Clemente di Roma (Santo)


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I. Cenni biografici. Sappiamo poco della vita di Clemente Romano. Ireneo lo indica come terzo successore di Pietro ed Eusebio ( 339 ca.) come autore di una lettera ai Corinti.1 Null'altro, se non delle false attribuzioni di una serie di altri scritti, tra cui le Clementine. Inoltre, è falsa anche la notizia dell'appartenenza alla casa imperiale dei Flavi, di essere quel Tito Flavio Clemente, console, messo a morte nel 95 96, perché cristiano. Il suo martirio, narrato in una Passione tardiva del sec. IV, sarebbe avvenuto in una città del Chersoneso, condannato ad essere gettato in mare, con un'ancora appesa al collo. La tradizione racconta che i suoi resti sarebbero stati portati a Roma e sepolti nella basilica di S. Clemente al Celio, della cui esistenza anche Girolamo dà notizia. Perfino la data del suo pontificato è controversa, anche se Eusebio la fissa tra il dodicesimo anno dell'impero di Domiziano ( 96) e il terzo di quello di Traiano ( 117), quindi tra il 92 e l'anno 101, presumibilmente anno della sua morte. La tradizione lo ritiene di origine giudaica, (la prima parte della Lettera - c. 4 39 - è tutta disseminata di richiami veterotestamentari), inculturato all'ellenismo, discepolo di Pietro e di Paolo. Origene ed Eusebio lo identificano con il Clemente, collaboratore di Paolo (cf Fil 4,3), quindi a buon diritto il primo Padre apostolico.

