Culto


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I. Il termine. C. (cultus, colere: onorare, venerare), è l'espressione concreta della virtù di religione, in quanto manifestazione della relazione fondamentale che unisce l'uomo a Dio,1 o anche come manifestazione tipica e universale della religione, che esprime il riconoscimento della relazione radicale che unisce l'uomo a Dio.2
Il c. che si rende al Signore ha le sue radici nel sentimento che l'essere umano pone della sua indipendenza rispetto all'essere supremo. In lui si esprimono differenti aspetti di questo sentimento religioso con atti di adorazione, offerta, intercessione, ecc. Per la natura corporale e spirituale dell'uomo, anche quando il c. si vive nello spirito, si manifesta mediante gesti di orazione, di benedizione e di sacrificio.3 Tali espressioni cultuali sono costituite da riti che esigono tempi e luoghi sacri perché si svolgono nel tempo e nello spazio. Il c. è il momento espressivo di ciò che fondamentalmente è la religione ed implica tanto l'atteggiamento interiore quanto quello esteriore dell'uomo, che insieme constituscono ed esprimono la relazione con Dio.4

II. Il c. nella Scrittura. Nell'AT, il c. cristiano si rifà al c. di Israele. Il popolo ebreo ricevette dal suo contesto culturale un insieme di credenze, di riti e di pratiche religiose che lo avvicinavano ai popoli del Medio Oriente e, allo stesso tempo, incontrò Dio nella sua storia attraverso avvenimenti che sono all'origine della sua costituzione come popolo. E per questo motivo che il suo c., pur conservando forme identiche a quelle dei popoli di quell'epoca, ha un significato totalmente diverso.5
Nel NT, l'oggetto del c. sono Dio e Gesù, il Cristo (cf Gv 5,23; 17,3; Fil 2,10; Rm 14,10 12).6 All'inizio, gli apostoli frequentavano il tempio (cf At 2,46 47; 5,21.42) e le sinagoghe (cf At 3,1), ma presto il c. cristiano si libererà delle forme ebraiche per convertirsi in una creazione originale. I cristiani si radunano (cf At 1,4ss.; 4,23 31) per pregare e celebrare il « c. del Signore » (At 13,2). Negli scritti di Paolo appaiono quattro elementi del c. cristiano primitivo: discorsi in lingue che necessitano di un interprete (cf 1 Cor 14,22 27); profezia o predicazione (cf 1 Cor 14,22); preghiere e cantici (cf 1 Cor 14,15), dei quali si incontrano reminiscenze sparse (cf Ef 5,14; Col 1,6 11; Fil 2,15 20); la frazione del pane (cf At 2,41; 20,7) e la Cena del Signore (cf 1 Cor 11,20ss.).7

III. I luoghi di c. Le case private servono in genere da luogo di incontro (cf Rm 16,5; At 20,7), ma non esiste un luogo consacrato specifico per il c. Di solito, l'incontro avviene di domenica, « giorno del Signore » (Ap 1,10), scelto a motivo della risurrezione di Gesù. Anche se non appare nessun sacerdote con il ministero per animare il c., la lista di funzioni di Rm 12,6 8; Ef 4,11 13; 1 Cor 12,28 (anziani, diaconi, vescovo, presbitero) dedica grande spazio all'insegnamento e all'annuncio della Parola tra gli altri carismi della Chiesa primitiva. Quest'atteggiamento rispetto alle pratiche religiose ebraiche caratterizza gli inizi del c. cristiano.8

