Padri e padre


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Al mondo, Che pretende di instaurare una «fraternità senza padre», la Bibbia rivela che Dio è essenzialmente padre. Partendo dall‘esperienza dei padri e degli sposi della terra, ai quali la vita familiare fornisce il mezzo di esercitare l‘autorità e di completarsi nell‘amore, ed in contrasto Con il modo aberrante in cui il paganesimo applicava ai suoi dèi queste realtà umane, il VT rivela l‘amore e l‘autorità del Dio vivente mediante le immagini del padre e dello *sposo. Il NT le riprende entrambe, ma «completa» quella del padre, rivelando la filiazione unica di Gesù e la dimensione ancora insospettata che questa filiazione procura alla paternità di Dio su tutti gli uomini.

I. I PADRI DELLA GENERAZIONE CARNALE

1. Padrone e signore. - Sul piano, che potremmo chiamare orizzontale, il padre è il capo incontestato della famiglia, Colui che la sposa riconosce Come padrone (baal, Gen 20,3) e *signore (adôn, 18, 12), colui dal quale dipendono l‘*educazione dei figli (Eccli 30, 1-13), la conclusione dei *matrimoni (Gen 24, 2 ss; 28, 1 s), la libertà delle figlie (Es 21, 7), nonché (anticamente) la vita dei bambini (Gen 38, 24; 42, 37); in lui s ?incarna tutta la famiglia di cui egli assicura la unità (ad es. 32, I1), e che perciò si chiama bejt’ab, «casa paterna» (34, 19). Per analogia, poiché la *casa viene a designare un Clan (ad es. Zac 12, 12 ss), una frazione importante del popolo (ad es. «la casa di Giuseppe»), od anche il popolo intero («la casa di Israele»), l‘autorità del capo di questi gruppi è Concepita ad immagine di quella del padre nella famiglia (cfr. Ger 35, 18). Con la monarchia, il *re è «il padre» della nazione (Is 9, 5), precisamente Come Nabonide a Babilonia è qualificato come «padre della patria». Il nome di padre è parimenti applicato ai sacerdoti (Giud 17, 10; 18,19), ai Consiglieri regi (Gen 45, 8; Est 3, 13 f; 8, 121), ai profeti (2 Re 2, 12) ed ai sapíenti (Prov 1, 8; ecc.; cfr. Is 19, 11), a motivo della loro autorità di educatori: Con la loro irradiazione orizzontale, i «padri» di questa terra preparavano Israele a ricevere Come un *popolo unico la salvezza di Dio ed a riconoscere in Dio il proprio padre. 2. Antenato di una genealogia. - Sul piano verticale il padre è principio di una discendenza ed anello di una genealogia. Procreando, egli perpetua se stesso (Gen 21,12; 48, 16), contribuisce alla Conservazione della sua stirpe, assicurandosi che il patrimonio familiare andrà ad eredi usciti da lui (15, 2 s); se muore senza figli, è considerato come castigato da Dio (Num 3, 4; 27, 3 s). Al vertice della genealogia, gli antenati sono i padri per eccellenza, Coloro nei quali è preformato il futuro della stirpe. Come nella *maledizione del figlio di Cani è indusa la subordinazione dei Cananei ai figli di Seni, tosi la grandezza di Israele è anticipatamente Contenuta nella elezione e *benedizione di Abramo (Gen 9,20-27; 12, 2). Le tappe della vita di Abramo, Isacco e Giacobbe sono scandite dalla promessa di una discendenza innumerevole e di una terra fertile; infatti la storia di Israele è scritta in filigrana nella loro storia, precisamente Come quella dei popoli vicini nelle storie di Lot, di Ismaele o di Esaù, scartati dalle promesse (Gen 19, 30-38; 21, 12 s; 36, 1). Similmente ogni tribù fa risalire al suo antenato eponimo la responsabilità della sua situazione nell‘ambito della nazione (Gen 49,4). Le genealogie, pur esprimendo sovente relazioni diverse o più complesse dalla comunanza di sangue (Gen 10), riducono a sistema le prosapie paterne, e sottolineano in tal modo la importanza degli antenati, i cui atti hanno impegnato il futuro ed i diritti dei loro discendenti. Quelle delle tradizioni sacerdotali (Gen 5, 11), in special modo, collocano la successione delle *generazioni in rapporto all‘elezione divina ed alla salvezza, ponendo una continuità tra lo stesso *Adamo ed i patriarchi.

