Profeta


VT I. VARIETÀ ED UNITÀ NEL PROFETISMO DI ISRAELE Dovunque, nell‘antico Oriente, esistono uomini che esercitano la *magia o divinazione (cfr. Num 22, 5 s; Dan 2, 2; 4, 3 s), e sono giudicati atti a ricevere dalla divinità un messaggio. Vengono talvolta Consultati prima di un‘impresa. Ai profeti di Israele capiterà di svolgere funzioni analoghe (1 Re 22, 1-29); ma solo il considerare il profetismo nella sua durata può consentire di coglierne meglio il Carattere unico. 1. Origini. - Quando incomincia il profetismo biblico? Il titolo di profeta è dato ad Abramo, ma per attribuzione posteriore (Gen 20,7). Quanto a Mosè, autentico inviato divino (Es 3 - 4), egli costituisce una sorgente in rapporto alla profezia (Es 7, 1; Num 11, 17-25), e quindi è più di un profeta (Num 12, 6-8). Il Deuteronomio è il solo libro della legge Che gli dia questo nome (Deut 18, 15); ma non come a un profeta tra gli altri: nessuno dopo di lui lo ha uguagliato (Deut 34, 10). Alla fine dell‘epoca dei giudici sorgono schiere di «figli di profeti» (1 Sam 10, 5 s), la cui agitazione esteriore (1 Sam 19, 20-24) risente dell‘ambiente cananeo. Con essi il termine nabi («Chiamato»?) entra nell‘uso. Ma accanto ad esso sussistono i titoli antichi: «veggente» (1 Sam 9, 9) o «visionario» (Am 7, 12), «uomo di Dio» (1 Sam 9, 7 s), titolo principale di Elia e soprattutto di Eliseo (2 Re 4, 9). Il titolo di nabì d‘altronde non è riservato ai profeti autentici di Jahve: accanto ad essi ci sono nabì di Baal (1 Re 18, 22); ci sono pure uomini Che fanno del profetismo un mestiere, ma parlano senza Che Dio li ispiri ( 1 Re 22, 5s ...). Lo studio del vocabolario mostra quindi che il profetismo ha aspetti molto vari; ma manifesterà la sua unità sviluppandosi. 2. Continuità. - È esistita una vera tradizione profetica che si perpetuò grazie ai *discepoli dei profeti. Lo spirito, come nel caso di Mosè (Num 11, 17) si Comunica: così da Elia ad Eliseo (2 Re 2). Isaia menziona i suoi discepoli (Is 8,16) e Geremia è accompagnato da Baruch. Il servo di Jahve, la Cui figura, ancor più di quella di Mosè, trascende il profetismo, assume i tratti di un profetadiscepolo che insegna (Is 50, 4 s; 42, 2 ss). In questa cornice di una *tradizione vivente la *scrittura ha naturalmente una parte (Is 8,16; Ger 36, 4), Che cresce con il tempo: in bocca ad Ezechiele Jahve non mette più soltanto le sue parole, ma un *libro. Soprattutto a partire dall‘esilio la Coscienza di una tradizione profetica s ?impone retrospettivamente ad Israele (Ger 7, 25; cfr. 25, 4; 29, 19; 35, 15; 44, 4). Il Libro della Consolazione (di scuola isaiana) si fonda su questa tradizione quando ricorda le predizioni antiche di Jahve (Is 45,21; 48,5). Ma la tradizione profetica ha una fonte di unità che è di ordine diverso da queste relazioni misurabili: i profeti, fin dall‘origine, sono tutti animati dallo stesso *spirito di Dio (anche se alcuni non citano lo spirito come origine della profezia; cfr. tuttavia 1 Sam 10, 6; Mi 3, 8 ebr.; Os 9, 7; Gioe 3, 1 s; Ez 11, 5). Quali che siano le loro mutue dipendenze, da Dio essi hanno la *parola. Il *carisma profetico è un carisma di *rivelazione (Am 3,7; Ger 23,18; 2 Re 6,12), che fa conoscere all‘uomo Ciò che egli non potrebbe scoprire con le sole sue forze. Il suo oggetto è ad un tempo molteplice ed unico: è il *disegno di salvezza, che si compirà e si unificherà in Gesù Cristo (cfr. Ebr 1, 1 s). 