Direzione spirituale


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A. Aspetti psico pedagogici

Premessa. Nel cammino verso Dio concorrono fattori sia spirituali sia umani. L'accompagnamento spirituale si propone di aprire sempre più l'animo all'azione dello Spirito Santo e di attivare le risorse psicologiche per investirle in un impegno cosciente e motivato verso un cammino di maturazione umana e spirituale di tutta la persona. Le riflessioni che verranno qui esposte si muovono prevalentemente sul piano psicologico, quale premessa indispensabile per introdurre in modo coerente ed efficace i fattori soprannaturali: la fede, la grazia, i valori, la preghiera, i mezzi proposti dall' ascetica, ecc., che costituiscono il dinamismo più valido e necessario nell'impegno di conversione e di perfezione.

I. Direzione spirituale e psicologia. La d. si configura come l'incontro tra chi, desiderando fare un cammino di conversione interiore, si rivolge ad una persona che ha la capacità e la disponibilità di accompagnarlo. Come in ogni rapporto interpersonale, anche nella d. si mettono in movimento varie dinamiche che la psicologia aiuta a diagnosticare e ad orientare verso un processo di conversione o di perfezione. Una conoscenza di base delle scienze umane e dei metodi che esse propongono per rendere efficaci i rapporti interpersonali risulta sempre più necessaria nell'ambito pastorale. Le mutate situazioni familiari e sociali, la crisi del « sacro », la secolarizzazione e il conseguente disorientamento nella scala dei valori, il turbamento nei rapporti tra persone di età diversa, l'accresciuta fragilità psichica dei giovani costituiscono ostacoli rilevanti per una corretta comprensione della sensibilità e degli atteggiamenti che molti assumono nei confronti dei valori e dei doveri religiosi e morali. Altra situazione che rende sempre più urgente un'adeguata preparazione psicologica per gli operatori della pastorale individuale, della quale la d. è l'espressione più qualificata, è il livello di formazione teorico pratica richiesta a quanti operano nel campo sociale e sanitario (consulenti, assistenti sociali, psicologi, terapeuti, psichiatri, medici). Il fenomeno della « d. laica », la cui diffusione si può valutare dal numero rilevante di coloro che si rivolgono allo psicologo per risolvere problemi religiosi, morali o vocazionali, sembra determinato dalla delusione che molti hanno vissuto con direttori spirituali impreparati ad accogliere e a comprendere le persone.

II. Incontro di aiuto spirituale. Le scienze dell'educazione accentuano sempre più la necessità del rapporto interpersonale a tu per tu o in piccoli gruppi per promuovere il processo di crescita e di maturazione. Chi desidera fare un cammino verso la conversione o verso la perfezione, sente il bisogno di incontrare qualcuno disposto ad accoglierlo e capace di ascoltarlo, di comprenderlo e di promuovere un processo di miglioramento interiore. Partendo da questo concetto, l'atto di « aiutare » non va inteso come un dare all'altro qualcosa di nostro (consigli, proibizioni, spiegazioni, giudizi, soluzioni già fatte, ecc.), ma consiste nel facilitare in lui una chiara presa di coscienza della situazione presente e nello stimolare i dinamismi interiori necessari per operare il cambiamento. Questa modalità di aiutare, che pone la persona come attore principale del proprio cammino verso la maturità, si traduce più coerentemente con il termine « accompagnamento » che con quello di « direzione ». Si tratta di un metodo che s'ispira alla « terapia centrata sulla persona » inaugurata dallo psicologo americano C. Rogers.