II. I PADRI DELLA GENERAZIONE SPIRITUALE

I patriarchi sono i padri per eccellenza del popolo eletto non tanto in virtù della loro paternità fisica, quanto piuttosto a motivo delle *promesse che, al di là della stirpe, riguarderanno infine tutti Coloro che imiteranno la loro fede. La loro paternità «secondo la carne» (Rom 4, 1) non era Che la condizione provvisoria di una paternità spirituale ed universale, fondata sulla permanenza e la coerenza del disegno salvifico di un Dio continuamente all‘opera dalla elezione di *Abramo fino alla glorificazione di Gesù (Es 3, 15; Atti 3, 13). Paolo è stato il teologo di questa paternità spirituale; ma l‘idea era già preparata nel VT. 1. Verso un superamento del primato della stirpe. - L‘aspetto spirituale della paternità degli antenati assume una crescente importanza nel VT, a misura che si approfondisce l‘idea di solidarietà nel male e nel bene. La ascendenza dei «padri», Che si allunga ad ogni generazione, non Comprende soltanto i patriarchi, e neanche soltanto gli antenati di cui si fa l‘elogio nel set. II (Eccli 44 - 50; 1 Mac 2, 51-61); comprende pure dei ribelli, tra i quali alcuni profeti pongono in prima fila lo stesso Giacobbe, eponimo della nazione (Os 12, 3 ss; Is 43, 27). Ora questi ribelli impegnano i loro discendenti, considerati solidali con la loro disobbedienza ed il loro castigo (Es 20, 5; Ger 32, 18; Bar 3, 4 s; Lam 5, 7; Is 65, 6 s; Dan 9, 16); dal fatto che essi ne sono i padri secondo la parentela fisica consegue, tosi si crede, che li fanno eredi, mediante una vera paternità morale, delle loro colpe od almeno dei *castighi in cui incorrono. Geremia annuncia (31, 29 s) ed Ezechiele (18) afferma la caducità di questa concezione automatica della *retribuzione: si sarà puniti secondo il proprio peccato. A partire dall‘esilio un progresso similare si delinea per la solidarietà della linea del bene. Dio non è mai apparso Così chiaramente come l‘unico Padre del suo popolo come nel momento stesso in Cui Abramo e Giacobbe, la cui eredità è occupata da intrusi (cfr. Ez 33,24), sembrano dimenticare la loro posterità (Is 63, 16): nel bel mezzo della *prova si forma un «Israele qualitativo», al quale non appartengono tutti i discendenti di Abramo secondo la carne, ma soltanto coloro che imitano la sua ricerca di *giustizia e la sua *speranza (Is 51, 1 ss). D‘altronde la stirpe di Israele non è forse impura sin dalle origini, secondo la linea sia dei padri che delle madri (Ez 16, 3)? Lo stesso Cronista non Confessa forse la parentela del suo popolo Con clan pagani (1 Cron 2, 18- 55)? Dei profeti non proclamano forse la possibilità per i proseliti di unirsi al popolo delle promesse (Is 56, 3-8; cfr. 2 Cron 6, 32 s)? Nonostante i sussulti nazionalistici, non è lontano il tempo in Cui la paternità benefica di Abramo e dei grandi antenati si attuerà mediante la fede, e non più mediante la razza. 2. Dalla nazione all’universo. - La paternità degli antenati, a mano a mano che viene concepita in senso più spirituale, diventa pure più universale. Ciò è chiaramente indicato per *Abramo. Secondo la tradizione sacerdotale, il suo nome significa «padre di una moltitudine», cioè: di una moltitudine di popoli (Gen 17, 5). Così pure la promessa di Gen 12, 3: «In te si diranno benedette tutte le nazioni della terra», nella traduzione greca diventa: «in te saranno benedette...» (cfr. Eccli 44, 21; Atti 3, 25; Gal 3, 8). Invece di magnificare la stirpe eletta, i LXX vogliono insinuare l‘idea che tutti i popoli parteciperanno un giorno alla *benedizione di Abramo. Queste correnti universalistiche, spesso ancora Controbilanciate dalla tendenza inversa di fare della stirpe un assoluto (Esd 9, 2), sono portate a termine da Giovanni Battista e da Gesù. «Da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo» (Mt 3, 9 par.), afferma Giovanni. Anche per Gesù, se c‘è una filiazione abramica indispensabile alla salvezza, non è costituita dall‘appartenenza razziale, ma dalla *penitenza (LC 19, 9), dalla imitazione delle *opere del patriarca, Cioè della sua *fede (Gv 8, 33. 39 s). E Cristo lascia intendere Che Dio, chiamando dei pagani, susciterà ai padri una posterità spirituale di Credenti (Mt 8, 11). 3. Dalla predizione alla realtà vissuta. - Dando una prima realizzazione all‘annunzio di Gesù, la vita della Chiesa permette al dottore delle genti (1 Tim 2, 7), stimolato dalla Crisi giudaizzante, di approfondire gli stessi temi. Indubbiamente, per Paolo, i membri dell‘«Israele secondo la carne» (1 Cor 10, 18), «amati a motivo dei loro padri» (Rom 11, 28), conservano, in virtù anche delle *promesse fatte a questi (Atti 13, 17. 32 s), una priorità nella chiamata alla salvezza (Rom 1, 16; cfr. Atti 3, 26), quantunque molti rifiutino di credere all‘*erede per eccellenza delle promesse (Gal 3, 16) e con ciò si rendano schiavi come Ismaele (Gal 4, 25). Ma nello stesso «Israele di Dio» (Gal 6, 16) non C‘è differenza tra Giudei e Gentili (Ef 3, 6): *circoncisi o no, tutti, «facendosi forti della *fede di Abramo, padre di noi tutti», diventano figli del patriarca e beneficiari delle *benedizioni promesse alla sua discendenza (Gal 3, 7 ss; Rom 4, 11- 18). Nel *battesimo nasce una nuova stirpe spirituale di figli di Abramo secondo la promessa (Gal 3, 27 ss), stirpe i cui primi rappresentanti non tarderanno ad essere cl- amati essi stessi padri (2 Piet 3, 4).

