Consecratio Mundi


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I. La nozione di c. è entrata solennemente nel linguaggio della Chiesa cattolica con il Vaticano II là dove, definendo la funzione sacerdotale del fedele laico, la Lumen Gentium, afferma: « Cosí anche i laici, operando santamente dappertutto come adoratori, consacrano a Dio il mondo » (LG 34).
L'accoglimento della nozione da parte del Concilio non è stata pacifica. Tesi, riserve, cautele si sono confrontate senza poter poggiare su una tradizione consolidata. L'unica testimonianza storica dell'uso dell'espressione è quella individuata da M. D. Chenu nel martirologio romano nell'edizione dei Bollandisti del sec. XVI che, al 25 dicembre, registra la data dell'Incarnazione come quella « della creazione del mondo » in cui « Gesú Cristo (...), volendo consacrare il mondo con la sua misericordiosa venuta (...) nasce da Maria Vergine, fatto uomo ».1 Lo stesso storico della teologia, peraltro, è convinto che l'uso conciliare della nozione di c. non si rifaccia a tale fonte, bensì ad un uso piú recente riferito non all'intero corpo ecclesiale, ma esclusivamente ai laici. Anzi, la c. è assunta, nel suo uso preconciliare, come essenzialmente opera dei laici. Di qui la collocazione della c. nel contesto della LG anche se, come si è osservato, essa poteva essere indicata come il fine della missione della Chiesa e di tutti in essa.2 Ma l'uso conciliare della formula la limita ad una sola delle funzioni del fedele laico: quella sacerdotale e cultuale, mentre per cogliere la natura, la vocazione e la missione del fedele laico il Concilio privilegia la definizione di battezzati cui « è proprio cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio » (LG 31). In qualche modo, pertanto, il Vaticano II accoglie e fa propria la nozione di c., ma la limita rispetto all'uso fattone negli anni precedenti il Concilio in cui per alcuni, pur con cautela, essa era utilizzata per indicare l'opera dei laici in azione apostolica nel mondo.