IV. C. in spirito e verità. Con Cristo abbiamo un salto qualitativo: egli stesso, con tutta la sua vita, personifica ed esemplifica il c. dovuto al Padre. Cristo non condanna il c. del suo popolo anzi vi partecipa, però esige, da una parte, la purezza del cuore, senza la quale i riti sono vani (cf Mt 23,16 25) e, dall'altra, dichiara il suo scopo, perché nella sua persona si realizzano un nuovo tempio e un nuovo c. (cf Gv 2,14 19).9 Con Gesù si conclude l'epoca profetica della figura e dell'annuncio; termina il c. legato a luoghi particolari e s'inaugura il c. « in spirito e verità » (Gv 4,24).10 Si tratta di un c. che ha come principio vitale lo stesso Spirito Santo. Il c. in spirito e verità è il c. offerto con tutta la propria vita, come lo visse ed esemplificò Cristo stesso. Il c. antico, rituale, esterno, convenzionale è sostituito dal Cristo con un c. reale, personale, offerto con la vita.11 V. Relazione tra c. e mistica. « I fedeli, incorporati nella Chiesa con il battesimo, sono destinati al c. della religione cristiana » (LG 11); « sono in modo mirabile chiamati ed istruiti per produrre in sé sempre più copiosi frutti dello Spirito » (Ibid. 34). Ogni cristiano, singolarmente preso, consacrato con il battesimo, offre quotidianamente a Dio con la santità della sua vita un atto di c., per mezzo del quale entra nella realtà intima della Chiesa, come una pietra in un edificio che è il tempio del Signore, fondato sulla pietra angolare che è Cristo (cf Ef 2,20 22; 1 Pt 2,5).12 Vive la sua incorporazione al Signore, la sua natura ecclesiale e di popolo di Dio, come pure il suo carattere sacerdotale, quando, attraverso la propria santificazione e la ricerca continua della gloria di Dio, consacra se stesso, le proprie cose e il mondo in cui vive a Dio. Allora, il cristiano vive nella invisibile unione con Cristo, capo visibile del suo Corpo sacerdotale, che è la Chiesa Popolo di Dio.13 Difatti, « il c. cristiano non consiste nel compimento esatto di certe cerimonie, ma nella trasformazione dell'esistenza stessa per mezzo della carità divina ».14
Secondo s. Agostino la santità consiste in ogni opera buona fatta per unirsi santamente a Dio, pertanto nello sviluppo delle virtù, nell'adesione a Dio, realizzata attraverso il sacrificio di se stessi, il quale riveste un aspetto fondamentalmente cultuale, giacché nasce dalla consacrazione iniziale attraverso cui si è offerto a Dio.15 È un atto di c. (cf Rm 12,1), o per meglio dire, un sacrificio (cf Rm 15,16; 1 Pt 2,5), perfino una liturgia sacrificale (cf Fil 2,17).16 Il sacrificio dei cristiani consiste, quindi, in una reale, anche se interiore, unione a Cristo fino a formare con lui un solo corpo.17
Il NT si riserva i termini cultuali per indicare la comunità cristiana e la vita della carità, sia dei fedeli che degli apostoli. S. Paolo identifica il c. cristiano con la vita cristiana: « Vi esorto, dunque, fratelli per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro c. spirituale » (Rm 12,1). L'unico sacrificio gradito a Dio è l'offerta della vita nello Spirito Santo (cf Rm 15,15 16).18 Se la vita mistica del cristiano consiste nell'esperienza dell'« unità comunione presenza », cioè dell'intimità ineffabile con Dio unita alla pratica della carità, possiamo affermare che questo sarebbe il modo eccellente di offrire a Dio il c. in spirito e verità, cioè il c. vero; ma, nel cristiano dobbiamo tener presente non solo la sua individualità di figlio di Dio, bensì la sua appartenenza al corpo di Cristo che è la Chiesa. Sia l'aspetto cultuale come quello ecclesiale, che sono connaturali alla santità cristiana, non permangono nello stato di intenzione latente e di realtà interiore, ma sfociano inevitabilmente nella liturgia,19 concretamente nella celebrazione dell'Eucaristia.
In virtù della santità oggettiva (sacramentale) e della conseguente santità morale della sua vita, il cristiano è « sacrificio spirituale » a Dio per mezzo di Cristo e a somiglianza di Cristo, giacché il sacrificio di Cristo fu unico e spirituale, e l'Eucaristia è il sacramento del sacrificio spirituale di Cristo. È nell'Eucaristia che si realizza pienamente il c. spiritule offerto a Dio dai fedeli, giacché in essa si sacramentalizzano quei sentimenti di obbedienza al Padre che, ad imitazione di Cristo, ogni cristiano deve alimentare in se stesso.
Per questo motivo, S. Marsili affermerà: « Nel momento in cui gli uomini, hanno preso coscienza del proprio inserimento in Cristo, realizzano in sé, secondo forme propriamente cultuali (adorazione, lode, rendimento di grazie) esternamente manifestate, quella stessa totalità di servizio a Dio che Cristo rese al Padre, accettando pienamente la sua volontà nell'ascolto costante della sua voce e nella perenne fedeltà alla sua alleanza ».20 Così, possiamo affermare che non esiste mistica cristiana che non sia espressione del c. a Dio Padre in Gesù Cristo per lo Spirito Santo, « in spirito e verità » realizzato in e per la stessa vita di ogni giorno.

Note: 1 Cf J. Chatillon, Devotio, in DSAM III, 702 716; 2 Cf X. Basuorko, El culto en la época del Nuevo Testamento, in Aa.Vv., La celebración en la Iglesia, I, Salamanca 1985, 53; 3 Cf D. Bach, s.v., in Aa.Vv., Diccionario Enciclopédico de la Biblia, Barcelona 1993, 390; 4 Cf A. Bergamini, s.v., in NDL, 333ss.; 5 Cf Ibid.; 6 Cf D. Bach, a.c., 390 392; 7 Cf Ibid., 391.; 8 Ibid., 390; 9 Cf A. Bergamini, a.c., 333ss.; 10 Ibid.; 11 Ibid.; 12 Cf S. Marsili, La Liturgia, momento storico della salvezza, in Aa. Vv., Anámnesis I, Torino 1984, 125; 13 Cf Ibid., 123; 14 A. Vanhoye, Culto antico e culto nuovo nell'Epistola agli Ebrei, in RL 5 (1978), 661; 15 Cf S. Agostino, De Civitate Dei, 10, 6: PL 41, 283ss.; 16 Cf S. Marsili, o.c., 123; 17 Cf Ibid., 124; 18 Cf A. Bergamini, a.c., 333ss.; 19 Cf S. Marsili, o.c., 124; 20 Cf Id., Culto, in DTI I, 651ss.

Bibl. Aa.Vv., Anàmnesis I, Torino 1984; G. Barbaglio, s.v. in NDT, 285 298; A. Carideo, Il culto nuovo di Cristo e dei cristiani come azione sacerdotale. Linee di riflessione dal Nuovo Testamento, in RL 3 (1982), 311 336; L. Cerfaux, Il cristiano nella teologia paolina, Roma 1969; Y. Congar, Il mistero del tempio, Torino 1963; O. Cullmann, La fe y el culto en la Iglesia primitiva, Madrid 1971; E.J. De Smedt, Il sacerdozio dei fedeli, in G. Barauna (cura di), La Chiesa del Vaticano II, Firenze 1965, 453 464; L. Maldonado, Secolarizzazione della liturgia, Roma 1972; S. Marsili, s.v., in DTI I, 651 666; F. Ruiz Salvador, Caminos del Espíritu, Madrid 1978; C. Vagaggini, Il senso teologico della liturgia, Roma 1965.

Autore: F.M. Amenós
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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