistero di Cristo, dalla nascita (12,5) e dalla immolazione in croce (1, 18; 5, 6), fino al suo avvento in gloria (19, 11-16). L'essenziale della sua testimonianza verte su quest'ultimo oggetto, questa venuta di Cristo a cui la Chiesa aspira (22, 17).
Il suo libro nasce così al punto d'incontro di due rivelazioni divine, ugualmente sicure: quella Che le Scritture condensano, e quella di Cristo che le ha compiute.' Illuminando l'una con l'altra queste due fonti della conoscenza di fede, il veggente apporta loro un ultimo complemento. In grazia sua la Chiesa può veder Chiaro nel suo destino storico, in cui la persecuzione paradossalmente serve di mezzo alla vittoria di Dio sul mondo e su Satana. Nel bel mezzo della loro prova i cristiani contemplano già nella fede la Gerusalemme Celeste, in attesa che essa si riveli loro pienamente (22, 2...). Così la rivelazione di Gesù Cristo, che è « identico ieri, oggi e per sempre » (Ebr 13, 8), illumina tutta la storia del mondo, dall'inizio alla fine.

Autore: B. Rigaux e P. Grelot
Fonte: Dizionario di Teologia Biblica


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