Parola di Dio


«Hanno una bocca e non parlano» (Sai 115, 5; Bar 6,7). Questa satira degli «idoli muti» (1 Cor 12, 2) sottolinea uno dei tratti più caratteristici del *Dio vivente nella rívelazione biblica: egli parla agli uomini, e l‘importanza della sua parola nel VT non fa che preparare il fatto Centrale del NT, dove questa parola - il Verbo - diventa Carne.

VT
I. DIO PARLA AGLI UOMINI

Nel VT, il tema della parola divina non è un oggetto di speculazione astratta, come in altre correnti di pensiero (cfr. il Logos dei filosofi alessandrini). È innanzitutto un fatto di esperienza: Dio parla direttamente a uomini privilegiati; per mezzo loro parla al suo popolo ed a tutti gli uomini. 1. Il profetismo è una delle basi fondamentali del VT: in tutti i secoli Dio parla a uomini scelti, Con missione di trasmettere la sua parola. Questi uomini sono *profeti, nel senso largo del termine. II modo in cui Dio si rivolge ad essi può variare: agli uni parla «in visione ed in *sogni» (Num 12, 6; cfr. 1 Re 22, 13-17); agli altri mediante un‘ispirazione interna più indefinibile (2 Re 3, 15...; Ger 1, 4; ecc.); a Mosè parla «bocca a bocca» (Num 12, 8). Molto spesso il modo di esprimersi della sua parola non è neppure precisato (ad es. Gen 12, 1). Ma l‘essenziale non è qui: tutti questi profeti hanno chiara coscienza che Dio parla loro, che la sua parola li invade in qualche modo fino a far loro violenza (Am 7, 15; cfr. 3, 8; Ger 20, 7 ss). Per essi quindi la parola di Dio è il fatto primario che determina il senso della loro vita, ed il modo straordinario in Cui la parola sorge in essi fa sl Che ne attribuiscano l‘origine all‘azione dello *spirito di Dio. Tuttavia, in altri casi, la parola può arrivare anche per vie più segrete, apparentemente più vicine alla psicologia normale: quelle a cui ricorre la *sapienza divina per rivolgersi al Cuore degli uomini (Prov 8, 1-21. 32-36; Sap 7 - 8), sia che insegni loro Come condurre la vita, sia che *riveli loro i segreti divini (Dan 5, 11 s; cfr. Gen 41, 39). Ad ogni modo non si tratta di una parola d‘uomo, soggetta a fluttuazione o ad errore: profeti e sapienti sono in comunicazione diretta con il Dio vivente. 2. Ora la parola divina non è data ai privilegiati del cielo come un insegnamento esoterico che essi dovrebbero nascondere alla comune dei mortali. È un messaggio da trasmettere; non ad una piccola cerchia, ma a tutto il popolo di Dio, che Dio vuole raggiungere per mezzo dei suoi portavoce. Così l‘esperienza della parola di Dio non è soltanto prerogativa di un piccolo numero di mistici: tutto Israele è chiamato a riconoscere che Dio gli parla per bocca dei suoi inviati. Se avviene che, a tutta prima, la parola divina vi sia disconosciuta e disprezzata (ad es. Ger 36), *segni indiscutibili finiscono sempre per imporre l‘evidenza. All‘epoca del NT tutto il gíudaismo professerà che «Dio parlò ai nostri padri a molte riprese ed in molteplici modi» (Ebr 1, 1).