III. LA PATERNITA DEL DIO DEI PADRI

1. Dai padri al Padre. - La spiritualizzazione progressiva dell‘idea di paternità dell‘uomo ha reso possibile la rivelazione di quella di Dio. Il fatto che la paternità dei patriarchi sembri inoperante durante l‘esilio offre l‘occasione di esaltare la permanenza di quella di Jahve (Is 63, 16): nonostante il contrasto, la paternità può quindi essere attribuita nello stesso tempo agli antenati ed a Dio. $ quanto appare anche dalla storia «sacerdotale»: collocando al vertice della scala delle *generazioni *Adamo, che è creato ad immagine di Dio (Gen 1, 27) e genera egli stesso a sua immagine (5, 1 ss), essa suggerisce che la linea delle ascendenze risale fino a Dio. Più tardi, Luca farà lo stesso (Lc 3, 23-38). Infine, per Paolo, Dio è il padre supremo, al quale ogni patria (gruppo uscito da uno stesso antenato) deve la sua esistenza ed il suo valore (Ef 3, 14 s). Così, tra i padri umani e Dio, esiste una somiglianza Che permette di applicare a Dio stesso il nome di padre; più ancora, soltanto questa paternità divina dà alle paternità umane il loro pieno significato nel disegno della salvezza. 2. Trascendenza della paternità divina- - Non è stato tuttavia un ragionamento per analogia a Condurre Israele a Chiamare Dio suo padre; bensì un‘esperienza vissuta, e forse una reazione contro le concezioni dei popoli vicini. Tutte le nazioni antiche invocavano il loro dio come loro padre. Presso i Semiti una simile abitudine risaliva molto lontano, e la qualità paterna vi includeva per il dio un compito di protezione e di dominio, spesso di creazione. Nei testi di Ugarit (set. xtv), El, dio supremo del pantheon cananeo, è chiamato «re padre Shunem»: con ciò si esprime il suo dominio sugli dèi e sugli uomini. Il suo stesso nome di El, Che è pure quello del Dio dei patriarchi (Gen 46, 3), avrebbe designato primitivamente lo sceicco, e quindi indicherebbe la sua autorità su quel che talvolta si chiama il suo «clan». Secondo questo primo valore, l‘idea di paternità divina è potuta passare nella Bibbia. Ma esisteva un altro valore, che il VT rigetta. Di fatto lo El fenicio, paragonato ad un toro come il Mín egiziano, fecondava la sua sposa e generava altri dèi. Baal, figlio di El, era specializzato nella fecondazione delle coppie umane, degli animali e del suolo, mediante l‘imitazione rituale della sua unione a una dea. Jahve invece è unico; non ha né attività sessuale, né sposa, né figli in senso Carnale. Se i poeti Chiamano talvolta «*figli di Dio» gli angeli (Deut 32,8; Sal 29, 1; 89,7; Giob 1,6 ...), i principi ed i giudici (Sal 82, 1. 