Miracolo


Non è raro che dei cristiani Considerino come superata la nozione stessa di miracolo e Che viceversa, altri si mostrino ghiotti di falsi prodigi. Questi eccessi opposti hanno una fonte comune, alimentata da una certa apologetica per lungo tempo in vigore: nei miracoli non si vedeva Che una sfida alle leggi naturali, dimenticando la loro funzione di segni «adatti all‘intelligenza di tutti». La Bibbia riconosce dovunque la mano di Dio che manifesta ai suoi la sua potenza ed il suo amore. L‘universo creato, Con il suo ordine fisso (Ger 31, 36 s), è «prodigio» (Sal 89, 6) e «segno» (Sai 65, 9), al pari degli interventi inconsueti di Dio nella storia; e questi, a loro volta, sono creazione rinnovata (Num 16, 30; Is 65, 18), anche se lo storico odierno li ritiene ordinari e suscettibili di spiegazione. Ignorando le distinzioni moderne fra azioni «provvidenziali», cause naturali eccezionalmente convergenti, azione divina Che si sostituisce al gioco degli agenti naturali o «cause seconde», la Bibbia concentra lo sguardo del fedele sull‘elemento essenziale, comune a tutte le nostre categorie: il significato religioso dei fatti. Così, con gli occhi della fede, S. Agostino riconosce, sia nella raccolta di una messe che nella moltiplicazione dei pani, il segno dell‘amore e del potere divini; se li distingue, è soltanto a motivo dell‘abitudine o dello stupore dei loro rispettivi beneficiari. In questa prospettiva il particolare non ha l‘importanza che noi siamo portati a conferirgli: Così il fico sterile è seccato «all‘istante» (Mt 21, 19) od in seguito (Mc 11, 20)? Non ha importanza: conta soltanto la lezione che l‘atto simbolico nasconde.

I. IL MIRACOLO NEL VT

1. I fatti. - Scartato il meraviglioso fittizio di taluni libri o sezioni di libri, dipendente dal genere didattico (Giona, Tob, cornice drammatica di Giob, haggadà di Dan 1-6, abbellimenti edificanti di 2 Mac ecc.), nonché i due prodigi segnalati nella storia di Isaia (Is 37, 36 s; 38, 7 s), i miracoli appaiono numerosi soltanto in due momenti fondamentali della storia sacra: con Mosè ed il suo successore Giosuè, al momento della fondazione e della installazione del popolo di Dio; con Elia ed il suo discepolo Eliseo, restauratori dell‘alleanza mosaica. La storicità sostanziale dei cicli di Elia e di Eliseo ammette amplificazioni popolari (ad es. 2 Re 1, 9-16) che, da un ciclo all‘altro, acquistano in estensione e perdono sovente in qualità religiosa (ad es. 2 Re 2, 23 s; 6, 1-7). Questa stessa storicità sussiste ancora attraverso l‘amplificazione, certamente più estesa, Che nel corso delle età hanno subito le tradizioni delle dieci piaghe d‘Egitto od i miracoli del deserto e della Conquista di Canaan. Coloro Che le misero per iscritto, servendosi dei generi letterari ai quali i lettori del loro tempo erano abituati, Così facendo hanno compilato tradizioni, sfruttato liberamente i racconti; ma non hanno mai perso di vista il loro scopo religioso: far vedere la presenza protettrice del Dio onnipotente (Gios 24,17) all‘alba della storia del popolo eletto. Perciò, attraverso il modo epico che le caratterizza, queste tradizioni rimangono fondamentali: riferiscono la nascita di Israele, prodigio per eccellenza, solo degno, con la creazione (Is 65, 17), di essere paragonato alla novità escatologica (Is 43, 16-21). 2. Il miracolo, segno divino efficace. a) Nei miracoli il VT fa vedere delle rivelazioni di Dio e dei segni efficaci della sua salvezza. I termini Che li designano indicano questa funzione: sono «segni» (ebr. ótot, gr. semèia, ad es. Es 10, 1), «segni e prodigi simbolici» (ebr. mdftim, gr. térata, ad es. Deut 7,19). Ora, l‘uso di questi termini trascende quello di miracolo, manifestando bene la dimensione di segno o di simbolo Che ogni prodigio religioso implica. Così la persona del profeta può essere un segno, perché la sua esistenza simboleggia la parola di Dio che agisce attraverso i suoi rappresentanti (Is 8,18; 20,3; Ez 12,6.11; 24, 24.27). I segni miracolosi apportano il loro appoggio a questa parola, perché rivelano in atti Concreti la salvezza proclamata dagli araldi di Dio, e perché li accreditano Come autentici messaggeri del Signore (Es 4,1-5; 1 Re 18, 36 ss; Is 38, 7 s; Ger 44, 29 