3. Il profeta nella comunità. - Costituendo una tradizione, il profetismo ha pure un posto preciso nella comunità di Israele: ne è una parte integrante, ma non l‘assorbe; si vede il profeta aver parte, con il sacerdote, nella consacrazione del *re (1 Re 1). Re, sacerdote, profeta sono per lungo tempo come i tre capisaldi della società di Israele, abbastanza diversi per essere talvolta antagonisti, ma normalmente necessari gli uni agli altri. Finché esiste uno stato, vi si trovano profeti per illuminare i re: Natan, Gad, Eliseo, soprattutto Isaia, e a tratti Geremia. Spetta ad essi dire se l‘azione intrapresa è quella voluta da Dio, se una determinata politica si inserisce esattamente nella storia della salvezza. Tuttavia il profetismo nel senso stretto della parola non è una istituzione come la regalità ed il *sacerdozio: Israele può darsi un re (Deut 17, 14 s) ma non un profeta; questo è un puro dono di Dio, oggetto di promessa (Deut 18,14-9), ma accordato liberamente. Lo si sente bene nel periodo in cui si interrompe il profetismo (l Mac 9, 27; cfr. Sal 74,9): Israele vive allora nell‘attesa del profeta promesso (1 Mac 4,46; 14,41). Si comprende, in queste circostanze, l‘accoglienza entusiastica fatta dai Giudei alla predicazione di *Giovanni Battista (MI 3, 1-12). II. DESTINO PERSONALE DEL PROFETA 1. Vocazione. - Al profeta spetta un posto nella Comunità, ma a Costituirlo è la *vocazione. Lo si vede chiarissimamente nella chiamata di *Mosè, Samuele, Amos, Isaia, Geremia, Ezechiele, senza dimenticare il *servo di Jahve. Le confidenze liriche di Geremia sono imperniate su questo tema. Tutta l‘iniziativa è di Dio Che domina la persona del profeta: «Il Signore Jahve parla, chi non profetizzerebbe?» (Am 3, 8; cfr. 7, 14 s). Geremia, consacrato fin dal seno della madre (1, 5; cfr. Is 49, 1), parla di seduzione (20, 7 ss). Ezechiele sente pesare con forza su di sé la mano di Dio (Ez 3, 14). La chiamata risveglia in Geremia la coscienza della debolezza (Ger 1, 6); in Isaia quella del peccato (Is 6, 5). Essa porta sempre ad una *missione, il cui strumento è la bocca del profeta che dirà la parola di Dio (Ger 1, 9; 15, 19; Is 6, 6 s; cfr. Ez 3, 1 ss). 2. Il messaggio del profeta e la sua vita. - Annunzi mediante azioni (più di trenta) precedono od accompagnano le esposizioni orali (Ger 28, 10; 51, 63 ...; Ez 3, 24 - 5, 4; Zac 11,15 ...). E questo perché la parola rivelata non si riduce a parole; ma è vita, è accompagnata da una partecipazione simbolica (non magica) all‘atto di Jahve Che compie ciò che dice. Taluni di questi atti simbolici hanno effetti immediati: compera di un campo (Ger 32), malattie ed angosce (Ez 3, 25 s; 4, 4-8; 12, 18)- Soprattutto è notevole il fatto che, per i più insigni, la vita coniugale e familiare faccia corpo con la rivelazione. È il caso del matrimonio di Osea (1 - 3). Isaia menziona soltanto la «profetessa» (Is 8, 3), ma egli ed i suoi figli sono *segni per il popolo (8,18). Al momento dell‘esilio i segni diventano negativi: celibato di Geremia (Ger 16,1-9), vedovanza di Ezechiele (Ez 24, 15-27). Altrettanti simboli non a base di immagini ma vissuti, e con ciò collegati alla verità. Il messaggio non può essere esterno al suo latore: non è un Concetto sul quale questi abbia potere; è la manifestazione in lui del Dio vivente (Elia), del Dio santo (Isaia). 