6), lo fanno purificando le loro fonti siro-fenicie in modo da sottomettere queste semplici creature a Dio, al quale non è attribuita alcuna paternità di ordine fisico. Se Jahve è procreatore (Deut 32, 6), lo è evidentemente in senso morale: egli non è il padre degli dèi e lo sposo di una dea, ma simultaneamente (quindi in senso figurato) il padre e lo sposo (Os, Ger) del suo popolo Se è anche padre in quanto creatore (Is 64, 7; Mal 2, 10; cfr. Gen 2, 7; 5, 1 ss), non è per mezzo di mostruose teogonie, Come nei miti babilonesi. Infine il Dio che sovranamente «Chiama il frumento» (Ez 36, 29) non ha nulla in comune con il Baal fecondante e Con la magia dei suoi culti erotici, di cui i profeti hanno orrore; e non intende essere invocato come padre al modo in Cui Baal lo è dai suoi (Ger 2,27). Tutto avviene Come se le guide di Israele avessero voluto purificare la nozione di paternità divina, in vigore presso i loro vicini, da tutte le sue risonanze sessuali, per non ritenere, di una terminologia sociale concernente i padri di famiglia e gli antenati, Che l‘aspetto atto ad essere trasferito a Dio. 3. Jahve, padre di Israele. - All‘inizio, la paternità divina è concepita soprattutto in una prospettiva collettiva e storica: Dio si è rivelato come padre di Israele al momento dell‘*esodo, mostrandosi suo protettore e suo padrone; l‘idea-base è quella di una sovranità benefica, di una *provvidenza Che esige sottomissione e fiducia (Es 4, 22; Num 11, 12; Deut 14, 1; Is 1, 2 ss; 30, 1. 9; Ger 3, 14). Osea e Geremia conservano l‘idea, ma l‘arricchiscono sottolineando l‘immensa *tenerezza di Jahve (Os 11, 3 s. 8 s; Ger 3, 19; 31, 20). A partire dall‘esilio, mentre si continua a sfruttare lo stesso tema della paternità di Dio fondata sulla elezione (Is 45, 10 s; 63, 16; 64, 7 s; Tob 13, 4; Mal 1, 6; 3, 17) ed il Cantico di Mosè vi aggiunge l‘idea di adorazione (Deut 32, 10), taluni salmisti (Sai 27, 10; 103, 13) e taluni sapienti (Prov 3,12; Eccli 23,1-4; Sap 2,13-18; 5,5) Considerano pure ogni giusto come *figlio di Dio, Cioè oggetto della sua tenera protezione. Applicazione individuale che non Costituirebbe un‘assoluta novità, se si fosse certi che negli antichi *nomi teofori Come Abiezer (Gios 17, 2), la finale‘ab (padre) rappresenta il suffisso della prima persona, in modo da tradurre: «Mio Padre è soccorso». 4. Jahve, padre del re. - A partire da David, la paternità di Jahve è rivendicata specialmente per il *re (2 Sam 7, 14 s; Sal 2, 7; 89,27; 110, 3 LXX), per mezzo del quale il favore divino raggiunge tutta la nazione Che egli rappresenta. Tutti i re del Vicino Oriente antico erano considerati come figli adottivi del loro dio; e la frase del Sal 2, 7: «Tu sei il mio figlio», si ritrova tale e quale in una formula di adozione babilonese. Ma, fuori di Israele, le esigenze del dio sono per lo più Capricci, come si vede per Kemosh in base alla stele di Mesha (cfr. 2 Re 3); ed in Egitto, egli è padre in senso carnale. Jahve invece è il Dio Che trascende l‘ordine carnale e sanziona la condotta morale dei re (2 Sam 7, 14). Questi testi sulla filiazione regale preparano la rivelazione della filiazione unica di Gesù, nella misura in cui, attraverso i re di Giuda, si profila già il *messia definitivo. Un altro passo sarà fatto dopo l‘esilio, con la messa in scena della *sapienza (Prov 8), personificata come figlia di Dio, Che precede ogni Creatura, e Che riassumerebbe in sé la speranza collegata fin dalla profezia di Natan alla successione dinastica di David.

