Digiuno


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I. La pratica del d. è ben nota nella cultura e nella spiritualità cristiane, ma anche le culture e le spiritualità non cristiane come quella buddista, ebraica, islamica, induista lo praticano. Per i cristiani il d. è, fondamentalmente, uno dei mezzi ascetici e penitenziali indicati dalla Bibbia e dalla tradizione. E interessante, a questo proposito, leggere gli scritti dei Padri della Chiesa che trattano di questo tema. Oltre che per raggiungere un bene spirituale personale e comunitario, il d. può essere praticato per esigenze di culto, come per es. il d. eucaristico o per esigenze di vigilanza spirituale, come per es. il d. che fino a non molto tempo fa si faceva alla vigilia e in preparazione di feste liturgiche. Al di fuori dell'ambito religioso esso è praticato per ragioni di salute fisica, psichica o di moda. In qualche caso, si fa il d. come reazione al consumismo smisurato o per motivi di solidarietà con i poveri. Dal punto di vista pedagogico tale d., alla cui base si trova un giudizio severo sugli sprechi e sul consumismo sfrenato, è uno stimolo ad un gesto di condivisione. In questo caso, il d. educa alla dimenticanza di sé e apre il cuore all'altro. Esso, infine, può diventare anche un'arma di ordine politico e sociale.

II. Nel cristianesimo. A noi interessa la portata religiosa e spirituale del d. che i cristiani sono invitati a praticare. Il cristianesimo, come tante altre religioni, lo attua per motivi ascetici, penitenziali e spirituali. Molto spesso, si ricorre al d. per ottenere la liberazione dalle colpe e dai peccati o per espiare le colpe e i peccati propri e quelli degli altri. Sul piano personale, esso viene praticato per ottenere la liberazione da vari condizionamenti interiori che impediscono la scelta e l'impegno nell'ambito del servizio per Dio e per l'uomo. Il cristiano è cosciente che gli appetiti disordinati che lo abitano, sfuggono al suo controllo e rendono difficile la sua crescita e maturazione spirituale. Il d., quindi, impegno tipico dell'esperienza spirituale cristiana, favorisce la vigilanza cristiana e dispone all'aiuto che viene da Dio. « Non amate né il mondo né le cose del mondo (...); perché tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo » (1 Gv 2,15 16). Indipendentemente dal fatto se il d. sia prescritto o scelto di propria iniziativa, la sua logica sta nella forza interiore dell'uomo la quale dimostra che la dipendenza dal cibo, quindi da ciò che è materiale, non è né totale né assoluta. L'essenziale per il d. è, quindi, la finalità cui esso porta e non il d. come tale che è sempre un mezzo. Fatto per amore di Dio, il d. risveglia nell'uomo disposizioni interiori all'azione della grazia di Dio. Tale d., oltre che ricordare: « Non di solo pane vivrà l'uomo » (Lc 4,4), aiuta a vivere l'esperienza del limite e della precarietà del proprio corpo nonché di una forza nuova che si sprigiona in lui proprio grazie ad esso. Più che il divieto, vale nel d. la libera astensione attraverso la quale il soggetto, manifestando la forza della propria volontà, esprime anche la propria fragilità bisognosa di soccorso. E questa la ragione per cui non si deve considerare il d. solo in ottica di ascesi mortificativa. Uno dei testi dell'AT, che ha per oggetto il d., è quello di Is 58. Denunciando il formalismo nell'osservanza del d., il testo sottolinea che esso non consiste nell'affliggere il corpo, ma nello spezzare ogni forma di egoismo. L'uomo, uscendo da se stesso e ponendosi sotto la guida di Dio, acquista una vitalità nuova: « La tua gente edificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta delle epoche lontane. Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di rovine per abitarvi » (58,12).

III. Sul piano ascetico spirituale. E importante che il d., in quanto esercizio ascetico spirituale cristiano, non venga assolutizzato. Esso non può essere fine a se stesso e non può esaurirsi negli esercizi come astinenza dai cibi, veglie notturne, lavoro manuale. In certi casi, potrebbe darsi che il d. sia l'espressione di volontà motivata egoisticamente. Dal punto di vista storico, esso possiede un suo contesto ascetico spirituale: d., preghiera, elemosina (= carità). « Non ci è stato comandato di lavorare, di vegliare e di digiunare continuamente, mentre la preghiera incessante è una legge per noi ».1 Sempre nella Chiesa, il d. faceva parte della triade: d., preghiera, elemosina (cf Tb 12,8; Mt 6,1 18), in quanto espressione di penitenza interiore del cristiano. La legge nuova portata da Cristo invita a praticare gli atti della religione, quali: d., preghiera, elemosina, ma li ordina al « Padre che vede nel segreto », in opposizione al desiderio di « essere visti dagli uomini » (Mt 6,1 6. 16 18). Il d. cristiano, pertanto, pur esprimendosi con gesti esteriori e visibili, conserva sempre il suo carattere interiore, contribuendo, così, alla conversione del cuore. Per questa ragione, è fondamentale la sua motivazione teologica: lo spirito del d. e non l'astensione formale dai cibi. Il fine spirituale verso cui orienta è il conseguimento delle virtù, quali la temperanza, la moderazione, la generosità, l' umiltà, la carità. In altre parole, il d. è il mezzo per liberarsi dal dominio della carne e accettare su di sé il dominio di Cristo. Dal punto di vista della crescita spirituale cristiana, il d. acquista valore spirituale all'interno di un progetto di vita che prevede uno spazio all'ascesi per dominare i disordini passionali e per stimolare l'impegno concreto verso Dio e verso il prossimo. L'uomo è coinvolto nella dialettica di fiducia e di sfiducia su tutto l'essere personale: « Ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo ».2 Di conseguenza, la spiritualità cristiana, mentre invita ad amare se stessi inclusa la propria corporeità, insiste sulla necessità della profonda purificazione di tutto l'essere personale per potersi aprire al dono totale in Cristo. Perciò, alla luce dell'esperienza e dell'insegnamento di Cristo, il d. riceve, prima di tutto, il significato cristologico. E secondario, invece, il carattere ascetico del d. Contrariamente alle apparenze, la spiritualità cristiana considera il mistero pasquale come coinvolgente tutto l'essere dell'uomo e non solo la sua parte spirituale, perché « la carne è il cardine della salvezza. Quando l'anima viene unita a Dio, è la carne che rende possibile questo legame. E la carne che viene battezzata perché l'anima venga mondata; la carne viene unta affinché l'anima sia consacrata ».3

Note: 1 Evagrio Pontico, Capita practica ad Anatolium, 49; 2 S. Agostino, In Psalmum LXX. Enarratio Sermo secundus; 3 Tertulliano, La risurrezione dei corpi, 8,2.

Bibl. P. Cabrol, s.v., in DACL VII, 2481 2501; CEI, Il senso cristiano del digiuno e dell'astinenza. Nota pastorale del 4 ottobre 1994; P. Deseille, s.v., in DSAM VIII, 1164 1175; Paolo VI, Constitutio apostolica « Paenitemini et credite Evangelio », 17 februarii 1966, in AAS 58 (1966), 177 198; C. Ranwez, Le jêune, in VieSp 118 (1968), 271 291; Ph. Rouillard, s.v., in Cath VI, 829 835; A. Scarnera, Il digiuno cristiano. Dalle origini al IV secolo. Contributo per una rivalutazione teologica, Roma 1990; F. Schmal, Die Flucht aus dem Dschungel der Süchte das Fasten, Rottweil 1977; J.H. Schmith, Digiuno come rinnovamento fisico, mentale e spirituale, Torino 1986.

Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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