III. Attese in chi chiede aiuto. Anzitutto, ognuno desidera essere accettato così come è e non sulla base di valutazioni o di pregiudizi a carico della persona. Ognuno ha diritto di essere accettato per il semplice fatto di essere persona, anche se segnata da fragilità o da incoerenze. La mentalità moralistica porta facilmente a classificare gli uomini in buoni e cattivi, inducendo così un atteggiamento di approvazione o di condanna, di accettazione o di rifiuto. Altro desiderio di chi chiede aiuto è quello di venire compreso a fondo. L'unica via per giungere ad una vera comprensione è quella di tener conto della percezione che l'individuo ha di se stesso. Quanto più si riesce ad entrare nel mondo percettivo dell'altro, a vedere la situazione come la vede lui e a cogliere il significato che egli stesso vi annette, tanto più sicuramente si giunge a comprenderlo a fondo e dall'interno. E questa la « comprensione empatica » di cui Rogers parla presentando il suo metodo. Ognuno desidera sentirsi libero di esprimersi e di prendere decisioni con senso di responsabilità personale. Tale libertà viene promossa stimolando l'individuo a parlare liberamente di sé, a valutare il proprio operato, a individuare le vie da percorrere e a decidere sul da farsi. L'accompagnatore favorisce la presa di coscienza della situazione, attira l'attenzione su eventuali rischi e propone vie alternative per giungere ad una decisione ponderata e libera. La promozione di una sana libertà e del senso di responsabilità costituisce una valida risposta al bisogno di dare all'esistenza un significato coerente coi valori nei quali l'individuo crede. Questa è una delle attese più profonde. Dalla risposta che ad essa viene data, dipende fondamentalmente l'efficacia dell'incontro di aiuto.

IV. Qualità e disposizioni dell'accompagnatore. Chi accetta di accompagnare qualcuno nel cammino verso la maturità e la libertà interiore, deve ispirarsi ad una concezione dell'uomo positiva e aperta al trascendente. E inoltre necessario che egli conosca e accetti se stesso e che abbia raggiunto un normale livello di maturità affettiva, in modo da vivere con atteggiamento eterocentrico la relazione di aiuto e da impegnarsi con libertà e dedizione al bene della persona. Oltre a queste doti, il padre spirituale ha bisogno di coltivare tre disposizioni che, nel metodo rogersiano, vengono considerate fondamentali e indispensabili: l'autenticità, l'accettazione incondizionata e l'empatia.
a. E autentico chi ha la libertà di prendere contatto col proprio mondo interiore, di accettarlo nei tratti sia positivi che negativi e di presentarsi agli altri a volto scoperto, evitando di nascondersi dietro qualche maschera.
b. L'accettazione incondizionata, o considerazione positiva, o rispetto nei confronti della persona, si basa sulla concezione positiva che l'accompagnatore dovrebbe avere dell'uomo in genere. La formazione moralistica, l'atteggiamento egocentrico e il ruolo di maestro e di giudice attribuito al padre spirituale, rendono molto difficile un'accoglienza animata da sincero rispetto per l'individuo e da convinta fiducia nelle risorse presenti in ogni persona. Tale accoglienza produce significativi vantaggi all'individuo, quali: l'incoraggiamento ad entrare nel proprio mondo interiore per conoscerlo e per accettarlo; l'avvio di un processo di miglioramento nell'immagine di sé; il superamento di eventuali stati di scoraggiamento, di insicurezza o di ansia; la graduale conquista di una sana autonomia personale; la forza per superare i momenti critici nel cammino verso la perfezione.
c. Per giungere a comprendere a livello empatico una persona è necessario immergersi nel suo mondo soggettivo e partecipare alla sua esperienza nella misura in cui la comunicazione verbale e non verbale lo permette. Si può dire che l'empatia richiede di mettersi nei panni dell'altro e di vedere la realtà come la vede lui, con i suoi occhi.
Sono vari gli ostacoli che il padre spirituale incontra nell'impegno per entrare nel mondo percettivo dell'interlocutore, quali: l'egocentrismo, la direttività e la tendenza a giudicare.
Se il padre spirituale vive l'incontro con disposizione egocentrica, qualsiasi comunicazione risveglia in lui ricordi, confronti, risonanze emotive che catalizzano la sua attenzione e sfociano in risposte condizionate da tali reazioni soggettive, anziché essere mirate a chiarire lo stato d'animo dell'interlocutore. Il fenomeno dell'ascolto egocentrico viene indicato con l'immagine del « terzo orecchio » col quale il padre spirituale ascolterebbe le proprie reazioni, mentre presterebbe un'attenzione superficiale e frammentaria alla voce dell'interlocutore. Il modo direttivo di condurre il colloquio di aiuto porta l'accompagnatore a prendere in mano la conduzione del colloquio, trascurando le esigenze, la sensibilità e le disposizioni dell'individuo. L'atteggiamento direttivo si manifesta con tipi di intervento, quali: porre domande che orientano il discorso; esprimere il proprio giudizio su quanto esposto dall'interlocutore; proporre (o imporre) linee di soluzione partendo dalla propria mentalità; deviare un discorso che il padre spirituale sente come poco interessante o che potrebbe creare in lui disagio e difficoltà; tentare di consolare o di incoraggiare ricorrendo a frasi convenzionali e non convinte; riportare fatti simili a quello esposto dall'individuo. La tendenza a giudicare rivela il criterio moralistico che porta a dividere le persone in due categorie: quelle buone e quelle cattive. Si cerca di legittimare il giudizio proclamando di voler « condannare il peccato, non il peccatore », ma è normale che la persona senta che quella condanna colpisce direttamente lei, peggiorando ulteriormente l'immagine negativa di sé. A livello psicologico si possono ricordare i benefici effetti che scaturiscono da un'accettazione benevola e da un ascolto non giudicante.