IV. GESù FIVELA IL PADRE

In prossimità dell‘era cristiana, Israele conserva piena coscienza Che Dio è padre del suo popolo e di ciascuno dei suoi fedeli. L‘appellativo di padre, molto raro nelle apocalissi e nei testi di Qumràn, che temono forse l‘uso che ne fa l‘ellenismo, è frequente negli scritti rabbinici, dove si ritrova persino, tale e quale, la formula «Padre nostro, che sei nei cieli» (Mt 6, 9). *Gesù Cristo porta a *compimento il meglio della riflessione giudaica sulla paternità di Dio. Come il *povero del salmo, per il quale la comunità degli «uomini dal Cuore puro», solo vero Israele (Sai 73, 1), rappresenta la «generazione dei figli di Dio» (73, 15), Gesù pensa ad una Comunità (ci fa dire «Padre nostro», e non «Padre mio») composta dei «piccolissimi» (Mt 11, 25 par.) ai quali il Padre rivela i suoi segreti, e ciascuno dei quali è personalmente figlio di Dio (Mt 6, 4. 6. 18). Ma egli innova, andando oltre lo stesso universalismo a Cui era giunta una corrente del tardo giudaismo. Questa, pur Collegando la paternità di Dio alla sua qualità di creatore, non ne traeva ancora la conclusione che Dio fosse padre di tutti gli uomini e Che gli uomini fossero tutti *fratelli (cfr. Is 64,7; Mal 2, 10). Così pure, se concepiva la pietà divina come estendentesi ad «ogni carne» (Eccli 18, 13), generalmente aggiungeva che soltanto i figli di Dio, cioè i giusti di Israele, ne risentono l‘effetto completo (Sap 12,19-22; cfr. 2 Mac 6,13-16); in Concreto, ad essi soli applicava il tema deuteronomico (Deut 8, 5) di una «correzione di Jahve» ispirata dall‘amore paterno (Prov 3, 11 s; cfr. Ebr 12, 5-13). Per Gesù, invece, la Comunità dei «piccolissimi», ancora limitata di fatto ai soli Giudei pentiti Che fanno la volontà del Padre (Mt 21, 31 ss), comprenderà anche dei pagani (Mt 25, 32 ss), che soppianteranno i «figli del regno» (Mt 8, 12). A questo nuovo *Israele, che di diritto è già aperto a tutti, il Padre prodiga i beni necessari (Mt 6, 26. 32; 7, 11), anzitutto lo Spirito Santo (cfr. Le 11, 13), e manifesta l‘immensità della sua tenerezza misericordiosa (Le 15, 11- 32): non rimane Che riconoscere umilmente quest‘unica paternità (Mt 23, 9), e vivere Come *figli che pregano il loro Padre (7, 7- 11), pongono in lui la loro *fiducia (6, 25-34), si sottomettono a lui imitando il suo amore universale (5, 44 s), la sua inclinazione a *perdonare (18,33; cfr. 6, 14 s), la sua *misericordia (Le 6,36; cfr. Lev 19, 2), la sua stessa *perfezione (Mt 5,48). Se questo tema dell‘imitazione del Padre non è nuovo (infatti Le 6, 36 si ritrova in un targum), nuova è l‘insistenza sulla sua applicazione al perdono vicendevole ed all‘amore dei *nemici. Dio non è mai tanto nostro padre Come quando ama e perdona, e noi non siamo mai tanto suoi figli come quando agiamo allo stesso modo verso tutti i nostri *fratelli.