s). Questa subordinazione del miracolo alla parola distingue i veri miracoli dai raggiri compiuti dai maghi e dai falsi profeti (Es 7, 12 ...). Il valore del messaggio, manifestato specialmente dalla preghiera del taumaturgo (1 Re 18, 27 s. 36 s), è il segno primario, che decide della realtà del miracolo (Deut 13, 2-6); questo non appoggia la parola se non dopo essere stato giudicato per mezzo di essa. b) Tra tutti i segni, i miracoli si distinguono per la loro efficacia ed il loro carattere straordinario. Da una parte essi realizzano abitualmente Ciò Che significano: tale è il Caso del primo esodo, cumulo di prodigi mediante i quali Dio libera il suo popolo, o del nuovo esodo, Che manifesta l‘efficacia della sua parola (Is 55, 11; cfr. v. 13). Dall‘altra parte queste opere (Sai 77, 13; 145,4) nonostante i fatti naturali che possono implicare (pioggia, siccità...), superano per lo più ciò Che l‘uomo è uso a vedere nell‘universo e ciò Che egli stesso può compiere. Perciò il miracolo è un segno particolarmente rivelatore della potenza di Dio; lo si Chiama una prodezza (Es 15, 11), una grande azione (gebtlrah, Sai 106, 2), una grande cosa (Sai 106, 21), una cosa terribile (Es 34, 10), e soprattutto un prodigio (pele ‘, Es 15, 11; nifla ‘, Sal 106, 7). Quest‘ultimo vocabolo designa realizzazioni «impossibili» all‘uomo - come traducono talvolta i LXX -, accessibili a Dio solo (Sai 86, 10), che per loro mezzo manifesta la sua gloria (Es 15, 1.7; 16,7; Num 14,22; Lev 10, 3), riflesso della sua santità (Es 15,11; Sal 77, 14; Lev 10, 3), cioè della sua trascendenza. c) Ma la potenza divina non schiaccia Che i peccatori (Deut 7, 17-20; Mi 7, 15 ss); per il popolo delle promesse (Deut 4, 37), i suoi prodigi sono benefici, anche quando provano ed umiliano (8, 16), perché «Jahve è amore in tutte le sue opere» (Sai 145,9). In definitiva quindi i miracoli sono i segni efficaci ed i doni gratuiti (Deut 6,10 ss; Gios 24, 11 ss) dell‘amore di Jahve (Sai 106, 7; 107, 8). Soltanto Gesù rivelerà pienamente l‘universalità di questo amore salvifico. Lo farà sia sottolineando la portata profetica dei miracoli Che egli stesso accorda ai pagani (Mt 8, 11 ss), sia spiegando la portata dei miracoli Compiuti anticamente da Elia ed Eliseo per una donna di Sidone e per un siro (Lc 4, 25 ss). 3. Il miracolo nel suo rapporto con la fede. - Oltre lo stupore Che essi suscitano, i miracoli mirano a provocare ed a confermare la fede ed i sentimenti concomitanti: fiducia, ringraziamento e memoria (ad es. Sal 105, 5), umiltà, obbedienza, timor di Dio, speranza. Accecano Coloro Che, come il faraone (Es 7, 13 ...), non attendono nulla da un Dio ignoto. Ma colui che già Conosce Dio e fa affidamento soltanto su di lui, vi scopre l‘opera potente dell‘amore divino ed un suggello sulla missione dell‘inviato di Dio; allora, con uno stesso movimento, egli crede alla sua parola, crede in Dio stesso (Num 14, 11)- - Di questa fede Israele ammira la grandezza in Abramo, che con essa ottenne la nascita umanamente impossibile di un erede (Gen 15,6; Rom 4,18-22). Questa fede è alla base delle retrospettive del Deut, dei profeti (ad es. Is 63, 7-14), dei salmisti (ad es. Sal 77; 105-107), dei sapienti (ad es. Sap 10 - 19), mostrando nei miracoli del tempo del fidanzamento il pegno di nuovi benefici e facendo valere la loro portata educativa (ad es. Deut 8, 3; Sap 16, 21). Appunto la fede Jahve alimenta istituendo feste Come «memoriale delle sue meraviglie» (Sai 111, 4). Proprio essa anima Isaia, quando soltanto un miracolo può salvare Giuda (Is 37, 34 s), e Maria, quando le è annunziata la concezione miracolosa (Lc 1, 45). Proprio essa, invece, è mancata all‘Israele del deserto (Sai 78,32), quando, reagendo carnalmente alla prova che Dio gli imponeva (Deut 8, 2; ecc.), «provò» a sua volta Jahve (Es 17,2; Sal 95, 9), esigendo miracoli con arroganza; proprio essa mancò ad Acaz, più sicuro delle sue alleanze che del Dio dei miracoli (Is 7, 12), ed a Zaccaria lo scettico (LC 1, 18 ss). In tutti questi atteggiamenti è dimenticata la padronanza di Dio sull‘uomo, la sua potenza ed il suo amore gratuito sono disconosciuti, la sua parola è messa in dubbio: il miracolo non e stato veramente accolto come dono né scorto come segno.