V. Come condurre l'incontro. La conduzione di un colloquio di aiuto è contemporaneamente scienza e arte in quanto presuppone sia la conoscenza di principi di psicologia e di metodologia delle relazioni interpersonali, sia particolari disposizioni e sensibilità congenite ma perfezionabili con l'esercizio. I principi psicologici qui presentati sono desunti dalla psicologia umanistico esistenziale, quelli metodologici si ispirano alla prassi della « terapia centrata sulla persona ». I momenti che scandiscono ogni incontro ispirato a questo metodo sono: ascoltare, rispondere, responsabilizzare e stimolare all'impegno concreto.

Questo discorso sul piano psicologico apre necessariamente ad una visione diversa, che è quella prettamente spirituale e che si inserisce nella lunga tradizione ecclesiale di guida per la realizzazione piena del progetto salvifico di Dio nelle vie dello Spirito.

Bibl. Aa.Vv., Direzione spirituale e orientamento vocazionale, Milano 1992; Aa.Vv., Direzione spirituale, Milano 1996; W.A. Barry - W.J. Connolly, Pratica della direzione spirituale, Milano 1990; Ch. A. Bernard, L'aiuto spirituale personale, Roma 1978; A. Brusco - S. Marinelli, Iniziazione al dialogo e alla relazione di aiuto, 2 voll., Verona 1992 e 1994; B. Giordani, Il colloquio psicologico nella direzione spirituale, Roma 1992; A. Gonzáles Alorda, Acompañando el crecimiento espiritual, Lima 19862; A. Mercatali - B. Giordani, La direzione spirituale come incontro di aiuto, Brescia Roma 19872; G. Rodríguez Melgarejo, Formación y dirección espiritual, Bogotà 1986; J.P. Schaller, Direction spirituelle et temps modernes, Paris 1978.

B. Giordani

B. Aspetti spirituali
I. La nozione. D. è un'espressione, diventata comune nella Chiesa, per indicare l'aiuto offerto da una guida sperimentata a un fedele in cammino verso la pienezza della vita in Cristo e nello Spirito.
Non si tratta della cura pastorale estesa a tutta la comunità cristiana, ma di quella di uno dei suoi membri chiamato, insieme agli altri, ad essere perfetto « come è perfetto il Padre celeste » (Mt 5,48), e tuttavia con un cammino di grazia e libertà unico, irripetibile, incomunicabile, rispondente a quel rapporto d'amore personale che ogni figlio della famiglia di Dio ha con il Padre.