II. ASPETTI DELLA PAROLA
La parola di Dio può essere considerata sotto due aspetti, indissociabili ma distinti: rivela ed agisce. 1. Dio, parlando, rivela. - Per mettere il pensíero dell‘uomo in comunicazione con il suo proprio pensiero, Dio parla. La sua parola è, di volta in volta, legge e regola di vita, rivelazione del senso delle Cose e degli avvenimenti, promessa ed annunzio del futuro. a) La concezione della parola divina come *legge e regola di vita risale alle stesse origini di Israele. Al tempo dell‘*alleanza al Sinai, Mosè ha dato al popolo da parte di Dio un codice religioso e morale riassunto in dieci «parole», il Decalogo (Es 20, 1-17; Deut 5, 6-22; cfr. Es 34, 28; Deut 4, 13; 10, 4). Questa affermazione del Dio unico, legata alla rivelazione delle sue esigenze essenziali, fu uno dei primi elementi che permisero ad Israele di prendere coscienza che «Dio parla». Taluni racconti biblici hanno sottolineato il fatto delineando il quadro del Sinai e mostrando Dio che parla direttamente a tutto Israele dalla nube (cfr. Es 20,1 ...; Deut 4, 12); di fatto, altri passi pongono Chiaramente in rilievo la funzione mediatrice di Mosè (Es 34, 10-28). Ma, ad ogni modo, la legge si impone a titolo di parola divina. Come tale i sapienti ed i salmisti vi videro la sorgente della felicità (Prov 18, 13; 16, 20; Sal 119). b) Tuttavia alla legge divina si trova collegata sin dall‘origine una *rivelazione di Dio e della sua azione in terra: «Io sono *Jahve, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto» (Es 20, 2). Questa è la certezza essenziale Che fonda l‘autorità della stessa legge. Se Israele è un popolo monoteista, non è per sapienza umana, ma perché Jahve ha parlato ai suoi padri, poi a Mosè, per farsi Conoscere come «l‘*unico» (Es 3, 13-15; cfr. Deut 6, 4). Così pure, a mano a mano che la storia si svolge, è la parola del suo Dio ad illuminarlo circa il suo significato nascosto. In ciascuna delle grandi esperienze nazionali essa gli rivela intenzioni segrete (Gios 24, 2-13). Neppure questo riconoscere il *disegno di Dio negli eventi di questo mondo è di origine umana; deriva dalla conoscenza profetica, prolungata dalla riflessione sapienziale (cfr. Sap 10- 19). In breve, deriva dalla parola di Dio. c) Infine la parola di Dio sa valicare i limiti del tempo per svelare in anticipo il futuro. Passo passo essa illumina Israele sulla prossima tappa del disegno di Dio (Gen 15, 13-16; Es 3, 7-10; Gios 1, 1-5; ecc.). Infine, al di là di un futuro immediato Che si tinge di foschi colori, essa rivela Ciò che avverrà «negli ultimi *tempi», quando Dio realizzerà pienamente il suo disegno: questo è tutto l‘oggetto dell‘escatologia profetica- Legge, rivelazione, promessa: questi tre aspetti della parola divina si accompagnano e si condizionano reciprocamente lungo tutto il VT. Esigono da parte dell‘uomo una risposta, sulla quale ritorneremo ancora. 2. Dio, parlando, agisce. - Tuttavia la parola di Dio non è soltanto un messaggio dottrinale rivolto agli uomini. $ una realtà dinamica, una potenza che opera infallibilmente gli effetti intesi da Dio (Gios 21, 45; 23, 14; 1 Re 8, 56). Dio la manda come un messaggero vivente (Is 9,7; Sal 107, 20); essa *corre (147, 5); essa piomba in qualche modo sugli uomini (Zac 1, 6). Dio veglia su di essa per compierla (Ger 1, 12), e di fatto essa produce sempre Ciò che annunzia (Num 23,19; Is 55, 10 s), sia che si tratti degli avvenimenti della storia, delle realtà cosmiche oppure del termine del disegno di salvezza. a) Questa concezione dinamica della parola non era ignota all‘Oriente antico, Che l‘intendeva in un modo quasi *magico. Nel VT essa è stata applicata anzitutto alla parola profetica: quando Dio rivela in anticipo i suoi disegni, è certo che poi li realizzerà. La storia è un Compimento delle sue *promesse (cfr. Deut 9, 5; 1 Re 2, 4; Ger 11, 5); gli eventi rispondono alla sua chiamata (Is 44, 7 s). Al momento dell‘esodo, «egli disse» e gli insetti vennero (Sal 105, 31. 