Dono di se


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I. L'espressione d. richiama non tanto la disponibilità di qualcosa, quanto l'apertura e l'oblazione di se stessi, di ciò che si è, in atteggiamento costante di piena donazione a cominciare dalla propria volontà, base di ogni possibile dono. L'offerta di sé realizza in modo completo tutte le caratteristiche del dono: questo, per essere tale, dev'essere concreto, senza riserve e restrizioni, disinteressato; chi fa un dono lo compie per pura liberalità, in gratuità, senza esigere alcunché in cambio perché il contraccambio è l'esatto contrario del dono.
Il d. attua così la carità, cioè l'effettivo superamento della cupidigia e del calcolo in quanto essa è l'origine prima e l'oggetto ultimo di ogni generosità in una circolarità sempre in crescendo.

II. E Dio che prende l'iniziativa. Tutto ciò che è buono da Dio viene e a lui porta, infatti « ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto e discende dal Padre della luce » (Gc 1,17). E sempre Dio a prendere l'iniziativa; egli si rivela come il Dio creatore, provvidente, liberatore, il Padre di ogni bontà « perché egli è il Bene » (VS 9): l'uomo si nutre di questa iniziativa e attinge a questa pienezza, per cui l'apertura all' amore divino è la condizione previa per crescere in autentica generosità (cf 1 Gv 3,16).
Il d. acquista consistenza e possibilità di attuazione quando è vissuto in sintonia con l'autodonazione di Gesù alla volontà del Padre suo che vuole tutti gli uomini salvi (cf Gv 17,3): nell'amore che lo unisce al Padre, Gesù realizza pienamente il dono totale di se stesso; egli dà la vita in perfetta obbedienza, dona la sua « carne per la vita del mondo » (Gv 6,51) e comunicandoci lo Spirito Santo, il dono di Dio (cf At 11,17), rende a noi possibile il vero amore oblativo (cf Gv 15,12s.).
Il d. si presenta, dunque, come massima espressione dell'amore cristiano, esso è il vertice di ogni virtù e dell'intera esistenza, quasi un atto riassuntivo e sintetico della realtà personale dell'uomo raggiunto e colmato dalla grazia divina.

III. D. a Dio e al prossimo. Nei riguardi di Dio, il d. si realizza nella volontà amorosa e stabile di offrire, semplicemente, a lui la propria realtà con tutte le sue componenti e il suo divenire: nella radicale obbedienza, quotidianamente attuata, di rimettersi al piano salvifico di Dio si riconosce innanzitutto Dio come Dio, l'unico vero Dio, e s'instaura con lui l'accordo dell'amore per cui ci si occupa di lui e della sua gloria in intima gioia e pace (cf Gv 17,9 11).
Nei riguardi del prossimo, accolto come tale, il d. si concretizza in atteggiamenti ed atti particolari che ne specificano il contenuto e ne evidenziano il significato: d. come il farsi « tutto a tutti » (1 Cor 9,22), come « comprensione », come « prendere con sé » con sollecitudine, premura, solidarietà. D. come « benevolenza », cioè bontà e tenerezza, perché la carità è sempre benigna (cf 1 Cor 13,4). D. come « gratuità », come l'amore di Dio che « dona a tutti generosamente e senza rinfacciare » (Gc 1,5). D. come « gratitudine », perché « vi è più gioia nel dare che nel ricevere » (At 20,35). D. come « perdono », « per dono » nonostante tutto, « fino a settanta volte sette » (Mt 18,22) perché solo con il dono si spezza il circolo vizioso del male e della vendetta. BIV. L'esistenza cristiana si struttura così sull'evento pasquale del Signore ed è qui che trova sostanza ed autenticità: il « passaggio » dalla schiavitù dei servi alla libertà degli amici, il « salto » dalla morte del peccato alla vita diin Dio, l' « esodo » dalla indisponibilità (essere diper sé) alla disponibilità (essere perdell'altro). Nella logica della croce, continuamente rinnovata nel memoriale eucaristico, nella logica cioè del d., l'uomo ritrova l'unità e la pienezza della vita perdute con il peccato; egli, che è dono, solo nel donarsi trova l'altro e Dio, quindi anche se stesso (cf Gv 12,25). Il Signore ama gratuitamente e lega a sé con i vincoli fedeli e perenni del suo amore: dare se stesso in dono è come restituirsi a colui dal quale si proviene perché egli operi, con la libertà dell'uomo, nella storia umana.
Il d. a Dio si traduce necessariamente in servizio al prossimo: il servizio, a qualunque livello e in qualunque intensità è richiesto. Non c'è dono senza servizio (cf Gv 13,1 15): amare donando se stesso equivale ad esprimersi quasi in riflesso della stessa carità di Dio (cf Lc 22,26 27). Nel concreto esercizio dell'autodonazione è richiesta la virtù della perseveranza unita a stabile equilibrio: il cammino quotidiano conosce stanchezza, scoraggiamento, delusione perché il cuore umano porta le tracce del peccato, della debolezza, della volubilità. Il rialzarsi dopo la caduta, per esempio, è anch'esso esercizio e sviluppo del d., anzi ne è la costante storica: il riprendere il cammino è, infatti, segno di un cuore forte nelle avversità, buono con le persone, prudente nelle situazioni. La perseveranza fedele è la prova che irrobustisce la volontà oblativa e la reale ricostruzione della speranza cristiana. Affermare la possibilità di una cultura del dono equivale a disegnare l'unica strada concretamente praticabile per il superamento del peccato individuale e sociale: l'esempio dei numerosi santi cristiani, primi fra tutti i martiri, rappresenta la « esaltazione della perfetta umanità e della vera vita » (VS 92).
Conclusione. D. dice, dunque, liberazione perché effettiva rottura del circolo asfissiante della propria mediocrità, del proprio limite, dei propri calcoli. E d. dice ancora sempre nuova possibilità di autentica convivenza umana, a tutti i livelli, da quello familiare a quello internazionale: convivenza pacifica e solidale. « Occhio per occhio, dente per dente... » (Es 21,24): l'antica misurazione della giustizia legale, ancora invocata come rimedio a situazioni drammatiche e pericolose, rivela proprio in queste la sua radicale insufficienza. Nel d. sta il completamento e, insieme, il superamento della giustizia: questa insegna a dare ciò che è dovuto, quello apre agli spazi dell'amore divino verso la cui pienezza il nostro passo si rivolge.
Al seguito di Cristo Gesù, che vive in pienezza il dono totale di sé, i discepoli raggiungono la carità perfetta che unisce a Dio Padre e fonte della vera vita.

Bibl. Aa.Vv., Dives in misericordia - Commento all'Enciclica di Giovanni Paolo II, Brescia 1981; O. Becker - H. Vorländer, Dono, in DCB, 517 521; G.G. Pesenti, s.v., in DES I, 846 848; J. Schryuers, Le don de soi, Bruxelles 1919; Tommaso d'Aquino, STh II II, qq. 23 54; J. Tonneau, s.v., in DSAM III, 1567 1573; A. Vanhoye, Dono, in DTB, 306 310.

Autore: G. Giuliano
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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