Erode (Famiglia di)


Dall'idumea Doride, che ripudiò per sposare Mariamne, E. ebbe Antipatro (ucciso nel 4 a. C.). Dall'asmonea, unica sposa dal 39 al 28 a. C., oltre a due figlie ebbe tre maschi: Alessandro, Aristobulo (uccisi nel 7 a. C.), e un terzo morto a Roma. Aristobulo, dalla cugina Berenice (I), figlia di Salome (sorella d'Erode), aveva avuto Erode re di Calcide dal 41 al 48 d. C.; Erodiade (l'adultera sposa di Antipa); Erode Agrippa I (10 a. C. 44 d. C.) e Aristobulo.
Uccisa Mariamne, E. prese 8 donne: 2 non ebbero che figlie e le ultime due rimasero senza prole.
Da Mariamne II ebbe Erode Filippo; questi menò vita privata a Gerusalemme; sposò la suddetta Erodiade, avendone la figlia Salome.
Dalla samaritana Maltake nacquero Archelao ed Erode Antipa; dalla gerosolimitana Cleopatra, Filippo.

Alla morte di E., il regno (dal Negeb alle fonti del Giordano) fu diviso fra questi ultimi tre figli. Filippo, tetrarca, ebbe la Batanea (= la Traconitide, l'Auranitide, la Gaulanitide e l'Ulata = l'Iturea di Lc. 3,1), 4 a. C. 34 d. C. È la regione più a nord. Unica eccezione tra i discendenti di E., Filippo era calmo, equilibrato; il suo governo, pacifico e giusto. Delle tradizioni di famiglia conservò quella delle grandi costruzioni, e della devozione a Roma. Ingrandì l'antica Paneas, alle fonti del Giordano e la chiamò Cesarea, detta di Filippo (Mt. 16, 13; Mc. 8, 27) per distinguerla dalla omonima sul mare. Ricostruì all'imbocco del Giordano nel lago di Genezareth (ad est), la piccola borgata Betsaida, che chiamò Julias, in onore della figlia di Augusto Lc. 9, 10; Mc. 8, 22; Io. 1, 44). Verso la fine della vita sposò la giovanissima Salome, figlia di Erodiade. Archelao, etnarca, per il quale E. aveva chiesto ad Augusto il titolo di re, ebbe l'Idumea, la Giudea e la Samaria (4 a. C. 6 d. C.).

Esatta copia del padre; fu tiranno crudele (Mt. 2, 22); offensivo e spietato col popolo. I Giudei che all'inizio avevano tentato preso so l'Imperatore di impedire la nomina (cf. Lc. 19, 14. 27), con i Samaritani ricorsero ancora ad Augusto, che lo depose e lo mandò a Vienna nelle Gallie; i suoi beni furono confiscati dal legato di Siria, Quirinio; e il governo delle tre regioni passò ai procuratori (v.) romani. Archelao aveva ripudiato la sposa legittima, per unirsi a Glalira vedova di suo fratello e sposa di Giuba, re della Mauritania. Erode Antipa, tetrarca, ebbe la Galilea e la Perea (4 a. C. - 39 d. C.); tra l'una e l'altra s'incuneava la Decapoli (Mc. 5, 20; 7, 31; Mt. 4, 25). In Lc., nelle monete, in Giuseppe, è detto semplicemente Erode; nei vangeli, secondo l'uso popolare, è chiamato re. Furbo (Lc. 13, 32), ambizioso, superbo e amante del fasto; erede genuino del carattere paterno, ma molto meno energico. Negli ultimi dieci anni di governo, è sotto il malefico potere di Erodiade (cf. Mc. 6, 29 s.). Ospite del fratello Erode Filippo (ca. 26 d. C.), Antipa fu affascinato dall'ambiziosa cognata, cui promise di unirsi, ripudiando la figlia di Areta IV, re dei confinanti Nabatei. La sposa, accortasi delle mene, se ne fuggì tra i suoi. Contro gli adulteri (Lev. 18, 16; 20 21) alzò la voce Giovanni Battista (Mt. 14, 3 s.; Mc. 6, 17 ss.; Le. 3, 19 s.). Antipa, imprigionatolo, lo rinchiuse nella fortezza di Macheronte, ad est del Mar Morto, anche per prudenza, dato l'ascendente di Giovanni sulle masse. Temperamento superstizioso; fino a che le sue passioni glielo permettevano, si conformava alla Legge giudaica (Lc. 23, 7). «Antipa aveva sincero rispetto per Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo; quando lo ascoltava, ne rimaneva molto perplesso e tuttavia lo sentiva volentieri» (Mc. 6, 20). Né lo avrebbe ucciso; ma l'odio di Erodiade vigilava; e dopo alcuni mesi, colta l'occasione, forse preparata, del festino, dell'euforica promessa di Antipa alla quindicenne ballerina, sua figliuola, per mezzo di essa ottenne la testa del Battista (fine del 280 inizio del 29 d. C.): Mt. 14, 1-29; Mc. 6, 14-29; Lc. 3, 19 s. Quando sentì parlare di Gesù, pensò anche ad una risurrezione dell'ucciso (Mt. 14, 1 ss.).