34). Alla fine della Cattività di Babilonia, «egli dice di Gerusalemme: ?Sia abitata! ?, e dice di Ciro: ?Mio pastore?...» (Is 44, 26. 28). b) Ma se così è della storia, come dubitare che la creazione intera *obbedisca anch‘essa alla parola di Dio? Di fatto, proprio sotto la forma di una parola conviene immaginare l‘atto originale del *creatore: «Disse, e quello fu» (Sal 33, 6-9; cfr. Gen 1; Lam 3, 37; Giudit 16, 14; Sap 9, 1; Eccli 42,15). Da allora questa stessa parola rimane attiva nell‘universo, governando gli astri (Is 40,26), le acque dell‘abisso (Is 44,27) e l‘insieme dei fenomeni della natura (Sal 107,25; 147,15-18; Giob 37,543; Eccli 39,17. 31). Più dei *nutrimenti terreni, essa, come una *manna celeste, conserva in vita gli uomini che credono in Dio (Sap 16,26; cfr. Deut 8, 3 LXX). c) Una simile efficacia, constatabile sia nella creazione Che nella storia, non può mancare agli oracoli di salvezza che concernono gli «ultimi *tempi»; di fatto, «la parola di Dio rimane per sempre» (Is 40, 8). Per questo, da un secolo all‘altro, il popolo di Dio raccoglie devotamente tutte queste parole che gli descrivono in anticipo il suo futuro. Nessun evento ne esaurisce il significato, finché non sono giunti gli «ultimi tempi» (cfr. Dan 9). III. L’UOMO DINANZI A DIO CHE PARLA La parola di Dio è quindi un fatto, dinanzi al quale l‘uomo non può rimanere passivo: il portavoce esercita un ministero delle responsabilità pesantissime; all‘uditore della parola viene intimato di prendere posizione, e ciò impegna il suo destino. 1. Il ministero della parola non è presentato dal VT come una fonte di gioie mistiche: al contrario, ogni *profeta si espone alla contraddizione, ed anche alle *persecuzioni. Certamente Dio, ponendo nella sua bocca le proprie parole, gli dà una forza sufficiente per trasmettere senza timore il messaggio Che gli è affidato (Ger 1, 6-10). Ma egli, a sua volta, è responsabile dinanzi a Dio di questa *missione da cui dipende il destino degli uomini (Ez 3, 16-21; 33,1-9). Di fatto, se cerca di sottrarvisi, Dio ve lo può ricondurre con la forza, Come lascia intendere la storia di Giona (1; 3). Ma per lo più i portavoce di Dio adempiono la loro missione a rischio della loro tranquillità e della stessa loro vita; e questa *fedeltà eroica è per essi un motivo di *sofferenza (Ger 15, 16 ss), un duro dovere di cui non percepiscono immediatamente la mercede (1 Re 19, 14). 2. L’accoglienza della parola. - Quanto agli uditori della parola, essi le devono accordare nel loro *cuore un‘accoglienza fiduciosa e docile. In quanto rivelazione e regola di vita, la parola è per essi una *luce (Sal 119,105); in quanto promessa, dà una sicurezza per il futuro. Chiunque sia colui Che la trasmette, Mosè od un profeta, è quindi conveniente *ascoltarla (Deut 6,3; Is 1,10; Ger 11, 3. 6), sia per «averla nel Cuore» (Deut 6, 6; 30, 14) e metterla in pratica (Deut 6, 3; Sal 119, 9. 17. 101), sia per contare su di essa e sperare in essa (Sal 119, 42.74.81 ecc.; 130,5). La risposta umana alla parola di Dio costituisce quindi un atteggiamento interno Complesso, che Comporta tutti gli aspetti della vita teologale: la *fede, perché la parola è rivelazione del Dio vivente e dei suoi disegni; la *speranza, perché è promessa di ingresso; l‘*amore, perché è regola di vita (cfr. Deut 6, 4 ss). IV. PERSONIFICAZIONE DELLA PAROLA DI DIO La parola divina non è un elemento tra gli altri nell‘economia del VT; la domina tutta, conferendo un senso alla storia in quanto ne è creatrice, suscitando degli uomini la vita di fede in quanto è loro indirizzata come un messaggio. Non c‘è quindi da stupire nel vedere questa importanza tradursi talvolta in una personificazione della parola, parallela