Docilità


I. Il termine. d. esprime il contenuto del termine latino docilitas e sta ad indicare la virtù di chi si sottomette facilmente, cioè di chi possiede l'attitudine ad apprendere, di chi si lascia ammaestrare, istruire, educare, formare. La persona docile si caratterizza per la capacità, conquistata con lungo esercizio, a lasciarsi guidare cercando ed accogliendo insegnamenti altrui con abituale facilità: una tale persona è, dunque, obbediente, comprensiva, mansueta, mite, perciò gradevole. L'uomo docile è il saggio che cerca saggezza (cf Sir 6,32 37), è l'uomo prudente che « con premura, con frequenza e riverenza applica il proprio spirito agli insegnamenti dei maggiori, senza trascurarli per pigrizia e senza disprezzarli per superbia ».1 La d. si presenta, dunque, come autentica virtù morale, « disposizione abituale e ferma a fare il bene » (CCC 1803), perché è disponibilità a farsi guidare nella ricerca delle « cose giovevoli » e conformi al vero bene.2

II. D. e vita cristiana. La fede si vive fondamentalmente come obbedienza a Dio che si rivela (cf DV 5): vi è perciò uno stretto legame tra d. e vita cristiana. La d. è, infatti, condizione necessaria per la fede, e la fede è coronamento e pienezza per la d. dell'uomo. La d. si esplicita innanzitutto verso lo Spirito Santo, che trasforma il « cuore » dell'uomo e lo guida alla maniera di Dio formando Cristo in lui (cf Gal 4,19), suscitando cioè sentimenti e azioni concrete di « amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé » (Gal 5,22). Verso lo Spirito di verità (cf Gv 16,13 14) l'atteggiamento dell'uomo non può che essere di docile ascolto, abbandono, conformità, « connaturalità » (VS 64) per poter discernere e poi attuare ciò che è giusto e buono secondo Dio. Tutta la storia cristiana può essere compresa come storia di d. sull'esempio e con la grazia di Cristo: la storia della fede inizia sempre dall' accoglienza docile della Parola di Dio (cf Gv 1,11 14) e si dipana in un clima di autentica libertà perché solo la Verità di Dio rende liberi (cf Gv 8,22), tanto liberi da provare gioia nella osservanza dei comandamenti. La d. trova espressione concreta nell'adesione al Magistero ecclesiale (cf CCC 87): questo è posto nella Chiesa « per divino mandato e con l'assistenza dello Spirito Santo » (DV 10), a servizio della fede dei credenti perché la loro vita sia in consonanza con la volontà di Dio. La virtù della d. trova in Maria di Nazaret una perfetta concretizzazione: « Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). E da Maria a Gesù sulla croce. Il « tutto è compiuto » (Gv 19,20) del Signore crocifisso è ormai divenuto paradigma della perfetta e docile adesione al piano divino di salvezza, reale superamento della profonda contraddizione che vede l'uomo fatto per l'infinito eppure irretito in se stesso finito, segno e « luogo » della totale appartenenza al Padre. In breve, la d. è più « del grasso degli arieti » (Is 1,11): quando ascoltare stanca, obbedire costa, perdonare è difficile, chiedere scusa è lacerante, quando i propri progetti vengono messi in discussione o l'amore alla verità è scomodo, la d. è più « del grasso degli arieti ». Difatti, è in questi momenti che il « cuore » si sintonizza con lo Spirito di Dio e con lo spirito del fratello: si è compreso che la d. è canale privilegiato per giungere alla libertà del dono di sé verso Dio e gli altri, senza riserve, e per instaurare nuovi rapporti sociali, fondati sulla solidarietà e sulla pace.

Note: 1 Tommaso d'Aquino, STh II II, q. 49,3; 2 Cf Ibid., II II, q. 47,1.

Bibl. Aa.Vv., La direzione spirituale, in RivVitSp 4 (1950), 255 283, 313 460; C. Gennaro, s.v., in DES I, 818; G. Lefebvre, Amare Dio, Sorrento (NA) 1962; J. Lécuyer, s.v., in DSAM III, 1468 1497; Tommaso d'Aquino, STh II II, q. 49,3.


Autore: G. Giuliano
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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