Mentre Gesù era in Perea, i Farisei gli vennero a dire che si allontanasse perché Antipa voleva ucciderlo; con tale stratagemma "la volpe", senza usar violenza, intendeva tenerlo lontano dai suoi domini (Lc. 13, 31 s.). Pure desiderava vederlo per quanto sentiva narrare di lui (Lc. 9, 9). Tal desiderio fu appagato, quando Pilato, per calcolata cortesia, gl'inviò Gesù, come galileo, perché lo giudicasse. Antipa, contentissimo, gli rivolse molte domande; disilluso per il suo silenzio, volle divertirsi di questo sognatore, che si proclamava re; lo fece rivestire d'una veste dal colore sgargiante, abito di gala, come usavano i principi per la loro investitura, e lo rimandò a Pilato (Lc. 23, 61-12). Il popolo vide nella sconfitta che Areta inflisse all'adultero (36 d. C.) la pena divina per l'uccisione del Battista. Antipa si rivolse al protettore Tiberio, cui faceva da spia. Vitellio, governatore di Siria, ebbe l'ordine di impadronirsi di Areta; ma temporeggiò, a Gerusalemme ebbe notizia della morte di Tiberio (16 marzo 37 d. C.) e sospese ogni operazione. Il nuovo imperatore, Caio Caligola nominò re Agrippa fratello di Erodiade, di cui era amicissimo, dando gli i territori appartenenti al tetrarca Filippo. Erodiade, fremente d'invidia e d'ambizione, indusse il riluttante Antipa a recarsi a Roma, per ottenervi ano ch'egli il titolo di re e migliore fortuna. Ma Caligola, prevenuto da Agrippa, che accusava Antipa di intesa con i Parti contro Roma, e di conseguente preparazione militare (in realtà Antipa preparava armati, per sconfiggere Areta), lo relegò in esilio a Lione nelle Gallie. Erodiade, cui come sorella dell'amico Agrippa, Caligola concedeva la libertà e il dominio dei propri beni, rifiutò ogni cosa e seguì lo sposo in esilio. I loro averi passarono ad Agrippa, con tutto il territorio della tetrarchia di Antipa.

Erode Agrippa I, dalla gioventù libertina e avventurosa, deve la sua fortuna all'amicizia con Caligola, cui sei mesi prima della morte di Tiberio, augurò l'impero, subendo perciò il carcere. L'eletto liberò subito l'amico sostituendo la catena di ferro con una d'oro di ugual peso. Col titolo di re, al 40 d. C. univa già sotto di sé Batanea, Galilea e Perea. In quell'anno a Roma, cooperò all'elezione dell'amico Claudio, e il nuovo imperatore gli diede la Giudea (con l'Idumea e la Samaria) amministrata dai procuratori romani. Agrippa riunì così sotto di sé il regno del nonno (41-44 d. C.).

Nel suo breve regno si riavvicinò alle tradizioni degli ultimi Asmonei; cercò la popolarità e il favore della corrente farisaica. Donò al Tempio la catena d'oro, dono di Caligola; si mostrò sempre zelante e scrupoloso per le prescrizioni giudaiche; e per lo stesso motivo intese eliminare la Chiesa nascente colpendola nei capi.