3. Prove. - Coloro che parlano in nome proprio (Ger 14, 14 s; 23, 16), senza essere stati inviati (Ger 27, 15), seguendo il loro spirito (Ez 13, 3), sono falsi profeti. I veri profeti hanno coscienza che un altro li fa parlare, cosicché Capita loro di doversi correggere quando hanno parlato di loro iniziativa (2 Sam 7). La presenza di quest‘altro (Ger 20, 7 ss), il peso della missione ricevuta (Ger 4, 19), causano sovente una lotta interiore. La serenità di Isaia non ne lascia trasparire molto: «Attendo Jahve che nasconde la sua faccia» (Is 8, 17)... Ma Mosè (Num 11, 11-15) ed Elia (1 Re 19, 4) conoscono la crisi di depressione. Soprattutto Geremia si lamenta amaramente e sembra per un istante rinunziare alla sua vocazione (Ger 15, 18 s; 20, 14-18). Ezechiele è «ripieno di amarezza e di furore», «inebetito» (Ez 3, 14 s). Il servo di Jahve attraversa una fase di apparente sterilità e di inquietudine (Is 49, 4). Infine Dio non permette punto Che i profeti sperino il successo della loro missione (Is 6, 9 s; Ger 1, 19; 7, 27; Ez 3, 6 s). Quella di Isaia non farà che indurire il popolo (Is 6, 9 s = Mt 13, 14 s; cfr. Gv 15, 22). Ezechiele dovrà parlare «sia Che lo si ascolti o no» (Ez 2, 5. 7; 3, 11. 27); così gli uomini «sapranno che io sono Jahve» (Ez 36,38 ecc.); ma questo riconoscimento del Signore non avverrà se non in seguito. La parola profetica trascende del tutto i suoi risultati immediati, perché la sua efficacia è di ordine escatologico: in definitiva essa concerne noi (1 Piet 1, 10 ss). 4. Morte. - I profeti sono stati sterminati sotto Achab (1 Re 18, 4. 13; 19, 10. 14), probabílmente sotto Manasse (2 Re 21,16), certamente sotto Joakim (Ger 26, 20-23). Geremia non vede nulla di eccezionale in questi massacri (Ger 2, 30); al tempo di Neemia la loro menzione è diventata un luogo comune (Neem 9, 26) e Gesù potrà dire: «Gerusalemme, che uccidi i profeti» (Mt 23, 37)... L‘idea che la *morte dei profeti è il coronamento di tutte le loro profezie in atto si fa strada lentamente attraverso questa esperienza. La missione del servo di Jahve, termine della loro linea, incomincia nella discrezione (Is 42, 2) e termina nel *silenzio dell‘agnello che viene ucciso (Is 53, 7). Ora questa fine è un vertice intravisto: da Mosè, i profeti intercedevano per il popolo (Is 37,4; Ger 7, 17; 10, 23 s; Ez 22, 30); il servo intercedendo per i peccatori, li salverà con la sua morte (Is 53, 5. 11 s). III. IL PROFETA DINANZI AI VALORI TRADIZIONALI L‘incontro drammatico tra il profeta ed il popolo avviene anzitutto sul terreno delle condizioni dell‘antica *alleanza; la legge, le istituzioni, il culto. 1. La legge. - Profetismo e *legge non esprimono due opzioni, due correnti divergenti: si tratta di funzioni distinte, di settori che non sono affatto isolati entro una totalità. La legge dichiara ciò Che dev ?essere per ogni tempo e per ogni uomo. Il profeta incomincia Col denunziare le mancanze che si compiono Contro la legge. Ciò che qui lo distingue dai rappresentanti della legge è il fatto che egli non aspetta che si presenti un caso per pronunziarsi e Che lo fa senza riferirsi ad un potere ricevuto dalla società né ad una scienza appresa da altri. In base a Ciò che Dio gli rivela per il momento presente, egli collega la legge all‘esistenza; fa nomi, dice al peccatore, Come Natan a David: «Tu sei