II. NELLA VITA DI GESÙ

1. I fatti. - «Rinnova i prodigi e compi altri miracoli!», implorava Ben Sira (Eccli 36, 5), esprimendo l‘aspirazione di tutto Israele dopo l‘esilio, deluso da un ritorno meno brillante del nuovo esodo annunziato. Gesù viene a soddisfare quest‘attesa, pur scoraggiando il gusto del sensazionale e della rivincita che essa implicava. Al contrario dei racconti dell‘esodo, quelli evangelici risalgono ai primi testimoni e sono molto sobri. Per ciò stesso, come per la loro natura, per la mancanza di sforzo da parte di Gesù (mancanza Compatibile con l‘uso pedagogico di formule, toccamenti, unzioni, procedimenti per tappe [MC 8, 23 ss], che costituiscono l‘azione simbolica), per una intenzionalità religiosa ed un ateggiamento di preghiera (esplicita [Gv 11, 41 s] o suggerita [Mc 6, 41; 7, 34; 9, 9; 11, 24]) che esclude ogni magia, per la difficoltà di spiegare senza di essi la fede della Chiesa, per il loro inserimento nella trama del vangelo, i miracoli che questo riferisce si distinguono radicalmente dai prodigi inventati dai vangeli apocrifi, nonché da quelli che la leggenda attribuisce a rabbini, a dèi (ad es. Esculapio) od a sapienti pagani (ad es. Apollonio di Tiana), contemporanei delle origini cristiane. Ogni Confronto oggettivo fa risaltare il valore storico e religioso dei nostri testi. Gesù ha «fatto segno» al suo popolo mediante fatti reali e realmente straordinari. 2. Segni efficaci della salvezza. a) Con i suoi miracoli Gesù manifesta che il regno messianico annunziato dai profeti è giunto nella sua persona (Mt 11, 4 s); attira l‘attenzione su di sé e sulla buona novella del regno che egli incarna; suscita un‘ammirazione ed un timore religioso che inducono gli uomini a chiedersi chi egli sia (Mt 8,27; 9,8; Lc 5, 8 ss). Con essi Gesù attesta sempre la sua missione e la sua dignità, si tratti del suo potere di rimettere i peccati (Mc 2, 5-12 par.), o della sua autorità sul sabato (Mc 3, 4 s par.; Lc 13, 15 s; 14, 3 ss), della sua messianità regale (Mi 14,33; Gv 1,49), del suo invio da parte del Padre (Gv 10, 36), della potenza della fede in lui (Mt 8, 10-13; 15, 28 par.), con la riserva Che impone la speranza giudaica di un messia temporale e nazionale (MC 1, 44; 5,43; 7, 36; 8, 26). Già in questo essi sono segni, come dirà S. Giovanni. Se provano la messianità e la divinità di Gesù, lo fanno indirettamente, attestando Che egli è veramente ciò Che pretende di essere. Perciò non devono essere isolati dalla sua parola: vanno di pari passo Con l‘evangelizzazione dei poveri (Mt 11, 5 par.). I titoli che Gesù dà a sé, i poteri che rivendica, la salvezza che predica, le rinunzie Che esige, ecco ciò di cui i miracoli fanno vedere l‘autenticità divina, a chi non rigetta a priori la verità del messaggio (Is 16,31). In tal modo questo è superiore ai miracoli, Come lascia capire la frase su Giona secondo Lc 11, 29-32. Esso si impone come il segno primario e solo necessario (Gv 20,29), per la ineguagliabile autorità personale del suo araldo (Mi 7, 29) e per la sua qualità interna, costituita dal fatto che, realizzando la rivelazione anteriore (Lc 16, 31; Gv 5, 46 s), corrisponde negli uditori all‘appello dello Spirito (Gv 14,17.26); proprio esso, prima di essere confermato ed illustrato dai miracoli, li dovrà distinguere dai falsi segni (Mc 13, 22 s; Mi 7, 22; cfr. 2 Tess 2, 9; Apoc 13, 13). Qui, come in Deut, «i miracoli díscernono la dottrina, e la dottrina discerne i miracoli» (Pascal). b) I miracoli non apportane la loro attestazione dall‘esterno, come segni arbitrari ed ostentatori: realizzano in modo incoativo Ciò Che significano, apportano il segno della salvezza messianica che avrà il suo termine nel regno escatologico; perciò i sinottici li chiamano potenze (dynàmeis: cfr. Mi 11, 20-23; 13, 54. 