Consolazione Spirituale


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I. Il Dio delle consolazioni. E noto il severo ammonimento dei grandi maestri spirituali (specialmente Teresa d'Avila, Giovanni della Croce, Francesco di Sales) ai cristiani perché cerchino il Dio delle consolazioni, non le consolazioni di Dio.
Ma questo non esclude che il Signore stesso conceda ai suoi « amici » delle consolazioni spirituali. Anzi è legittimo attenderle; esse, però, non possono mai essere lo scopo primario della vita spirituale.
La c., cioè quell'emozione che produce un senso di pace e di gioia, rientra benissimo nel quadro generale della stessa purificazione del cuore, cui il vero credente viene abitualmente sottoposto da Dio Amore. Infatti, la c. è il premio di Dio a quell'amore che l'anima sa rendergli quando è provata e purificata.
Amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze comporta la rinuncia a se stessi, ma anche la realizzazione di sé in Dio, quindi implica un certo appagamento dell'essere e una consolazione profonda e sicura.
Il nostro Dio è un Dio di pace e non di afflizione, ricordava l'anziana sr. Genoveffa di Lisieux alla giovane postulante Teresa Martin. E quest'ultima non dimenticò mai tale principio, anche se da parte sua, volendo percorrere solo le vie « ordinarie » della vita cristiana, si disse disposta a rinunciare a ogni dolcezza, pur di cooperare all'opera di salvezza delle anime e all'edificazione della Chiesa.
La c. si colloca nella logica dell'esperienza di Maria di Betania, che sta ai piedi di Gesù e si bea delle parole e ancor più della presenza del Maestro (cf Lc 10,38ss.). Tutta un'estesa corrente teologica del Medioevo si è dedicata all'approfondimento di questa dottrina dello stare « ad pedes Domini » di Maria e non ha tralasciato di intravvedere nell'invito di Gesù ai suoi discepoli: « Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po' » (Mc 6,31), un invito a godere di lui.
La prima forma di c. è sperimentata già da colui che, trovandosi ancora ai piedi del monte della perfezione o essendo appena al primo stadio di « conversione », è tutto ripieno di una gioia nuova. S. Giovanni della Croce fa notare che questo è il metodo pedagogico molto delicato di Dio, che vuole sostenere coloro che desiderano seguirlo e, mentre non intende certo illuderli con false prospettive, non intende neppure scoraggiarli. Se Cristo, infatti, ha detto chiaramente che chi si mette dietro di lui deve rinunciare a tutto, non ha mai ritirato il suo invito: « Imparate da me che sono mite ed umile di cuore e troverete ristoro per le vostre anime » (Mt 11,29).
Dottrina evangelica e tradizione spirituale, quindi, s'incontrano e si spiegano reciprocamente sulla fatica, ma anche sulla consolazione che c'è nel seguire Cristo, dai primi passi stentati di chi abbandona il peccato fino a quelli spediti di chi sale le vette della perfezione. A tale proposito, la c. diventa perfino più necessaria e si fa sempre più specifica e sottile man mano che l'impegno nel servizio di Dio diviene più alto e forte. A ogni grado o, se piace, ad ogni stagione della vita spirituale corrisponde una forma di c.

II. La sostanza di ogni forma di consolazione è un'effusione nuova di doni dello Spirito Santo, che giungono a riempire il cuore del fedele nella misura in cui esso in quel momento è capace. Perciò, la c. è un fatto dinamico, cioè fa crescere la vita, mentre crescono le prove e cresce pure la presenza del Consolator optimus.
Ci sono tempi e modi ordinari e tempi e modi straordinari della c., appunto secondo i « ritmi » della esistenza della singola persona nel suo rapporto con Dio. I doni dello Spirito, cioè, vengono concessi in continuità, ma si « incarnano » in maniera differenziata, sulla base d'un misterioso, ma molto concreto calendario di Dio, il quale si fa presente ora in maniera blanda e non molto evidente, ora invece con un modo e una durata che ricordano maggiormente l'esperienza del giorno di Pentecoste.
La storia dei santi è una dimostrazione non secondaria di questo stile di Dio nel condurre per le vie della grazia le anime e nel trattarle in modo adulto, cioè nel purificarle e insieme nell'usare con loro ogni tenerezza di Sposo.
Alcuni di questi santi hanno meglio di altri non solo sperimentato lo stile del Dio che consola, ma l'hanno saputo descrivere in forma approfondita. Così s. Ignazio di Loyola nei suoi Esercizi Spirituali (n. 316), citando la c. tra le cosiddette « mozioni spirituali », cioè tra i moti o sentimenti che suscita Dio nel cuore (cioè nella parte affettiva) della persona, afferma: « Per c. intendo quel che si verifica nell'anima quando vi si determina una certa mozione interiore, per cui essa viene ad infiammarsi nell'amore del proprio Signore e Creatore; e così nessuna cosa creata sulla faccia della terra essa può più amare per se stessa, ma solo in relazione al Creatore di tutte le cose ».
Il santo nota che tale consolazione è così intensa da portare a manifestazioni affettive (come le lacrime) « che la inducono all'amore del suo Signore ». E una vera crescita d'amore che può assumere ora il risvolto della riconoscenza, ora quello del pentimento, ora quello della partecipazione alla passione di Cristo, ecc. Ovviamente, crescendo nell'amore, la persona si sente appagata e consolata su ciò che più conta, appunto nell'amore a Dio. S. Ignazio non manca di notare che sono tutte e tre le virtù teologali a espandersi e a crescere quando Dio consola; infatti avviene « un aumento di speranza, fede e carità e ogni interiore gioia che stimola e attira alle cose celesti e alla salvezza dell'anima, donandole quiete e pace nel suo Signore e Redentore ».