II. La prassi storica. La storia registra la pratica del ricorso al consiglio di guide sapienti ed esperte anche tra i pagani o nelle religioni non cristiane. La d. si caratterizza, però, come prassi specificamente cristiana, espressione e frutto della dottrina e dell'esperienza della comunità dei credenti in Cristo. Pur essendo rivolta all'individuo, la pratica della d. è e deve essere animata dallo spirito della comunione ecclesiale, sia sul piano immediato, come sostegno di un fratello a un altro fratello, sia sul piano storico, in quanto un vero direttore spirituale attinge la sua dottrina da quel patrimonio inestimabile di esperienza di santità creato dallo Spirito lungo tutto il corso della vita della Chiesa.
Non si può parlare, in senso stretto, di una fondazione biblica della d.: essa, come tante altre pratiche, nasce e si afferma nella Chiesa, dove il seme evangelico cresce, sviluppando e manifestando tutte le sue virtualità.
Il bisogno di aprire il cuore a un fratello (o anche a una sorella) esperto nelle vie di Dio per riceverne luce e conforto si fa sentire in maniera rilevante nell'antico monachesimo e specificamente in quello egiziano. I monaci non si ritenevano persone privilegiate, ma semplici cristiani che si ritiravano dal mondo per trovare, nella solitudine, la via più sicura della salvezza, intesa come guarigione dalle infermità causate dal peccato e pienezza di vita nello Spirito. Ed è nella solitudine che il monaco scopre le profondità dell' anima e ingaggia la dura lotta contro i pensieri (logismoi) passionali suggeriti, si crede, dai demoni.
Ciò di cui si ha più timore è il pericolo di essere ingannati dalle astuzie degli spiriti maligni, dalle illusioni che suscitano nelle anime per farle cadere. Si avverte, allora, il grande valore del discernimento, della capacità cioè di riconoscere da quale spirito vengono i pensieri, i desideri del cuore. Secondo il padre del monachesimo, Antonio, « abbiamo bisogno di molta preghiera e ascesi per poter, mediante il carisma del discernimento degli spiriti, conoscere ciò che li riguarda... Numerose sono, infatti, le loro astuzie e le loro manovre insidiose ».1
Un grado eminente di discernimento (diàkrisis) diventa segno di grande maturità spirituale e il monaco che, dopo un lungo cammino, arriva a possederlo viene ricercato come Padre (abba o apa) spirituale da coloro che desiderano acquistare la stessa capacità di scoprire le insidie del nemico e ascoltare la voce dello Spirito di Dio.
Dal monachesimo la pratica della d. si diffonde nella Chiesa e si estende a tutte le categorie di cristiani aperti alla perfezione, assumendo caratteristiche dettate e collaudate dall'esperienza, diventando un'arte e un mezzo tra i più preziosi e necessari.
Sulla necessità, sia pure relativa, della d. non ci sono dubbi. s. Bernardo scrive: « Chi elegge se stesso come maestro, si fa discepolo di uno stolto ».2 E s. Francesco di Sales: « Mia Filotea, volete coscientemente incamminavi verso la perfezione? Cercate qualche buona persona che vi guidi e vi conduca; è questo il consiglio dei consigli ».3

III. Il direttore spirituale e le persone dirette. A un buon padre spirituale si richiede dottrina solida, santità o, almeno, sincera aspirazione alla santità, esperienza, carità paterna, spirito di discernimento. Per chi cerca una guida sono necessarie sincerità, fiducia, docilità (da non confondere con l'obbedienza religiosa).
Nell'esercizio della d. si deve ricordare che la missione del direttore « non è quella di un pioniere; egli deve piuttosto camminare dietro e guardare Dio che sta dinanzi ».4 La guida principale resta lo Spirito Santo: il direttore accompagna le anime per aiutarle a conoscere se stesse e il disegno di Dio su di loro, senza imporre il suo modo di agire o di vedere le cose, per spronarle a camminare con libertà ed equilibrato impegno, per sostenerle e incoraggiarle soprattutto nei periodi di prova.
E naturale che il modo di dirigere le anime debba corrispondere al loro grado di maturità spirituale. Per i principianti c'è bisogno di una d. più frequente e particolareggiata: essi si trovano ad avanzare in regioni totalmente sconosciute, dove è facile sentirsi smarriti e isolati o essere vittime di indiscreti fervori oppure di scoraggiamento e di sfiducia. Per chi è progredito abbastanza, gli incontri con il direttore dovrebbero essere meno frequenti e più brevi, poiché si suppone un'acquisita capacità di discernimento e di saggezza spirituale.