58; 14, 2). Con essi di fatto Gesù, mosso dalla sua pietà umana (Lc 7, 13; Mt 20, 34; Mc 1, 41), ma più ancora dalla sua coscienza di essere il servo promesso (Mt 8, 17), fa effettivamente indietreggiare la malattia, la morte, l‘ostilità della natura Contro l‘uomo, in breve tutto il disordine che ha la sua causa più o meno prossima nel peccato (Gen 3, 16-19; cfr. Mc 2, 5; Lc 13, 3 b e LC 13, 2-3 a; Gv 9, 3), e che serve al dominio del demonio sul mondo (Mt 13,25; Ebr 2, 14 s). Perciò rifiuta di compiere per Satana (4, 2-7), per i maldisposti (12, 38 ss; 16, 1-4), per i gelosi (Lc 4, 23), per i frivoli (23, 8 s), delle prodezze gratuite che non avrebbero efficacia salvifica, ed è significativo che prodigi Cosmici - dipendenti del resto, a quanto pare, più dalle immagini profetiche che dalla storia (Atti 2, 19 s) - non siano segnalati che al momento in cui, sfidato a salvare se stesso mediante un miratolo, egli muore per salvare tutti gli altri (Mt 27, 39-54; cfr. 1 Cor 1, 22 ss). I prodigi Che sembra promettere in Mt 17, 20 par., non sono Che immagine della potenza della fede. Acquista così tutto il suo senso il nesso frequentissimo tra guarigioni ed esorcismi (Mt 8, 16; ecc.). La liberazione degli indemoniati è un caso privilegiato di questa vittoria del «più forte» (Le 11, 22) su Satana, Che tutti i miracoli realizzano a modo loro. Essa mette Gesù direttamente alle prese con l‘avversario, in un duello Che, incominciato nel deserto (Mt 4, 1- 11 par.), avrà il suo episodio decisivo sulla croce (Lc 4, 13; 22, 3. 53) e non terminerà che nel giudizio universale (Apoc 20, 10), ma in Cui è già evidente la sconfitta diabolica (Mt 8, 29; Lc 10, 18). L‘esorcismo è il segno efficace per eccellenza della venuta del regno (Mt 12, 28)- 3. Il miracolo e le fede. a) La buona novella del regno, Che Gesù predica e rivela presente nella sua persona, dev ?essere accolta Con la conversione e ta fede (Mc 1, 15), che i miracoli e gli esorcismi di Gesù hanno quindi il compito di produrre. Alla loro vista Corozain e Cafarnao avrebbero dovuto convertirsi e credere (Mt 11, 20-24 par.). Giovanni vi insiste distinguendo diversi gradi di fede (Gv 2, 11; 11, 15; 20, 30 s): al di là dei fragili entusiasmi (2, 23 ss; 4, 48) e delle adesioni interessate (6, 26), i «segni» portano normalmente a riconoscere Gesù Come inviato di Dio (3, 2; 9, 16; 10, 36), profeta (4, 19), Cristo (7, 31), figlio dell‘uomo (9, 35- 38). Fondarsi troppo su di essi per Credere, è segno di fede imperfetta (10, 38; 14, 11): la parola di Gesù, di una veracità garantita dal disinteresse Che deriva dal suo spirito finale (7, 16 ss; 12, 49 s), dovrebbe bastare, Come bastò ai Samaritani (4, 41 s) ed all‘ufficiale regio (4, 50), come dovrà bastare a Coloro Che Crederanno alla parola senza aver toccato il risorto (20, 29). Ragione di più perché coloro che hanno «visto» i suoi miracoli (6, 36; 7, 3; 15, 24) e rifiutato di credere (7, 5; 12, 37) siano inescusabili (9, 41; 15,24). b) Se molti rigettano la «testimonianza» (Gv 5, 36) dei miracoli, lo fanno perché accecati (9, 39; 12, 40) dall‘ottusità spirituale (6, 15. 