quell‘uomo» (2 Sam 12, 7), Coglie sul fatto (1 Re 21,20), sovente all‘improvviso (1 Re 20,38-43). Osea (4, 2), Geremia (7, 9), fanno allusione al decalogo; Ezechiele (18,5- 18) alle leggi ed alle usanze. Il non pagare il salario (Ger 22, 13; cfr. Mal 3, 5), la frode (Am 8, 5; Os 12, 8; Mi 6, 10 s), la venalità dei giudici (Mi 3, 11; Is 1, 23; 5, 23), il rifiuto di liberare gli schiavi a tempo debito (Ger 34, 8-22), la Crudeltà di Coloro che danno a prestito (Am 2, 8) e di Coloro Che «stritolano la faccia dei poveri» (Is 3, 15; cfr. Am 2, 6-8; 4, 1; 8, 4 ss) sono altrettanti delitti Contro la legge, Contro l‘alleanza! Ma l‘essenza della legge Che i profeti ricordano non si richiama al testo scritto; in ogni caso lo scritto non può operare ciò che opera il profeta nei suoi uditori. Con il suo *carisma egli raggiunge in ogni uomo quel punto segreto dov ?è scelta o respinta la luce. Ora, nella situazione di fatto in Cui sorge la parola profetica, il diritto non è soltanto rifiutato, ma pervertito (Mi 3, 9 s; Ger 8, 8; Ab 1, 4), cambiato in assenzio (Am 5, 7; 6,12); il bene è Chiamato male, e viceversa (Is 5, 20; 32, 5); tale è la *menzogna condannata instancabilmente da Geremia (Ger 6,6 ...). I *pastori intorbidano l‘acqua delle pecore (Ez 34, 18 s), i deboli sono fuorviati (Is 3, 12-15; 9, 15; Am 2, 7). Il popolo, anch‘esso Colpevole, non merita di essere risparmiato (Os 4,9; Ger 6,28; Is 9,16); ma i profeti vituperano con più violenza i sacerdoti e tutti i *responsabili (Is 3,2; Ger 5, 4 s) Che detengono le norme (Os 5, 1; Is 10, 1) e le falsano. Contro una simile situazione la legge è senz ?armi. Nel pervertimento dei *segni il solo ricorso è il discernimento tra due spiriti, quello del male e quello di Dio: è la situazione in cui si vedono posti di fronte profeta Contro profeta (Ger 28). 2. Le tradizioni. - Non è in causa soltanto il peccato; la società è mutata. I profeti hanno coscienza del nuovo stato dei costumi, sia negli abiti (Is 3, 16-23), sia nella musica (Am 6, 5), sia nei rapporti sociali. Essendo aumentati gli scambi di tutti gli ordini, Israele conosce la situazione che Samuele aveva fatto prevedere (1 Sam 8, 10-18): il rapporto da padrone a schiavo, dopo il soggiorno in Egitto, è stato trasferito all‘interno del popolo. Nonostante talune posizioni antimonarchiche (Os 13, 11), i profeti non cercano il ritorno ad uno stato anteriore. Non è loro Compito. Essi si oppongono pure al popolo, fissato, Come a suo bene, ad una immagine felice del passato di Cui ritiene assicurato il ritorno indefinito. È l‘euforia di coloro Che dicono: «Jahve non è forse in mezzo a noi?» (Mi 3, 11), che chiamano Jahve «l‘amico della loro giovinezza» (Ger 3,4; Os 8,2), che pensano di ottenere con poca spesa che «Jahve ricominci per essi tutti i suoi prodigi» (Ger 21, 2), di coloro per i quali nulla muta: «domani sarà come oggi» (Is 56, 12; cfr. 47, 7)... Costoro ritrovano se stessi nella predicazione tranquillizzante dei falsi profeti (Ger 23, 17) e rifiutano di lasciarsi aprire gli occhi sul presente reale. Ma i profeti di Dio sono all‘opposto di un rinnegamento del passato: Elia ritorna all‘Horeb; Osea (11, 1-5) e Geremia (2, 2 s) sono pervasi dai ricordi del *deserto, il DeuteroIsaia (Is 43, 16-21) da quelli dell‘*esodo. Quel passato, essi non lo Confondono con le sue sopravvivenze morte. Serve loro a rimettere nei suoi veri binari la religione del popolo. 