IV. Nell'esperienza mistica. Che dire di coloro che sono introdotti dalla grazia nelle vie sublimi dell' esperienza mistica? Sembrerebbe che queste anime, giunte a un livello molto elevato di vita spirituale, non abbiano più bisogno di una guida. Invece non è così. Anzi, proprio il fatto di addentrarsi in un mondo sconosciuto alla comune esperienza, in un mondo fatto di luce abbagliante e di tenebre spaventose, rende i mistici particolarmente bisognosi dell'autorità e del conforto del direttore spirituale.
Il ven. F.M.P. Libermann afferma: « Le persone che sono in uno stato straordinario hanno bisogno più delle altre di essere guidate e non devono mai fidarsi dei propri lumi. Se non diffidano di se stesse, si confondono in ogni circostanza, perché sono pochi i casi nei quali Dio si compiace di guidarle lui stesso senza l'aiuto di un direttore ».5 Abbiamo una conferma autorevole nella lettera di Leone XIII al card. Gibbons: « Coloro che cercano una maggiore perfezione, proprio per il fatto che entrano in un cammino dalla maggior parte non sperimentato, sono più esposti all'errore, perciò hanno più bisogno degli altri di un maestro e di una guida ».6
Proprio a queste altitudini diventa particolarmente importante la scelta di una guida capace. Ce lo assicura l'autorità di s. Giovanni della Croce: « L'anima tenga presente che in questa faccenda (l'unione con Dio e la sostanziale trasformazione di tutte le potenze dell'anima) è Dio il principale agente e la guida del cieco che la deve condurre per mano dove ella non saprebbe andare, cioè nelle cose soprannaturali... L'impedimento le può venire se si lascia guidare e condurre da un altro cieco. E i ciechi che la potrebbero sviare dalla retta strada sono tre, cioè il direttore spirituale, il demonio o essa stessa ».7 L'anima dovrà, quindi, badare bene a chi si affida: « Per questo cammino, almeno per il tratto più elevato di esso ed anche per quello di mezzo, difficilmente si troverà una guida fornita di tutte le qualità che si richiedono; perché, oltre ad essere dotta e discreta, è necessario che sia esperta. Benché, infatti, per dirigere lo spirito il fondamento siano la scienza e la discrezione, se non ha esperienza di ciò che è puro e vero spirito, non indovinerà a incamminarvi l'anima quando Dio a essa lo concede anzi neppure saprà capirlo ».8
In modo particolare nell'esperienza mistica la d. si renderà necessaria per guidare l'anima nei progressivi stati di orazione, per sostenerla durante le notti purificatrici, per giudicare eventuali fenomeni straordinari.
La storia della spiritualità insegna quanta parte abbiano avuto nella vita dei mistici i direttori spirituali. Basti pensare a s. Teresa d'Avila, a s. Margherita Maria Alacoque, a s. Gemma Galgani. Tutto ciò dimostra la verità delle parole di Leone XIII: « E norma generale che Dio, provvidentissimo, come ha voluto che gli uomini, il più delle volte, siano salvati per mezzo di altri uomini così ha stabilito che siano guidati per mezzo di altri uomini coloro che chiama a un più alto grado di santità ».9

Note: 1 S. Atanasio, Vita di Antonio, 2; 2 Ep. 87,7; 3 Introduction à la vie dévote, 1,4; 4 F.W. Faber, Il progresso dell'anima, c.18; 5 Écrits spirituels, Paris 1891, 356; 6 Testem benevolentiae; 7 Fiamma viva d'amore 3,29; 8 Ibid., 30; 9 Testem benevolentiae.

Bibl. Aa.Vv., s.v., in DSAM III, 1008 1142; E. Ancilli (cura di), Mistagogia e direzione spirituale, Milano 1985; G. Arledler, La direzione spirituale. Origini, natura, prospettive, Milano 1997; F.W. Faber, Il progresso dell'anima nella vita spirituale, Torino 1926; R. Frattallone, La direzione spirituale, Torino 1996; I. Hausherr, Direction spirituelle en Orient autrefois, Roma 1955; A. Louf, Generati dallo Spirito, Magnano (BI) 1995; R. Plus, La direzione spirituale. Natura, necessità, metodo, Torino 1944; J. Stru_, s.v., in DES I, 793 806; J. Sudbrack, Direzione spirituale. La questione del maestro, dell'accompagnatore spirituale e dello Spirito di Dio, Roma 1985.

Autore: U. Occhialini
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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