III. La consolazione è vera se è un momento di crescita. S. Agostino ha ammonito a suo tempo che non tutte le c. sono vere e che si può facilmente pensare che « ciò che diletta fa bene, anche se invece, a volte, nuoce ». Ha lodato molto, comunque, la soavità del pianto concesso da Dio nella preghiera e le autentiche delizie o, meglio, « i diletti della legge di Dio » da contrapporre a quelli della concupiscenza.
« Come è soave il tuo Spirito! » è l'esclamazione che, con le molteplici varianti di linguaggio, Padri, dottori e mistici continuamente riprendono per mostrare che c'è il Dio che prova, ma c'è pure il Dio che consola, che si rende vicino, facendosi presenza quasi palpabile per coloro che cercano solo lui. S. Tommaso ha degli spunti molto significativi in materia di c. In verità, egli non usa propriamente questo termine, bensì quello più generico di dilectatio, ossia di rallegramento o gioia infusa, nel tema espressamente mistico della contemplazione. Nella Summa,1 il Dottore Angelico ricorda che la contemplazione produce una duplice gioia: quella del contemplare stesso la verità e l'amore di Dio; e quella specifica dell'oggetto o tema contemplato. Si è, infatti, pervasi di gioia nell'essere introdotti nella contemplazione e più precisamente nel vedere che Dio ama l'uomo e che lo arricchisce della sua verità e della sua grazia; inoltre, si prova questo o quel particolare gaudio in base a ciò che Dio certamente comunica all'uomo.
Come si vede, secondo una lunga tradizione, la c. si pone, sul piano mistico eo sul piano ascetico, come una crescita d'amore: comporta un sentimento pacificante di gioia e soddisfazione della persona spirituale, che avverte la carità di Dio in modo più vivo e penetrante.
IV. Natura e grazia. Nella c. si ha un intreccio intimo tra la natura e la grazia. Questo fenomeno, sia nella sua sostanza che nei suoi riflessi psicologici, pone in campo vari elementi che interessano il mondo della grazia, ma di una grazia che s'incarna e prende la psiche e anche la corporeità. La c. coinvolge le due facoltà tipiche dell'uomo, l'intelletto e la volontà, per loro natura orientate a ciò che è vero e buono; e da esse si riversa spesso nella stessa sfera fisica, recando una dolce emozione di gioia, di pace, di appagamento. Questo, secondo tutte le esperienze dei santi, ha un valore enorme non ancora abbastanza esplorato dalla psicologia.
Considerata, poi, sotto il profilo ontologico, questa c. si presenta come l'emergere dell'amore di Dio nella persona: una vera fiammata di carità, una più chiara e avvincente visione di ciò che è eterno e di come è grande Dio in tutte le sue manifestazioni. E, insomma, secondo quanto già si è notato in s. Ignazio, « un interiore movimento per cui l'anima si infiamma d'amore per il suo Creatore ».
In sé, la c. non è strettamente legata alla virtù: può essere maggiore o minore, al di là del grado di virtù che la persona possiede, ma è orientata a premiare la virtù e a promuoverla ulteriormente. E certamente, invece, legata alla profonda vita di grazia che il credente vive: senza tale vita, non ci sarà mai vera c. cristiana, al più, un « certo » gusto o piacere per verità e valori - velati pur dal peccato - che vengono colti da chi vive esperienze e penetra alcuni punti della saggezza umana.
La c. è legata, in qualche modo, anche alla devozione, ma non è un frutto assolutamente accertato di essa: cioè, un grande devoto può avere e non avere molte c., mentre un mediocre devoto può riceverne magari di più, per un progetto educativo di Dio, che distribuisce queste grazie con la sua impareggiabile e sapiente libertà. Su tutto ciò è ben chiara la dottrina di maestri qualificati come Teresa di Gesù e Giovanni della Croce.

Note: 1 II II, q. 180.

Bibl. Ch. A. Bernard, Teologia spirituale, Roma 1982; L. Bouyer, Introduzione alla vita spirituale, Roma 1979; C. Gennaro, s.v., in DES I, 616 617; L. Poullier, s.v., in DSAM II, 1617 1634; F. Ruiz Salvador, Caminos del espíritu: compendio de teologia espiritual, Madrid 1978.

Autore: R. Girardello
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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