3. Il cullo. - I profeti hanno parole radicali contro i *sacrifici (Ger 7, 21 s; Is 1, 11 ss; Am 5, 21-25), Contro l‘*arca (Ger 3, 16) ed il *tempio (Ger 7, 4; 26, 1-15), quel tempio in cui Isaia ha ricevuto la sua vocazione (Is 6) ed in cui Geremia predica (Ger 7), come Amos predicava nel santuario di Bethel (Am 7,13). Queste parole hanno di mira l‘attualità: condannano quei sacrifici Che di fatto sono sacrileghi; potrebbero applicarsi altrettanto bene, in Condizioni analoghe, agli atti del culto cristiano. Ricordano pure il valore relativo di quei segni che non sono sempre stati e non saranno sempre quali sono (Am 5,25; Ger 7, 22), che non sono capaci da soli né di purificare, né di salvare (cfr. Ebr 10, 1). Questi sacrifici non hanno senso se non in rapporto al sacrificio unico di Cristo; la critica dei profeti apre il passaggio alla rivelazione di questo senso ultimo. D‘altronde, a partire dall‘esilio, organizzazione del *culto e profetismo si incontrano in Ezechiele (Ez 40 - 48; cfr. Is 58, 13), Malachia, Aggeo. Il culto giudaico di epoca tarda è un culto purificato, e Ciò è dovuto in gran parte all‘azione dei profeti, che non hanno mai immaginato una religione senza culto, e neppure una società senza legge. IV. IL PROFETA E LA NUOVA ECONOMIA I profeti collegano il *Dio vivente alla sua creatura nella singolarità del momento presente. Ma, per questa stessa ragione, il loro messaggio è rivolto al futuro, Che vedono avvicinarsi con il suo duplice aspetto di *giudizio e di *salvezza. 1. Il castigo. - Isaia, Geremia, Ezechiele, al di là della molteplicità delle trasgressioni, vedono la continuità del *peccato nazionale (Mi 7, 2; Ger 5, 1), dato storico e radicale (Is 48, 8; Ez 20; Is 64, 5). Esso è impresso (Ger 17, 1), aderente come la ruggine od il colore della pelle (Ger 13,23; Ez 24,6). Come profeti essi esprimono questa situazione in termini di momenti storici. Dicono Che il peccato oggi ha raggiunto il colmo; Dio lo ha fatto loro vedere, Come lo fece vedere ad Abramo per Sodoma (cfr. Am 4, 11; Is 1, 10 ...). Quindi, accanto ad esortazioni, il loro messaggio contiene la enunciazione di una sentenza, con o senza data, ma mai indeterminata: Israele ha rotto l‘alleanza (Is 24, 5; Ger 11, 10); Compito dei profeti è di notificarglielo con le sue conseguenze. Il popolo aspetta il *giorno di Jahve come un trionfo; essi annunciano che viene sotto la forma contraria (Am 5, 18 ss). La *vigna deludente sarà distrutta dal vignaiolo (Is 5,1-7). 2. La salvezza. - Tuttavia i profeti, fin dal tempo di Amos, sanno Che Dio è innanzitutto salvatore. Geremia è Costituito «per sradicare e demolire, per distruggere ed abbattere, per edificare e piantare» (Ger 1, 10). Israele ha rotto l‘alleanza, ma con questo non è detto tutto: Dio è l‘autore di questa *alleanza; ha forse l‘intenzione di romperla? Nessun sapiente potrebbe rispondere a questa domanda, perché, nel passato, Israele ha speculato sulla *fedeltà di Dio per essergli infedele e si è Così racchiuso nel peccato. Ma quando il sapiente tace (Am 5, 13), parla il profeta. Egli è solo a poter dire che dopo il *castigo Dio trionferà perdonando, senza esservi tenuto (Ez 16, 61), per la sua sola *gloria (Is 48, 11). Questa prospettiva si comprende meglio quando la dottrina dell‘alleanza è sviluppata, a partire da Osea, sotto la figura del matrimonio, Come la risposta profetica alle difficoltà dell‘alleanza: il matrimonio rimane un Contratto, ma non ha senso se non mediante l‘*amore; ora l‘amore rende impossibile il calcolo e concepibile il *perdono. 