alle personificazioni della *sapienza e dello *spirito di Dio. Così è per la parola rivelatrice (Sal 119,89) e soprattutto per la parola operante, esecutrice degli ordini divini (Sal 147, 15; 107, 20; Is 55, 11; Sap 18, 14 ss). Nella filigrana di questi testi si scopre già l‘azione del Verbo di Dio in terra, ancor prima che il NT la riveli pienamente agli uomini. NT Alcuni passi del NT riprendono la dottrina della parola di Dio in un senso identico a quello del VT (cfr. Mt 15, 6). Così *Maria Crede alla parola che le è trasmessa dall‘angelo (LC 1, 37 s. 45), e la parola è in dirizzata a Giovanni Battista come ai profeti antichi (Le 3, 2). Ma per lo più il mistero della parola ha ormai come centro la persona di *Gesù Cristo. I. PAROLA DI DIO E PAROLA DI GESÚ 1. La parola opera e rivela. - Non si dice mai che la parola di Dio sia indirizzata a Gesù Come si diceva un tempo per i profeti. Tuttavia, sia in Giovanni Che nei sinottici, la sua parola si presenta esattamente Come la parola di Dio nel VT: potenza che opera e luce che rivela. *Potenza che opera: con una parola Gesù compie i *miracoli che sono i segni del regno di Dio (Mt 8, 8. 16; Gv 4, 50-53). Sempre con una parola egli produce nei cuori gli effetti spirituali di Cui questi miracoli sono i simboli, Come il *perdono dei peccati (Mt 9, 1-7 par.). Con una parola trasmette ai Dodici i suoi poteri (Mt 18, 18; Gv 20, 23) ed istituisce i segni della nuova alleanza (Mt 26,26-29 par.). La parola creatrice agisce quindi in lui e per mezzo di lui, operando in terra la salvezza. *Luce che rivela: Gesù annunzia il *vangelo del regno, «annunzia la parola» (Mc 4, 33), facendo conoscere in *parabole i *misteri del regno di Dio (Mt 13, 11 par.). Apparentemente egli è un *profeta (Gv 6, 14) od un dottore che *insegna in nome di Dio (Mt 22, 16 par.). In realtà parla «con *autorità» (MC 1, 22 par.), come in proprio, con la Certezza Che «le sue parole non passeranno» (Mt 24, 35 par.). Questo atteggiamento lascia intravvedere un mistero, sul quale il quarto vangelo si China con predilezione. Gesù «dice le parole di Dio» (Gv 3, 34), dice «ciò che il Padre gli ha insegnato» (8, 28). Perciò «le sue parole sono spirito e vita» (6, 63). A più riprese l‘evangelista usa Con enfasi il verbo «parlare» (lalein) per sottolineare l‘importanza di questo aspetto di Gesù (ad es. 3, 11; 8, 25-40; 15, 11; 16, 4...), perché Gesù «non parla da sé» (12, 49 s; 14, 10), ma «Come il Padre gli ha parlato prima» (12, 50). Il mistero della parola profetica, inaugurato nel VT, raggiunge quindi in lui il suo perfetto Compimento. 2. Gli uomini di fronte alla parola. - Perciò agli uomini viene intimato di prendere posizione di fronte a questa parola Che li mette in contatto con Dio stesso. I sinottici riferi scono discorsi di Gesù che mostrano chiaramente la posta di questa scelta. Nella parabola del *seme, la parola - che è il vangelo del regno - è accolta diversamente dai suoi diversi uditori: tutti «sentono»; ma soltanto quelli che la «Comprendono» (Mt 13, 23) o l‘«accolgono» (Mc 4, 20 par.) o la «custodiscono» (LC 8, 15), la vedono portare in essi il suo *frutto. Così pure, al termine del discorso della montagna in Cui ha proclamato la nuova *legge, Gesù oppone la sorte di coloro Che «ascoltano la sua parola e la mettono in pratica» alla sorte di coloro che «l‘ascoltano senza metterla in pratica» (Mt 7, 24. 26; Le 6, 47. 