II. Laicità e consacrazione. Tale convinzione poggiava su un'affermazione autorevole: quella di Pio XII contenuta nel discorso rivolto, il 5 ottobre 1957, ai partecipanti al II Congresso mondiale per l'apostolato dei laici. In tale circostanza Pio XII affermava: « Anche indipendentemente dall'esiguo numero di sacerdoti, le relazioni tra la Chiesa e il mondo esigono l'intervento degli apostoli laici. La c. è essenzialmente opera dei medesimi laici, uomini che sono inseriti intimamente nella vita economica e sociale, che partecipano al governo e alle assemblee legislative ».
L'espressione usata da Pio XII era nuova a livello di magistero pontificio, ma veniva usata nell'ambito dell'Azione Cattolica e, in particolare, in quelle forme di aggregazione laicale, sorte tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, denominate nel 1947 dallo stesso Pio XII « Istituti secolari ». Tali laici, infatti, esprimevano la propria vocazione laicale come coniugazione tra reale laicità e reale consacrazione.
Non è, dunque, casuale che sia stato Lazzati - che da tempo utilizzava l'espressione sia nell'ambito dell'Azione Cattolica, sia in quello degli Istituti secolari - a proporre una riflessione matura sulla c. con un saggio che resta un punto di riferimento per il movimento laicale, a partire dall'affermazione di Pio XII.3 In esso, Lazzati non manca di rilevare l'ambiguità dell'espressione c. che, per il linguaggio religioso corrente, può indicare realtà diverse, ma cogliendola nel contesto di una matura teologia del laicato, conclude che « la c., destinazione e orientamento soprannaturali a Dio che Cristo imprime nel mondo col ministero e nei momenti della Incarnazione, della Pasqua, della Pentecoste, e attraverso l'opera sacerdotale della Chiesa nel suo insieme, si traduce poi nell'attuazione delle attività del mondo secondo le esigenze della natura umana e del suo fine soprannaturale ad opera di uomini dalla grazia sanati ed elevati a tale capacità e che offrono questa attività a Dio con omaggio di sottomissione ed adesione alla sua volontà ».4
Nel clima preconciliare si insiste sull'uso dell'espressione per designare il compito fondamentale dei laici. Tra tali insistenze va registrata quella dell'Arcivescovo di Milano, G.B. Montini,5 che indica ai laici « l'opera ardua e bellissima della c., cioè di impregnare di principi cristiani e di forti virtú naturali e soprannaturali l'immensa sfera del mondo profano ».
Nel corso del dibattito sulla Costituzione sulla Chiesa, un articolo di M. D. Chenu, pur insistendo sul valore dell'espressione, sottolinea l'inopportunità dell'uso per una definizione dottrinale, « a partire dal senso specifico della parola ’consacrazione'. Peserebbe allora, nella congiuntura attuale, dottrinale e pastorale, il grave inconveniente di rendere ambigua tanto la definizione positiva del laico, quanto l'esatta determinazione della relazione tra la Chiesa e il mondo ».6
Cosí il Vaticano II, pur accogliendo l'espressione c. ne limita l'uso e accoglie, invece, la nozione di santificazione del mondo come compito essenziale del laico, perché corrisponde meglio alla sua indole peculiare e alla sua vocazione specifica.
Coloro che nel pre Concilio avevano sostenuto la tesi di una c. caratterizzante la natura, la vocazione, la missione dei laici, accettano la decisione dei Padri conciliari riconoscendo, da un lato, che essi, sostanzialmente, non pensavano a una c. « come momento specifico dell'azione sacerdotale », com'è per la consacrazione in senso piú proprio e tecnico, cosí da essere indotti, come aveva sostenuto Chenu7 « a ridurre l'ambito di tale azione esclusivamente sotto l'autorità della gerarchia e del clero facendolo ricadere in una forma di clericalismo »,8 ma a una realtà configurabile come santificazione del mondo, dunque, pienamente e autonomamente laicale, capace di rispettare la relativa, ma reale autonomia del mondo.
Nel post Concilio l'espressione viene usata relativamente e, per lo piú, con significati fluttuanti e spesso lasciati all'esortazione spirituale: non se ne coglie tutta la densità teologico spirituale. Essa, comunque, viene anche indicata correttamente affermando: « La c. costituisce proprio l'aspetto primario della secolarità (distinguendosi in questo dalle responsabilità proprie dei religiosi e dei chierici) e i laici sono il punto d'intersecazione del mondo delle realtà spirituali e di quello delle realtà temporali: la società religiosa e la società profana. Questa funzione di raccordo si realizza nel cercare il regno di Dio trattando e ordinando le questioni temporali, non solo facendosi portatori dei valori e delle esigenze religiose nelle istituzioni politiche dei singoli Stati e delle organizzazioni internazionali, ma testimoniando personalmente le virtú cristiane nella vita quotidiana ».9

