Concupiscenza


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I. Il termine. Significa bramare, cioè desiderare intensamente una realtà piacevole, con una inclinazione affettiva verso di essa. Le ascendenze filosofiche dell'espressione risalgono a Platone nella cui tricotomia la c. ha il terzo posto (epitumía). Aristotele ( 322 a.C.) fa della c. una facoltà dell'appetito sensitivo insieme con l'ira (tumós), distinguendo dall'una e dall'altro la volontà (boúlesis). Secondo l'insegnamento della Chiesa, la c. è qualcosa di naturale (DS 1979ss.), perché la sua realtà di fondo è un dato che appartiene sia all'antropologia cristiana, quanto all'antropologia universale. Questa considera l'uomo come esistente aperto all'infinito, seguendo in ciò il suo desiderio. Contemporaneamente, però, lo considera come esistente, pertanto posto in tensione di fronte « al tutto » perché limitato dalle colpe e spinto in direzioni che non portano all'alterità. Questa tensione e resistenza della finitezza dell'uomo, insieme alla sua tendenza contraria di fronte all'infinito, sono qualcosa di anteriore alla decisione etica dell'uomo e fuori del suo controllo.
S. Tommaso dice che, come nello stato d'innocenza vi erano un elemento formale (la sottomissione della volontà a Dio in virtù della giustizia originale che includeva la grazia) e un elemento materiale (la soggezione degli appetiti inferiori alla ragione in virtù del dono d'integrità), così pure nel peccato vi erano la perdita della giustizia originale con la grazia (elemento formale) e la ribellione della c. (elemento materiale).1

II. Nella Scrittura è presente questa tendenza interna all'uomo, che gli conferisce una determinazione etica negativa, benché questa non sia formalmente peccato: « Non maledirò più il suolo a causa dell'uomo, perché l'istinto del cuore umano è incline al male » (Gn 8,21). Questa tendenza coinvolge non solo il lato corporeo sensitivo della vita umana, ma tutto l'uomo. Pur conservando talvolta il significato neutro di « desiderare fortemente », il NT, ordinariamente, conferisce a questo termine una connotazione morale peggiorativa: « desiderio eccessivo ». La tradizione giudaica conosceva l'« inclinazione cattiva », lo « spirito di perversione » che è nel cuore dell'uomo. Così la c. originale che « non avrei conosciuto - come dice s. Paolo - se la legge non avesse detto Non desiderare » (Rm 7,7) crea un drammatico dissidio interiore nell'uomo. La legge dà all'uomo la coscienza del peccato senza dargli la forza interiore per vincerlo: in tal modo, a causa della c., diventa, di fatto, strumento del peccato. E questa la struttura propria del mondo, in senso giovanneo: « La c. della carne, la c. degli occhi e la superbia della vita » (1 Gv 2,16). La c. trascina le passioni; « le preoccupazioni del mondo e l'inganno della ricchezza e tutte le altre bramosie » (Mc 4,19) schiavizzano la vita, ma la brama è insaziabile.

III. Nella vita cristiana. In quanto contrapposta alla situazione esistenziale soprannaturale dell'uomo, la c. rappresenta una deficienza nella capacità decisionale stabilita per l'uomo da Dio (K. Rahner). Per questo fatto non solo è conseguenza del peccato, ma anche stimolo ad esso. Tale stimolo non può essere superato se non nella morte alla c., nella rinuncia, passaggio obbligato per tendere alla perfezione mistica in Dio. Sulle orme di Gesù, il cristiano deve prendere e portare la propria croce (cf Mt 10,38 e par.) per proclamare la propria morte al mondo malvagio (cf Rm 6,6; Gal 2,19) e farne il suo più grande titolo di gloria (cf Gv 12,26) perché, dice il Signore, « il mio giogo è dolce e il mio carico leggero » (Mt 12,29). In ciò si realizza l'unificazione di tutti i desideri: « Di Dio ha sete l'anima, a Dio anela la carne umana, come terra deserta, arida senza acqua » (Sal 62,2). La Chiesa ha sete del suo Salvatore, bramando di dissetarsi alla fonte dell'acqua viva che zampilla per la vita eterna. E questa la più alta aspirazione di Gesù: « Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi » (Lc 22,15): a tale meta tende ogni cristiano nel cammino che lo porta alla piena maturità, ove campeggia la signoria di Dio in lui e di lui su se stesso e ciò che lo allontana dal suo Dio e Signore.

Note: 1 STh I II, q. 82, a. 3.

Bibl. Ch. Baumgartner - R. Biot, s.v., in DSAM II, 1334 1373; M. Belda Plans, s.v., in DES I, 590 594; B. Bossuet, Traité de la concupiscence, Paris 1930; A.M. Dubarle, Il peccato originale. Prospettive teologiche, Bologna l984; M. Flick Z. Alszeghy, Il peccato originale, Brescia 19742; W. Pannenberg, Antropologia in prospettiva teologica, Brescia l987; K. Rahner, Il concetto teologico di concupiscenza, in Id., Saggi di antropologia soprannaturale, Roma 1965, 281 338.

Autore: A. Marra
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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