49): casa fondata sulla roccia, da una parte; sulla sabbia, dall‘altra. Queste immagini introducono una prospettiva di *giudizio; ognuno sarà giudicato sul suo atteggiamento di fronte alla parola: «Se uno avrà arrossito di me e delle mie parole, il figlio dell‘uomo arrossirà anche di lui quando verrà nella gloria del Padre suo (MC 8, 38 par.). Il quarto vangelo riprende le stesse idee con una particolare insistenza. Fa vedere che, negli uditori di Gesù, si opera una divisione a motivo delle sue parole (Gv 10, 19). Da una parte ci sono coloro Che credono (Gv 2,22; 4,39.41.50), che ascoltano la sua parola (5,24), la custodiscono (8,51s; 14, 23 s; 15, 20), *rimangono in essa (8, 31), e nei quali essa rimane (5,38; 15,7); questi hanno la vita eterna (5,24), non vedranno mai la morte (8, 51). Dall‘altra parte vi sono coloro che trovano questa parola troppo dura (6, 60), che non «possono ascoltarla» (8, 43) e che, per tale fatto, la rifiutano e rigettano Cristo: questi saranno giudicati dalla parola stessa di Gesù nell‘ultimo giorno (12, 48), perché essa non è parola sua, ma parola del Padre (12, 49; 17, 14), Che è *verità (17, 17). $ quindi lo stesso, prendere posizione nei confronti della parola di Gesù, nei confronti della sua persona, e nei Confronti di Dio. Secondo la decisione presa, l‘uomo si vede introdotto in una vita teologale fatta di fede, di fiducia e di amore, od invece rigettato nelle tenebre del mondo malvagio. II. LA PAROLA NELLA CHIESA 1. L’azione della parola di Dio. - Gli Atti e le lettere apostoliche Ci mostrano la parola di Dio che Continua in terra l‘opera di salvezza inaugurata da Gesù. D‘altronde questa parola non designa tanto una serie di «parole del maestro» raccolte e ripetute dai discepoli (cfr. Mi 10, 14; 1 Cor 7, 10. 12. 25), quanto il messaggio stesso del *vangelo, proclamato nella *predicazione cristiana. Il ministero apostolico è essenzialmente un servizio di questa parola (Atti 4, 29 ss; 6, 2. 4), che dev ?essere annunziata per risuonare nel mondo intero (8, 4. 25; 13, 5; 18, 9 s; 1 Tess 1, 8); servizio sincero, Che non falsa il messaggio (2 Cor 2, 17; 4, 2); servizio coraggioso, che lo proclama con ardíre (Atti 4, 31; Fil 1,14). Ora questa parola è, per se stessa, una potenza di *salvezza: la *crescita della Chiesa si identifica Con la sua crescita (Atti 6, 7; 12,24; 19,20), e neppure le catene di Cui è Carico l‘apostolo non riescono ad incatenarla (2 Ti-n 2, 9). Essa è la «parola di salvezza» (Atti 13, 26), la «parola di vita» (Fil 2, 16), la parola sicura (1 Tim 1, 15; 2 Tim 2, 11; Tito 3, 8), la parola viva ed efficace (Ebr 4, 12); altrettante espressioni Che sottolineano la sua azione nei Cuori dei credenti. Ad essa questi devono quindi la loro rigenerazione, quando credono in essa al momento del *battesimo (1 Piet 1, 23; Giac 1, 18; cfr. 5, 26). Nell‘opera della salvezza si ritrova Così la stessa efficacia della parola Che il VT presentava nella cornice della creazione e dello svolgimento della storia, e che i vangeli attribuivano alla parola di Gesù. Ma, di fatto, questa parola annunziata dagli apostoli è qualcosa di diverso dalla parola stessa di Gesù, esaltato come *Signore alla destra di Dio, che parla per mezzo dei suoi apostoli e conferma la loro parola mediante segni (Mc 16, 20)? 2. Gli uomini dinanzi alla parola di Dio. - Perciò, di fronte alla parola apostolica, si opera la stessa divisione, che si osservava già di fronte a Gesù: rifiuto degli uni (Atti 13, 46; 1 Piet 2, 8; 3, 1); accoglienza degli altri (1 Tess 1, 6), che ricevono la parola (i Tess 2, 13), l‘ascoltano (Col 1, 5; Ef 1, 13), la ricevono con docilità per metterla in pratica (Giac 1, 21 ss), la Custodiscono per essere salvati (1 Cor 15, 2; cfr. Apoc 3, 8), la glorificano (Atti 13, 48), cosicché essa rimane in essi (Col 3, 16; 1 Gv 1, 10; 2, 14). Questi, se è necessario, sostengono per causa sua la prova ed il *martirio (Apoc 1, 9 s; 6, 9; 20,4), e grazie ad essa vincono le potenze del male (Apoc 12, 11). Si manifesta Così nella storia l‘azione della parola divina, che ha suscitato negli uomini fede, speranza ed amore. III. IL MISTERO DEL VERBO DI DIO 1. Il Verbo fatto carne. - Di questo mistero della parola divina Giovanni ci offre il segreto ultimo, accostandolo nel modo più stretto al mistero stesso di