3. Gli araldi della nuova alleanza- - L‘*esilio e la conseguente * dispersione hanno mandato ad effetto la sentenza. Se la legge ha fatto fare ad Israele l‘esperienza della sua impotenza (cfr. Rom 7), si è perché i profeti gli hanno aperto gli occhi. Viene allora il momento della *misericordia. Fin dal tempo dell‘esilio i profeti lo dicono, quando fanno promesse per il futuro. Ciò che essi promettono, non è più la restaurazione (Ger 31, 32) di istituzioni ormai caduche; ci sarà una nuova alleanza. Lo annuncia Geremia (Ger 31, 31-34); è ripreso da Ezechiele (Ez 36,16-38) e dal Deutero-Isaia (Is 55, 3; 54, 1- 10). In questa nuova prospettiva la legge non è soppressa, ma Cambia posto: da Condizione della promessa diventa un oggetto della *promessa (Ger 31, 33; 32, 39 s; Ez 36,27). Questa è una grande novità; ma i profeti ne apportano molte altre, su tutti i punti della rivelazione biblica: l‘esperienza profetica li afferra tutti per rinnovarli tutti. Con il loro genere di vita e con la loro dottrina i profeti sono i capofila di coloro che Pascal ha Chiamato i «cristiani della legge antica». 4. L‘oggi definitivo. - Questo rimaneggiamento delle Concezioni della salvezza è inseparabile dalle Circostanze dell‘esilio e del ritorno, perché il profeta vede con un solo sguardo le verità eterne ed i fatti in cui esse si manifestano. Sia le une Come gli altri gli sono rivelati dalla grazia del suo carisma, ma tra le conoscenze, che l‘uomo non può raggiungere da solo, quella del futuro è un caso particolare e privilegiato. La sua predizione assume forme diverse. Essa concerne talvolta fatti vicini, la cui portata è minore, ma la realizzazione più sorprendente (Am 7, 17; Ger 28, 15 s; 44, 29 s; 1 Sam 10, 1 s; cfr. Le 22, 10 ss). Simili predizioni, una volta realizzate, sono segni in vista del futuro lontano, Che solo è decisivo. Quel futuro, quella fine della storia, è l‘oggetto essenziale che la profezia ha di mira. Il modo in cui viene evocato in anticipo è radicato sempre nella storia dell‘Israele carnale, ma ne fa risaltare la portata definitiva ed universale. Se i veggenti descrivono la salvezza sulla scala degli avvenimenti Che vivono, ciò dipende dalla limitazione della loro esperienza, ma anche dal fatto Che il futuro agisce già nel presente; i profeti Collegano il presente al futuro perché questo è l‘oggi per eccellenza; l‘uso dell‘iperbole mostra appunto che la realtà supererà tutti gli obiettivi storici intesi nel presente immediato. Più che farci ammirare una veste letteraria, questo linguaggio vuole mettersi all‘altezza di un avvenimento assoluto. Proprio ad esso l‘apocalittica, questa *rivelazione per eccellenza, più distaccata dalle opzioni politiche Che non la profezia antica, mirerà direttamente nelle sue architetture cronologiche, nei suoi *numeri, nelle sue rappresentazioni figurate (cfr. Dan) Al di là della storia presente, essa lascerà presentire l‘avvenimento assoluto, Centro e fine della storia. NT I. IL COMPIMENTO DELLE PROFEZIE lizzano le Scritture, ciò non deve far dimenticare la conformità globale di «tutti i profeti» (Atti 3, 18-24; Le 24, 27) con il mistero essenziale: la passione e la risurrezione. La prima è ricordata da sola più volte Come oggetto delle profezie (Mi 26, 54-56; Atti 3, 18; 13,27); più spesso sono ricordate entrambe assieme. La lezione di esegesi di Emmaus, che fu applicata nella redazione dei vangeli, riunisce le espressioni il cui uso è disseminato negli altri libri quando si tratta di annunciare il mistero di Cristo: «i profeti», «Mosè e tutti i profeti», «tutte le Scritture», «la legge di Mosè, i profeti ed i Salmi» (LC 24,25. 