26), o dall‘orgoglio legalista (5, 16; 7, 49. 52; 9, 16), dalla gelosia (12, 11), dalla falsa prudenza (11, 47 s). Non hanno quelle disposizioni di abbandono e di apertura a Dio Che costituiscono nei sinottici la fede antecedente il miracolo (Mc 5, 36; 9, 23; 10, 52; ecc.), e senza le quali Gesù è Come impotente (Mt 13, 58). Come sarebbero capaci di interpretare i «segni dei tempi» (Mt 16,3) quegli uomini che, Come Israele nel deserto e poco dianzi Satana (4, 3-7), non reclamano segni che «per mettere Gesù alla prova» (16, 1), e preferiscono attribuire i suoi esorcismi al demonio piuttosto che riconoscergli una potenza soprannaturale (Mc 3, 22. 29 s par.)? Per i Cuori induriti e chiusi alla parola i segni che l‘appoggiano sono indecifrabili. Questa generazione non avrà altro segno Che quello di Giona (Mt 12,39 s): Gesù prende appuntamento con i suoi avversari per il giorno della sua risurrezione, cioè del segno più splendido, ma anche il più facilmente contestabile da parte degli amatori di evidenza, poiché i segni per appurarlo sono soltanto indiretti (sepolcro vuoto, appari zione a qualche persona: cfr. Mt 28, 13 ss; Lc 24, 11). Ciò che sarà per la fede l‘appoggio supremo dev ?essere prima la prova suprema.

III. NELLA CHIESA

1. I fatti. - Questo segno della risurrezione, vertice del nuovo esodo (Gv 13, 1), dà alla Chiesa che ne nasce la chiave della storia antecedente, ed inaugura una nuova serie di segni che devono Condurre gli uomini alla fede che esso fonda ed annunziare la risurrezione dei morti, pienezza della salvezza Che procura (1 Cor 15,20-28; Rom 4,25). 2. Illuminazione pasquale del vangelo. a) La risurrezione scopre alla Chiesa, che accorda loro un grande posto nel suo kèrygma e nella sua catechesi, il pieno senso dei segni antecedenti. Secondo il kèrygma, essi «accreditavano» Gesù (Atti 2, 22) e manifestavano la sua bontà (10,38): temi che i sinottici sviluppano, attestando il progresso della riflessione della Chiesa, ciascuno nella sua linea propria. Nel triplice racconto del fanciullo epilettico si sono scoperte, ad esempio, intenzioni diverse: Lc 9, 37-43 racconta soprattutto un prodigio di bontà; Mt 17, 14-21 si interessa alla trascendenza di Gesù ed alla parte che i discepoli ricevono della sua potenza; Mc 9, 14-29 esalta il trionfo del padrone della vita su Satana, nella cornice di un dramma Che abbozza già il simbolismo giovanneo. E vi sono casi ancora più netti della nuova profondità che ricevono in tal modo gli episodi, alla luce di Pasqua: nell‘intenzione degli autori bisogna certamente Comprendere nel suo senso più ricco la confessione di filiazione divina alla quale portano i miracoli (Mt 14, 33; 27, 54), e Contemplare l‘abbozzo di realtà ecclesiali in taluni di essi, ad es. l‘eucaristia nella moltiplicazione dei pani, l‘apostolato nella pesca miracolosa (LC 5, 1-11). b) Giovanni va ancora più lontano. Suggerisce Che i «segni», realizzando l‘antico esodo (Num 14,22) ed anticipando «l‘ora» del nuovo, manifestavano già qualcosa della «gloria» (Gv 2, 11; 11, 40) Che si è rivelata al momento della «elevazione» di Gesù (3, 14 s; 12, 32; cfr. 17, 5) e Che è lo splendore della potenza salvifica che emana dal Verbo incarnato (1, 14). Ognuno di essi, collegato ad un discorso, mette in rilievo un aspetto di questa potenza, Che purifica, perdona, vivifica, illumina, risuscita (2, 6; 5, 14; 6,35; 9,5; 11,25); parecchi simboleggiano anche i sacramenti (battesimo, eucaristia...) Che distribuiscono gli effetti di questa potenza nella Chiesa, superando i segni antichi come la manna (6, 32. 