V. IL PADRE DI GESù

1. Per mezzo di Gesù, Dio si è rivelalo come Padre di un Figlio unico. - Che *Dio sia suo Padre in un senso unico, Gesù lo fa comprendere col suo modo di distinguere «il mio Padre» (ad es. Mt 7, 21; 11, 27 par.; Lc 2, 49; 22, 29) ed «il vostro Padre» (ad es. Mt 5, 45; 6, 1; 7, 11; LC 12, 32), di presentarsi talvolta come «il *Figlio» (Me 13, 32), il Figlio diletto, Cioè unico (Mc 12, 6 par.; cfr. 1, 11 par.; 9, 7 par.), e soprattutto di esprimere la coscienza di un‘unione così stretta tra loro, che egli penetra tutti i segreti del Padre e li può, egli solo, rivelare (Mt 11, 25 ss). La portata trascendente di queste parole, «Padre» e «Figlio», che (almeno nella formula «Figlio di Dio», evitata del resto da Gesù) non è per sé evidente e non era percepita dai suoi interlocutori (in LC 4,41 Figlio di Dio equivale a Cristo), è confermata da quella del titolo «*figlio dell‘uomo» e dalla rivendicazione di un‘autorità Che trascende il creato. Lo è pure dalla preghiera di Gesù, che si rivolge al Padre dicendo «Abba» (MC 14, 36), equivalente del nostro «Papà»: familiarità di cui non c‘è esempio prima di lui, e che manifesta un‘intimità senza pari. 2. Nel mistero della sua paternità, Dio si dà un uguale. - I primi teologi esplicitano ciò che dicono i sinottici del «Padre del nostro Signore Gesù Cristo» (Rom 15, 6; 2 Cor 1,3; 11,31; Ef 1,3; 1 Piet 1, 3). Ne parlano sovente sotto il suo nome di Padre ed a lui pensano pur quando dicono semplicemente ho Tbeòs (ad es. 2 Cor 13, 13). Paolo tratta dei rapporti del Padre e del Figlio come attori della salvezza. Non di meno quando parla del «proprio Figlio di Dio» collocandolo in rapporto ai figli adottivi (Rom 8,15 29. 32) ed attribuisce al «suo Figlio diletto» la stessa opera creatrice (Col 1, 13. 15 ss), ciò suppone che ci sia in *Dio un mistero di paternità trascendente. Giovanni va ancora più lontano. Chiama Gesù l‘unigenito, Cioè il *Figlio unico e diletto (Gv 1, 14. 18; 3, 16. 18; 1 Gv 4, 9). Sottolinea il carattere unico della paternità corrispondente a questa filiazione (Gv 20, 17), l‘unità perfetta delle volontà (5, 30) e delle attività (5, 17-20) del Padre e del Figlio, manifestata dalle *opere miracolose che l‘uno dà da Compiere all‘altro (5, 36), la loro mutua immanenza (10, 38; 14, 10 s; 17, 21), la loro mutua intimità di *conoscenza e di amore (5, 20. 23; 10, 15; 14, 31; 17, 24 ss), la loro mutua glorificazione (12, 28; 13, 31 s; 17, 1. 4 s). I Giudei, passando dal piano dell‘azione al piano dell‘essere, intendono le dichiarazioni di Gesù Come professioni di uguaglianza con Dio (5,17 s; 10, 33; 19, 7). Ed hanno ragione: Dio è veramente «il proprio Padre» di Gesù; questi esisteva già prima di Abramo (8, 57 s), come il Logos divino destinato a manifestare il Padre (1, 1. 