27. 44; cfr. Atti 2, 30; 26, 22; 28, 23; Rom 1, 2; 1 Piet 1, 11; 2 Piet 3,2 ...). Tutto il Vecchio Testamento diventa una profezia del Nuovo, una «scrittura profetica» (2 Piet 1, 19 s). 11. LA PROFEZIA NELLA NUOVA ECONOMIA 1. Attorno a Gesù. - Gesù appare, per così dire, al Centro di una trama di profetismo, rappresentata da Zaccaria (Le 1, 67), Simeone (Lc 2, 25 ss), dalla profetessa Anna (LC 2, 36) e soprattutto da *Giovanni Battista. Era necessaria la presenza di Giovanni per far sentire la differenza tra il profetismo ed il suo oggetto, Cristo. Tutti considerano Giovanni Come un profeta. Effettivamente, come i profeti antichi, egli traduce la legge in termini di esistenza vissuta (Mi 14, 4; Lc 3, 11-14). Annunzia l‘imminenza dell‘*ira e della salvezza (Mi 3, 2. 8). Soprattutto discerne profeticamente Colui che è presente senza essere conosciuto, e lo indica (Gv 1,26.31). Per mezzo suo tutti i profeti rendono testimonianza a Gesù: «Fino a Giovanni han profetato tutti i profeti e la legge» (Mi 11, 13; Lc 16, 16). 2. Gesù - Quantunque il comportamento di *Gesù Cristo sia chiaramente distinto da quello del Battista (Mi 9, 14), si riconoscono in esso dei tratti profetici; egli rivela il contenuto dei «segni dei tempi» (Mi 16, 2 s) e annunzia la loro fine (Mi 24 - 25). Il suo atteggiamento di fronte ai valori tradizionali riprende la critica dei profeti: severità per coloro che hanno la chiave, ma non lasciano entrare (Lc 11, 52); *ira contro l‘ipocrisia religiosa (Mi 15, 7; cfr. Is 29, 13); discussione della qualità di figli di *Abramo, di cui i Giudei si fanno vanto (Gv 8, 39; cfr. 9, 28); chiarificazione di un‘*eredità spirituale aggrovigliata, in cui le grandi linee sono diventate difficili da discernere; purificazione del tempio (Mc 11, 15 ss par.; cfr. Is 56, 7; Ger 7, 11) e annunzio di un *culto perfetto dopo la distruzione del santuario materiale (Gv 2, 16; cfr. Zac 14, 21). Infine, elemento che lo Collega in modo particolare ai profeti antichi, egli vede il suo messaggio rifiutato (MI 13, 13 ss par.), rigettato da quella Gerusalemme che ha ucciso i profeti (Mi 23, 27 s par.; cfr. 1 Tess 2, 15). A mano a mano che questo termine si avvicina, egli lo annunzia e ne spiega il senso, facendo da profeta a se stesso, mostrando con ciò che egli rimane il padrone del suo destino, che lo accetta per Compiere il disegno del Padre, formulato nelle Scritture. In presenza di simili atteggiamenti, accompagnati da *segni miracolosi, si comprende come la folla dia spontaneamente a Gesù il titolo di profeta (Mi 16, 14; LC 7, 16; Gv 4, 19; 9, 17), che in taluni casi designa il profeta per eccellenza annunziato nelle Scritture (Gv 1, 21; 6, 14; 7, 40). Gesù in persona non riprende questo titolo se non incidentalmente (Mi 13, 57 par.), ed esso occuperà poco posto nel pensiero della Chiesa nascente (Atti 3, 22 s; cfr. Lc 24, 19). E questo perché