Gesù, Figlio di Dio: in quanto *Figlio, Gesù è la parola sussistente, il Verbo di Dio. Da lui quindi deriva, in ultima analisi, ogni manifestazione della parola divina, nella creazione, nella storia, nel Compimento finale della salvezza. Si comprende in tal modo la frase della lettera agli Ebrei: «Dopo aver parlato ai nostri padri per mezzo dei profeti, Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio suo (Ebr 1, 1 s). In quanto Verbo, Gesù esisteva quindi fin dall‘inizio in Dio ed era egli stesso Dio (Gv 1, 1 s). Era la parola creatrice nella quale tutto è stato fatto (1, 3; cfr. Ebr 1, 2; Sal 33, 6 ss), la parola illuminatrice che brillava nelle tenebre del mondo per portare agli uomini la *rivelazione di Dio (Gv 1, 4 s. 9). Già nel VT egli si manifestava segretamente sotto le apparenze della parola operante e rivelatrice. Ma infine, al termine dei tempi, questo Verbo è entrato apertamente nella storia facendosi carne (1, 14); allora è diventato per gli uomini oggetto di esperienza Concreta (1 Gv 1, 1 ss), cosicché «abbiamo visto la sua *gloria» (Gv 1, 14). Con ciò egli ha portato a termine la sua duplice attività di rivelatore e di autore della salvezza: come Figlio unico, ha fatto conoscere agli uomini il Padre (1, 18); per salvarli, ha introdotto nel mondo la *grazia e la *verità (1, 14. 16 s). Il Verbo manifestato al mondo è ormai al centro della storia umana: prima di lui, essa tendeva verso la sua incarnazione; dopo la sua venuta, è tesa verso il suo trionfo finale. Sarà infatti ancora lui a manifestarsi in un‘ultima lotta, per porre termine all‘azione delle potenze malvagie ed assicurare quaggiù la *vittoria definitiva di Dio (Apoc 19,13). 2. Gli uomini di fronte al Verbo fatto carne. - Poiché Cristo è il Verbo sussistente «venuto nella Carne», si comprende Come l‘atteggiamento assunto dagli uomini di fronte alla sua parola e di fronte alla sua persona determini nello stesso tempo il loro atteggiamento di fronte a Dio. Effettivamente la sua venuta in terra ha dato occasione ad una divisione tra di essi. Da un lato, le tenebre non l‘hanno accolto (Gv 1, 5), il *mondo malvagio non l‘ha conosciuto (1, 10), i suoi - il suo stesso popolo - non l‘hanno ricevuto (1, 11): è tutta la storia evangelica che ~focía nella passione. Ma dall‘altro lato, vi soho di quelli che hanno «Creduto nel suo nom» (1, 12): questi hanno «ricevuto dalla sua *pienezza, grazia su grazia» (1, 16) ed egli, Che è il Figlio per natura (1, 14.18), ha dato loro il potere di diventare figli di Dio (1,12). Attorno al Verbo incarnato si è così eristallizzato un dramma che, di fatto, dura da quando Dio ha incominciato a parlare agli uomini per mezzo dei suoi profeti. Ma anche quando i profeti proclamavano la parola di Dio, non era forse già il Verbo stesso ad esprimersi per. bocca loro, lo stesso Verbo Che doveva prendere carne alla fine dei tempi per rivolgersi direttamente agli uomini, quando il Padre l‘avrebbe mandato personalmente in terra? A questa azione nascosta, preparatoria, si è ora sostituita una presenza diretta e visibile. Ma per gli uomini il problema vitale posto dalla parola di Dio non ha mutato aspetto: Chi Crede alla parola, Chi riconosce il Verbo e l‘accoglie, entra per mezzo suo in una vita teologale di figlio di Dio (Gv 1, 12); chi rifiuta la parola, Chi disconosce il Verbo, rimane nelle tenebre del mondo ed è per ciò stesso giudicato (cfr. 3, 17 ss). Prospettiva terribile Che ogni uomo deve affrontare, apertamente se è posto in presenza del vangelo di Gesù Cristo, segretamente se la parola divina lo raggiunge soltanto in forme imperfette. Il Verbo parla ad ogni uomo, e da ogni uomo attende una risposta. Ed il destino eterno di quest‘uomo dipende dalla sua risposta.


Autore: A. Fuelleit - P. Grelot
Fonte: Dizionario teologico biblico
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