18). 3. Nella sua condizione di incarnazione, il Figlio rimane soggetto al Padre. - Se la dignità di Figlio fa di Gesù l‘uguale di Dio, il Padre conserva nondimeno, secondo Cristo stesso (ad es. Mt 26, 39 par.; 11, 26 s; 24,36 par.) e gli autori del NT, le sue.prerogative paterne. A lui il kèrygma primitivo (ad es. Atti 2, 24) e Paolo (ad es. 1 Tess 1, 10; 2 Cor 4, 14) attribuiscono la risurrezione di Gesù. Egli ha l‘iniziativa della salvezza: sceglie e chiama il cristiano (ad es. 2 Tess 2, 13 s) o l‘apostolo (ad es. Gal 1, 15 s); giustifica (ad es. Rom 3, 26. 30; 8, 30). Gesù non è Che il *mediatore necessario: il Padre lo manda (Gal 4, 4; Rom 8, 3; Gv, passim), lo sacrifica (Rom 8, 32), gli affida un‘opera da compiere (ad es. Gv 17, 4), delle parole da dire (12, 49), degli uomini da salvare (6, 39 s). Il Padre è fonte e fine di tutte le cose (1 Cor 8, 6); il Figlio, Che non agisce Che in sua dipendenza (Gv 5, 19; 14, 10; 15, 10), si sottometterà quindi a lui (1 Cor 15, 28), Come a suo Capo (11, 3), alla fine dei tempi. VI. IL PADRE DEI CRISTIANI Gli uomini hanno il potere di diventare figli di Dio (Gv 1, 12), perché Gesù lo è per natura. Il Cristo dei sinottici apporta i primi barlumi su questo punto, identificandosi con i suoi (ad es. Mt 18, 5; 25, 40), dicendosi loro fratello (28, 10) ed una volta designandosi persino con essi sotto l‘appellativo Comune di «figli» (17, 26). Ma la piena luce ci viene da Paolo, secondo il quale Dio Ci libera dalla *schiavitù e Ci adotta come figli (Gal 4, 5 ss; Rom 8, 14-17; Ef 1, 5) mediante la fede battesimale, che fa di noi un solo essere in Cristo (Gal 3, 26 ss), e di Cristo un figlio primogenito, che divide con i suoi *fratelli l‘*eredità paterna (Rom 8, 17. 29; Col 1, 18). Lo *Spirito, essendo l‘agente interno di questa adozione, ne è pure il testimone; e l‘attesta ispirandoci la preghiera stessa di Cristo al quale ci conforma: Abba (Gal 4, 6; Rom 8, 14 ss. 29). Dalla Pasqua la Chiesa, recitando il «Padre nostro», esprime la Coscienza di essere amata dello stesso amore di cui Dio circonda il suo Figlio unico (cfr. 1 Gv 3, 1); ed è questo Che Luca indubbiamente suggerisce facendoci dire soltanto: «Padre!» (Le 11, 2), Come Cristo. La nostra vita filiale, manifestata nella preghiera, si esprime pure Con la carità fraterna; infatti se amiamo il nostro Padre, non possiamo non amare anche tutti i suoi figli, nostri fratelli: «Chiunque ama colui Che ha generato, ama anche il generato da lui» (1 Gv 5, 1).

Autore: P. Ternani
Fonte: Dizionario teologico biblico


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