Derelizione


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I. Il termine d., nell'uso religioso, è l'abbandono che una persona sperimenta nella privazione libera di un grande bene spirituale, in riferimento a Cristo che sulla croce prega il salmo 21: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? » La d., secondo l'intensità, ha un triplice significato. Il primo è di affidamento della propria volontà a quella di Dio in modo che motivazione e finalità siano mutuate direttamente dalla fede o mediatamente dai pastori di anime ai quali, per fede e in umiltà, una persona si sottomette. Un secondo significato è quello di esercizio ascetico di una persona che non vuole per amore di Cristo avere in proprietà cose create che piacciano ai sensi o allo spirito, ma vuole abbandonare tutto per avere « puramente in Dio il proprio tesoro ».1 Un terzo senso definisce lo stato di un'anima che, così permettendo Dio che la vuole purificare e disporre all'unione d'amore, sperimenta di essere abbandonata da Dio, perché peccatrice, indegna di essere avvicinata da lui che le appare sdegnato. « In questo tempo - scrive s. Giovanni della Croce 2 - l'anima è avvolta da fitte tenebre nel suo intelletto; nella volontà soffre grandi aridità e oppressioni; nella memoria è afflitta dal ricordo delle sue miserie... nella sostanza patisce abbandono e somma povertà. Quasi sempre arida e fredda, raramente fervorosa, in nessuna cosa trova sollievo, neanche un pensiero che la conforta ».

II. Nella vita spirituale. Questo stato di d. è transitorio e sperimentato in ordine alla contemplazione in cui Dio introduce sempre più profondamente la persona per realizzare l'unione d'amore. Teresa d'Avila 3 descrive la d. come un supplizio, una tempesta che si abbatte sull'anima; questa si sente castigata da Dio per i propri peccati, incapace di scorgere la verità, persuasa d'essere da Dio rigettata. Soltanto la misericordia divina può liberarla da questa angoscia. Allora la persona conosce « con evidenza la sua grande miseria e il poco che noi possiamo fare quando Dio ci abbandona ». Lo stato di d., scelto o accettato ad imitazione di quello di Cristo sulla croce, assume, oltre il valore di purificazione dagli affetti effimeri, un valore redentivo per la persona stessa e per la Chiesa.

Note: 1 Cf Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo I, 13,12; 2 Fiamma viva d'amore 1,20; 3 Relazione I, 11; Castello interiore, VI, 8 10.

Bibl. H. Martin, s.v., in DSAM III, 504 517; cf inoltre le voci: Abbandono e Purificazione.

Autore: G.G. Pesenti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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