la personalità di Gesù trascende in tutti i modi la tradizione profetica: egli è il *messia, 9 *servo di Dio, il *figlio dell‘uomo. L‘autorità che egli ha dal Padre è anche tutta sua: è quella del *Figlio, fl che lo pone al di sopra di tutta la linea dei profeti (Ebr 1, 1 ss). Egli riceve le sue parole ma, come dirà Giovanni, è la *parola di Dio fatta carne (Gv 1, 14). Di fatto, quale profeta avrebbe mai presentato se stesso come fonte di *verità e di *vita? I profeti dicevano: «Oracolo di Jahve!». Gesù dice: «In verità, in verità, vi dico...». La sua missione e la sua persona non sono quindi più dello stesso ordine. 3. La Chtesa. - «Le profezie un giorno spariranno», spiega Paolo (l Cot 13, 8). Ma allora sarà la fine dei *tempi. La venuta di Cristo in terra, lungi dall‘eliminare il carisma della profezia, ne ha provocato, al contrario, l‘estensione Che era stata predetta. «Possa tutto il popolo essere profeta!», augurava Mosè (Num 11, 29). E Gioele vedeva realizzarsi questo augurio «negli ultimi tempi» (Gioe 3, l-4). Nel giorno della *Pentecoste, Pietro dichiara compiuta questa profezia: lo Spirito di Gesù si è effuso su ogni carne: visione e profezia sono cose comuni nel nuovo popolo di Dio. Il *carisma delle Il Nuovo Testamento ha coscienza di realizzare (*compiere) le promesse del VT. Tra l‘uno e l‘altro, il libro di Isaia, che è già una somma della profezia, e soprattutto i canti del servo, sembrano costituire un anello privilegiato, Che assieme alla realizzazione ne annunzia anche il modo. 1 vangeli quindi ne desumono i testi Che descrivono la cattíva accoglienza riservata alla salvezza realizzata (Is 6, 9 è citato da Mi 13, 14 s; Gv 12, 39 s e Atti 28, 26 s; Is 53, 1 da Rom 10, 16 e Gv 12, 38; 1 s 65, 2 da Rom 10, 21). Di fatto, se il NT sottolinea volentieri i tratti particolari della vita di Gesù che reaprofezie è effettivamente frequente nella Chiesa apostolica (cfr. Atti 11, 27 s; 13, 1; 21, 10 s). Nelle Chiese da lui fondate, Paolo vuole che esso non sia deprezzato (1 Tess 5, 20). Lo colloca molto al di sopra del dono delle *lingue (1 Cor 14, 1-5); ma non di meno ci tiene a che sia esercitato nell‘ordine e per il bene della comunità (14, 29-32). Il profeta del NT, non diversamente da quello del VT, non ha come sola funzione quella di predire il futuro: egli «edifica, esorta, consola» (14, 3), funzioni Che riguardano da vicino la *predicazione. L‘autore profetico dell‘Apocalisse incomincia con lo svelare alle sette Chiese ciò che esse sono (Apoc 2 - 3), Come facevano gli antichi profeti. Soggetto egli stesso al controllo degli altri profeti (1 Cor 14, 32) ed agli ordini dell‘autorità (14, 37), il profeta non potrebbe pretendere di portare a sé la Comunità (cfr. 12, 4-11), né di governare la Chiesa. Fino al termine, il profetismo autentico sarà riconoscibile grazie alle regole del discernimento degli spiriti. Già nel VT il Deuteronomio non vedeva forse nella dottrina dei profeti il segno autentico della loro missione divina (Deut 13, 2-6)? Così è ancora. Infatti il profetismo non si spegnerà con l‘età apostolica. Sarebbe difficile comprendere la missione di molti santi della Chiesa senza riferimento al carisma profetico, il quale rimane soggetto alle regole enunciate da S. Paolo.


Autore: P. Beauchamp
Fonte: Dizionario teologico biblico
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