49 s). Più ancora, i miracoli sono opere che il Padre dà da realizzare al Figlio (5, 36) per manifestare l‘intima unità del Figlio e del Padre (5,17; 10, 37 s; 14, 9 s). Contemplare i segni efficaci della vita scaturita (19, 34) dal fianco di Cristo «elevato» Come il segno supremo (12, 33; cfr. 3, 14 = Num 21, 8: semèion), significa credere che Gesù è Cristo, il Figlio di Dio che agisce nella Chiesa, e avere la vita in suo nome (20, 30 s); significa contemplare la gioia comune del Padre e del Figlio (11, 4) e mettersi così a livello delle relazioni trinitarie. 3. Il tempo dello .Spirito. a) Poiché Gesù è «con essi» (Mt 28,20), non c‘è da meravigliarsi che gli apostoli, dopo i diversi miracoli della Pentecoste, rinnovino i suoi atti salvifici (Atti 3, 1-10); del resto egli aveva loro promesso questo potere, quasi istituzionale (Mc 16, 17 s), e li aveva esercitati nel suo uso (Mt 10, 8). Le dynàmeis (Paolo) che essi operano manifestano concretamente la potenza salvifica (dynamis) di Gesù risorto (Atti 3, 6. 12.16; cfr. Rom 1, 4), e portano gli uomini alla fede accreditando gli araldi della parola evangelica (Mc 16, 20; 1 Cor 2, 4). Qui si afferma il legame necessario dei miracoli Con la parola, ed il duplice aspetto della loro finalità, apologetica e salvifica. Qui si rivela la gerarchia dei segni: la qualità di testimoni oculari (Ebr 2, 3 s), la costanza (2 Cor 12, 12), la sicurezza ed il disinteresse (1 Tess 2, 2-12) dei missionari vanno di pari passo Con «i segni ed i prodigi», e distinguono dai falsi profeti gli autentici messaggeri di Dio (Atti 8, 9-24; 13, 4-12); tutto è prodotto dalla forza dello Spirito Santo (1 Tess 1, 5; 1 Cor 2, 4; Rom 15, 19). b) All‘inizio della Chiesa, lo Spirito accordava pure miracoli alla preghiera fiduciosa (cfr. Mt 21, 21 s; Giac 5, 16 ss) di taluni fedeli: carisma meraviglioso (Gv 14, 12), ma ordinato ai doni superiori di insegnamento (1 Cor 12, 28 s), e in definitiva alla carità, meraviglia suprema della vita cristiana (13, 2). Questo dono coesisteva Con i sacramenti, che avevano in parte la stessa funzione (cfr. MC 6, 13; Giac 5, 13 ss), ma la cui efficacia spirituale lasciava posto a segni che orientavano più direttamente lo spirito verso la risurrezione e la restaurazione completa della creazione (Rom 8, 19-24; Apoc 21,4). Così è ancora oggi. Certamente il mondo, per essere indotto a credere, ha ormai il miracolo morale multiforme della Chiesa, visto soprattutto nello splendore dei suoi santi, la cui carità eroica ed unificante è il segno più sicuro della presenza divina (Gv 13,35; 17, 21). Ma anche miracoli fisici, non meno Che nel VT e nel NT, continuano ad indirizzare i nostri sguardi verso la parola ed il regno definitivo, a suscitare la prima Conversione e le ri-conversioni (Mt 18, 3), a tradurre l‘amore divino in atti viventi. Oggi come ieri, questo linguaggio resta incompreso dallo spirito orgoglioso od areligioso; ma lo percepisce colui che, sapendo che «nulla è impossibile a Dio» (Gen 18, 14 = LC 1, 37), si apre alle esigenze della fede e dell‘amore, quando il contesto religioso del fatto indica Dio Che «ha fatto segno».


Autore: P. Grelot
Fonte: Dizionario teologico biblico
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