II. B Opere e dottrina. La Lettera ai Corinti è la prima opera della letteratura cristiana, contemporanea agli scritti neo testamentari, quando ad Efeso viveva ancora l'apostolo Giovanni.
L'occasione della lettera è attuale: la comunità di Roma invia questo scritto, frutto dell'attività pastorale di C., alla comunità di Corinto, viva ma profondamente divisa da fazioni interne, quella stessa comunità a cui, anni prima, Paolo aveva indirizzata la famosa « lettera delle lacrime ». Anche al tempo di C., la Chiesa di Corinto non sembra aver perso la sua problematicità. Questa volta si tratta di una controversia generazionale: i giovani mal sopportano l'autorità degli anziani e li contestano, arrivando a deporre gli stessi presbiteri. Il vescovo di Roma sente di dover intervenire: e con il suo intervento fonda quella modalità di servizio della sede di Pietro di avocare a sé le questioni dottrinali e disciplinari delle diverse comunità cristiane e che troverà in Agostino una sintesi magistrale: « Roma locuta, causa finita est ». La lettera, redatta tra il 96 98, allorché s'era appena attenuata la persecuzione di Domiziano, non menziona mai il nome di C., anche se fin dall'antichità egli ne è stato considerato unanimemente l'autore. La lettera si presenta con una struttura organica: un'introduzione, una parte più generale a carattere parenetico dottrinale, una parte più specifica con l'intento di comporre il dissidio in corso, una parte finale, con una stupenda preghiera di grande respiro liturgico. La lettera presenta l'autore come un uomo ben conscio delle sue responsabilità pastorali (siamo nella stessa arena, dice al c. 7,1), sinceramente sollecito dell'unità della comunità cristiana, dalla dottrina salda ed equilibrata, con una spiritualità essenziale, ma ricca.
L'introduzione narra la storia dei Corinti: storia di una elezione da parte di Dio, che ha scritto i suoi comandamenti « nella larghezza dei loro cuori » (c. 2,8). Essi hanno corrisposto a questa chiamata con generosità: nella meditazione della Parola di Dio, conservata nel profondo dell'anima e nella meditazione delle sofferenze della croce, sempre davanti agli occhi (c. 2,1), questi santi, « colmi di volontà santa nel sano desiderio e di pietà fiduciosa », hanno teso le mani verso Dio onnipotente: il frutto che ne è scaturito è la « pace profonda e splendida ».
La disubbidienza alla volontà di Dio ha fatto sì che la comunità si dividesse in discordie, liti, calunnie, ingiustizie. Di qui l'appello accorato al pentimento per ristabilire la concordia e l'umiltà ubbidiente per la mediazione del Cristo.
Cristo mediatore è, infatti, il cardine della teologia e della spiritualità clementine: « protettore e soccorso della nostra debolezza » (c. 61,3) e « splendore della maestà di Dio » (c. 36,2) a un tempo, egli chiama a raccolta l'ekklesia di Corinto, sceglie, così come dice nel c. 62,1, per volontà del Padre e per opera dello Spirito, dando vita a quell'ordine cristocentrico, prefigurato fin dall'antichità, la disubbidienza la quale conduce alla morte. L'umiltà è il filo conduttore della lettera: vivere l'umiltà è aprirsi al mistero di Dio, fissare lo sguardo sul Padre (c. 19), ammirando i doni elargiti a piene mani dalla misericordia, dalla volontà previdente e dalla sua clemenza. Il Padre misericordioso e benefico, ribadisce Clemente, e pieno di amore per coloro che lo temono, elargisce le sue grazie, con dolcezza e soavità. Molte sono le porte aperte, ma solo questa santa porta è quella di Cristo (c. 48), ammonisce C.: Cristo si fa Maestro agli umili, a cui soprattutto appartiene (c. 14), per farci gustare la gnosi immortale (c. 36,1), dove il termine gnosi è adoperato con il senso di vera conoscenza delle cose di Dio, e che addita il cammino cristiano come un passaggio, operato dal Salvatore, dalle tenebre dell'ignoranza alla luce della conoscenza del nome glorioso di Gesù. « Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore! » esclama C. nella preghiera che chiude la lettera (c. 59,1). Questa è la parte più propriamente mistica della lettera che riflette il c. 36 dove, dopo aver spiegato che Cristo è il sommo sacerdote della nostra debolezza e della nostra offerta, aggiunge: « Per lui (il Cristo) noi leviamo i nostri sguardi verso le altezze dei cieli, per lui noi riflettiamo come in uno specchio il suo volto senza difetti e sublime; per lui si sono aperti gli occhi del nostro cuore; per lui la nostra intelligenza, incapace e oscurata, rifiorisce, rivolta verso la sua luce; per lui, il Maestro ha voluto farci gustare la ’gnosi immortale' » (c. 36,2). Ma c'è ancora un'altra dimensione che il vescovo di Roma addita come disposizione del cristiano per aprirsi alla luce di Dio: gli esempi della carità fraterna, tratti dalla vita quotidiana e da quella Scrittura che i Corinti conoscono bene, sembrano sintetizzarsi nel rispetto dell'ordine con cui è stato creato il mondo: « Ognuno dia grazie a Dio stando al proprio posto » (c. 41). L'obbedienza all'ordine di Dio, che si riflette nella creazione e nella società, è la sintesi della vita comunitaria cristiana. Si imitino pure i santi (c. 45), si approfondisca la Scrittura, che ci presenta modelli di esperienza che non passano, ma ci si disponga alla carità (c. 49).
La carità, dice C. riecheggiando Paolo, tutto soffre, tutto sopporta, niente di banale, niente di superbo, non ha scisma, non si ribella, tutto compie nella concordia: nella carità, il Signore ci ha presi con sé. Per la carità avuta per noi, Cristo ha dato se stesso. Non è possibile spiegare la carità, dice C. né esprimerne la grandezza e la bellezza, se non se ne fa esperienza e la nostra esperienza può essere solo a misura di Cristo: essa sola ci unisce a Cristo: chi è capace di vivere nella carità, se non colui che Dio vuole? Ai Corinti non resta che innalzare preghiere alla sua misericordia, perché siano riconosciuti irreprensibili nella carità, senza sollecitazione umana, ad opera della sua grazia.

Note: 1 Eusebio, Storia ecclesiastica IV, 22,1; 23.

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Autore: L. Dattrino
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)