III. Sul piano della mistica, la c. pone maggiori problemi che l'adozione di tale nozione nell'ambito teologico e ascetico. Non si può ignorare, infatti, che il mondo è spesso considerato una realtà che ostacola l'unione mistica con Dio. Vi è, infatti, una convinzione diffusa secondo la quale la mistica appare come una esperienza di Dio, di unione con Dio, che ignora o ha un ostacolo nelle realtà materiali. Per superare tale riduttiva comprensione di mistica, è necessario dare senso di santificazione al termine consacrazione, almeno in questo luogo specifico, poiché « la santità è una dignità eminente, che si contrae nell'interiorità stessa dell'essere mediante una partecipazione alla vita divina ».10 La santificazione suppone, quindi, un'unione con Dio in cui il mondo, anziché essere indifferente od opporsi a tale unione, è il luogo e il mezzo - che per i laici è peculiare e corrispondente alla loro indole - in cui e con cui avvengono l'unione con Dio, la partecipazione alla vita divina che conducono non solo alla santità (= unione con Dio) colui che è impegnato a « cercare il Regno di Dio trattando le realtà temporali secondo Dio » (LG 31), ma ve lo conducono perché egli è all'opera per la santificazione del mondo, senza che né il fedele né il mondo, divenendo santi (= in unione con Dio) mutino la propria realtà di laico e di realtà profana. La c., allora, si configura come l'opera che muove verso la meta che consiste nella presenza di comunione totale di Dio con tutti e con tutto (cf 1 Cor 15,28); tale meta non è ancora pienamente raggiungibile, ma è già presente come fermento della storia e del mondo, poiché Cristo è già ora tutto in tutti e in tutto (cf Col 3,11). Note: 1 M. D. Chenu, I laici e la « Consecratio Mundi », in G. Baraúna (cura di), La Chiesa del Vaticano II, Firenze 1965, 980; 2 Per esempio, il sacerdote consacra a Dio il mondo nel contesto eucaristico: Cf G. Philips, La Chiesa e il suo mistero. Storia, testo e commento della Lumen Gentium, Milano 1967; 3 G. Lazzati, La « Consecratio mundi » essenzialmente opera dei laici, in Studium, 50 (1959), 791 805; Id., L'apostolato dei laici oggi, in Orientamenti pastorali, 9 (1961)1, 124 128; 4 Id. La « consecratio mundi »..., 805; 5 Lettera pastorale alla Chiesa di Milano, in L'Osservatore Romano, 23 marzo 1962; 6 M. D. Chenu, « Consecratio mundi », in NRTh 86 (1964), 618; 7 Ibid., 618; 8 G. Lazzati, I laici nel « De Ecclesia », in Aa.Vv., I laici nella Costituzione sulla Chiesa, Milano 1965; 9 G.B. Varnier, Società religiose, in E. Berti - G. Campanini, Dizionario delle idee politiche, Roma 1993, 842; 10 M. D. Chenu, I laici..., a.c., 982.

Bibl. J. Castellano, s.v., in DES I, 607 610; M. D. Chenu, « Consecratio mundi », in Aa.Vv., La Chiesa nel mondo. I segni dei tempi, Milano 1965, 56 77; Id., I laici e la « Consecratio Mundi », in G. Baraúna (cura di), La Chiesa del Vaticano II, Firenze 1965, 978 993; I. de Finance, Consécration, in DSAM II, 1576 1583; G. Lazzati, La «consecratio mundi» essenzialmente opera dei laici, in Studium, 50 (1959), 791 805; Id., L'apostolato dei laici oggi, in Orientamenti pastorali, 9 (1961)1, 124 128; Id., I laici nel « De Ecclesia », in Aa.Vv., I laici nella Costituzione sulla Chiesa, Milano 1965, 69 90; Id., Laicità e impegno cristiano nelle realtà temporali, Roma 1985; G.B. Montini, Lettera pastorale alla Chiesa di Milano, in L'Osservatore Romano, 23 marzo 1962; G. Philips, La Chiesa e il suo mistero. Storia, testo e commento della Lumen Gentium, II, Milano 1967, 358 365; Pio XII, Discorso al Secondo Congresso mondiale per l'apostolato dei laici, 5 ottobre 1957 [AAS 49 (1957), 927ss.; tr. it. CivCat 108 (1957)4, 185ss.]; P. Rodriguez, Vocación, trabajo, contemplación, Pamplona 1986; G.B. Varnier, Società religiosa, in E. Berti e G. Campanini (cura di), Dizionario delle idee politiche, Roma 1993, 836 845; A. Zarri, Esiste una spiritualità dei laici, in Aa.Vv., Laici sulle vie del Concilio, Assisi (PG) 1966, 102 113.

Autore: A. Oberti
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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