Uccise l'apostolo Giacomo, fratello dell'evangelista Giovanni, e incarcerò Pietro durante la solennità pasquale, rimandandone il giudizio, secondo la prescrizione rabbinica, a dopo l'ottava festiva. Ma Pietro fu liberato da un angelo (At. 12, 1-19). La capitale fu da lui accresciuta a nord di un nuovo quartiere che fu chiamato Bezata (Bezetha, nel colle omonimo, prolungamento della collina del Tempio, con la piscina a cinque portici, di cui parla Io. 5, 2). Egli lo cinse di grandiose mura (4,5 larghe, 9,45 alte; v. Gerusalemme), rimaste però incompiute per ordine di Roma, alla quale fu sempre obbedientissimo. Agrippa nell'estate del 44 d. C., a Cesarea volle celebrare il trionfo di Claudio per la campagna di Britannia; per l'occasione ricevette un'ambasciata di Tiro e Sidone, dinanzi a grande folla, che lo acclamò qual dio. Colpito da forti dolori, e corroso dai vermi, dopo cinque giorni morì (At. 12, 19-23; Giuseppe, Ant. 19, 8, 2). Erode Agrippa II, figlio del precedente, aveva solo 17 anni alla morte del padre. Claudio pertanto fece amministrare la Palestina da un procuratore. Morto Erode, re di Calcide, suo zio e cognato, Agrippa II, col titolo di re, ne ottenne il regno (48 d. C.), e la sovraintendenza del Tempio. Dal 53 in poi passò a regnare sulle tetrarchie di Filippo e Lisania; nel 55 Nerone aggiunse le città di Tiberiade, Tarichea e Betsaida Iulia. Collaboratore deciso dei Romani, a fianco dei quali combatté durante l'insurrezione giudaica, dopo aver cercato di calmare i Giudei esacerbati contro il procuratore Floro (Giuseppe, Bell. II, 16, 3 s.: III, 4, 2); mecenate fastoso, almeno in Palestina faceva professione di bigottismo giudaico. Non sposò; ma a periodi visse incestuosamente con la sorella Berenice, che fu il suo cattivo genio (Giuseppe, Ant. XX, 7, 3; Giovenale, Satira VI, 156-160). Vedova a 21 anni di suo zio, re di Caleide, venne ad abitare presso Agrippa; sposò il re di Cilicia, ma l'abbandona subito per ritornare dal fratello. È celebre la sua relazione con Tito, che solo a malincuore dovette separarsene, divenuto imperatore. Nel 59 d. C. Agrippa II e Berenice si recarono a Cesarea per una visita al nuovo procuratore Festo. Questi li informò della causa di Paolo, in carcere ormai da due anni. Festo desiderava farsi un'idea chiara delle accuse, per informarne l'imperatore, cui Paolo aveva appellato. Agrippa, giudeo, poteva illuminarlo. Il re volle vedere l'Apostolo (cf. il desiderio di Antipa di conoscere Gesù: Lc. 9, 9).

S. Paolo, dinanzi al procuratore e al re, fece della propria vita e dottrina un'apologia bonariamente: «Tu perdi la testa, Paolo; la tua grande cultura ti fa perdere la testa». Paolo insiste e chiama in causa direttamente il re; egli conosce i profeti, deve convenire che i loro vaticini si sono realizzati in Gesù. Ed Agrippa: «Per poco tu non mi persuadi a farmi cristiano»; né prolungò il colloquio: aveva accanto Berenice! Perciò le parole di Paolo: «Farei voti (ottativo con ***; sente di domandare un favore inaudito) presso Dio che non soltanto tu ma quanti ora mi ascoltano, possiate divenire come me, eccettuate queste catene». Agrippa riconobbe con Festo l'innocenza di Paolo (At. 25, 13 - c. 26). Ultimo rappresentante della famiglia di E., Agrippa morì settuagenario nel 95 ca. d. C.
[F. S.]

BIBL. - E. SCHURER, Geschichte des judischen Volkes, I, 4a ed., Lipsia 1901, pp. 418- 51, 549-64. 585-600; G. RICCIOTTI, Storia d'Israele, II 2 a ed., Torino 1935, Pp. 417-29. 449-58: L. PIROT: S. Marc (La Ste Bible, 9), Parigi 1946, pp. 178 s. 270 s.: J. RENIÉ, Les Actes (ibid., 11) 1949, pp. 173 s. 179 os. 319-32: U. HOLZMEISTER, Storia dei tempi del Nuovo Testamento (trad. it. C. Zedda; La S. Bibbia), Torino 1950. pp. 46-59. 90-104: F. M. ABEL, Histoire de la Palestine. I, Parigi 1952, pp. 407-10. 438-54. 475 ss.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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