Cirillo di Alessandria (Santo)


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I. Vita e opere. Le notizie sulla vita di C. anteriori al 412, anno in cui raccoglie l'eredità dello zio Teofilo alla guida della Chiesa di Alessandria, risultano piuttosto incerte. C. nasce con tutta probabilità ad Alessandria intorno al 378 e riceve qui anche la sua formazione classica e teologica. Forse soggiorna per qualche tempo nel monastero di Pelusio, sotto la guida di Isidoro. In qualità di lettore accompagna lo zio al « conciliabolo della Quercia » ove assiste alla deposizione di Giovanni Crisostomo, al quale rimane ostile fino al 418. Sono di questo periodo alcune delle sue più importanti opere esegetiche: il De adoratione et cultu in spiritu et veritate, i Glaphira in Pentateucum, il Commentarius in XII prophetas minores, il Commentarius in Iohannis evangelium. Altri scritti di natura essenzialmente dottrinale, quali il Thesaurus de sancta et consubstantiali Trinitate, e il De sancta Trinitate sono invece la testimonianza del suo impegno e lotta contro l'eresia ariana. Dal 428 lo si vede impegnato soprattutto nelle grandi controversie cristologiche che lo rendono un aperto nemico di Nestorio ( 451), il vescovo di Costantinopoli. Dopo il ricorso di ambedue a papa Celestino I ( 432) nel 430, Nestorio viene condannato. E proprio la preoccupazione di contrastare a fondo le teorie nestoriane che conduce C. a formulare, negli anatematismi, la dottrina dell'unione ipostatica tra logossarx, tradizionale ad Alessandria dagli ultimi decenni del III secolo. La diffusione degli anatematismi provoca proteste violente da parte dei teologi antiocheni che lo accusano di apollinarismo. La confusione diviene tale da indurre l'imperatore Teodosio II ( 450) a convocare il Concilio di Efeso (431), per dirimere la controversia nestoriana. Lo scontro si protrae per ben due anni. Nel 433 si arriva ad un accordo che si traduce nel cosiddetto « simbolo dell'unione », testo che sancisce di fatto la condanna di Nestorio, riconoscendo in pieno soprattutto la divina maternità di Maria (Theotòkos), sia pure favorendo ampiamente gli antiocheni, soprattutto sul piano della terminologia teologica. Un tale compromesso crea tuttavia numerosi scontenti da ambo le parti, costringendo C., soprattutto negli ultimi anni, a difendere l'ortodossia anche fra gli stessi suoi seguaci.
Le opere di questo secondo periodo denotano, pertanto, questo suo preminente interesse a confutare gli errori dottrinali dell'impostazione cristologica di Nestorio. Esse sono: Adversus Nestorii blasphemias, De recta fide, Apologia XII capitolorum contra Orientales, Apologia XII anathematismorum contra Theodoretum, Explicatio XII capitulorum, Scholia de incarnatione Unigeniti, Adversus nolentes confiteri Sanctam Virginem esse Deiparam, Contra Diodorum et Theodorum, Quod unus sit Christus. Di natura strettamente apologetica sono l'Apologeticus ad Theodosium, in cui C. difende la propria condotta al Concilio di Efeso, e il Contra Iulianum imperatorem, difesa del cristianesimo contro le accuse dei pagani. C. muore il 27 giugno 444.

II. Dottrina spirituale. Nonostante l'esegesi di C. appaia fortemente condizionata da intenti dogmatici e polemici, non si può tuttavia negare come il patriarca alessandrino fondi tutta la sua dottrina spirituale su due pilastri: la Scrittura e i Padri. Ricorre sovente in lui l'espressione: « hoi pateres kai hè graphè ». Scrittura e tradizione sono assolutamente inseparabili nel suo spirito di teologo credente, ed è per questo che non teme il confronto con tutte le correnti filosofico culturali del tempo. Sono proprio i Padri, infatti, che lo aiutano a vedere l'unità del disegno di Dio nell'unità indivisibile della Bibbia concepita come un « vasto organismo che si adatta alle più grandi diversità degli uomini, piegandole tutte ad uno stesso disegno » (In Is.: PG 70, 656). Sia pure nella fedeltà alla scuola esegetica di Alessandria, C. è, però, contro ogni forma di allegorizzazione esasperata. Tutta la Scrittura ispirata ha uno scopo: quello di comunicarci la conoscenza del mistero della salvezza che, nella persona stessa del Cristo, trova la sua luminosa interpretazione. E questo ciò che egli chiama: ’senso spirituale delle Scritture': « Dapprima intendiamo esporre ciò che è avvenuto storicamente... Dopo aver narrato ciò convenientemente, trasformeremo quasi il racconto dalla figura e dall'ombra in cui si trova e lo renderemo chiaro, tendendo il discorso al mistero di Cristo, considerato quale fine, se è vero che il termine della legge e dei profeti è Cristo (cf Rm 10,4) » (Glaph. in Gen. I: PG 69, 13a; 14a). Ogni contemplazione spirituale riguarda il mistero di Cristo stesso ed implica una ’visione' che apre lo spirito a tale mistero. Tale visione (theoria) è pneumatica, poiché lo spirito umano è aiutato dallo Spirito divino, e per questo è nello stesso tempo un carisma ed una gnosi. Questo dono dello Spirito Santo, perduto a causa del peccato, con i beni della vita divina, viene ridonato all'umanità mediante l'Incarnazione del Figlio. A differenza del primo Adamo, il nuovo Adamo fa attecchire nell'umanità in modo definitivo e irreversibile lo Spirito di Dio (cf In Jo. 7,39: PG 73, 756A; Com. Gv. V, vol. II, 46). La partecipazione del Figlio, nello Spirito, produce in noi l'immagine divina. Il Figlio unico, infatti, incarnandosi ha perseguito lo scopo non solo di espiare i nostri peccati, ma anche di fondare la nostra adozione divina (cf Rm 8,3) (cf In Jo. XI, 10,74, 545a; Com. Gv., XI, vol. III, 355).
E, dunque, a causa del Cristo e grazie a lui che lo Spirito Santo risiede nei credenti, dono effuso loro dopo la sua risurrezione. Per C., il posto di Cristo nella vita del cristiano è centrale. Nella sua passione morte e risurrezione si consuma la più grande prova dell'amore di Dio per l'umanità poiché egli ha reso inefficace l'antica maledizione cui la natura umana soggiaceva fin dalle sue origini (cf Com. Rm. VI, 6,64).
Questa incorporazione a Cristo si compie grazie al battesimo (cf Ibid., 3 4, 60 62), il quale a sua volta suppone la fede (cf Ibid. VII, 1 4, 65 67) e apre alla carità, dal momento che Dio è carità (cf Com. Gv. VI, vol. II, 287; X, vol. III, 224 225). Grazie all'Eucaristia, inoltre, siamo in comunione gli uni con gli altri poiché siamo uniti non solo spiritualmente ma anche corporalmente a Cristo (cf Ibid. XI, vol. III, 368).
La bellissima dottrina del Corpo mistico, C. la sviluppa soprattutto nel suo Commento a Giovanni (cf Ibid., 368 369). Per C. è questa unione a fondare quella naturale. Questa realtà di unità è il mistero della Chiesa. Essa è il Corpo di Cristo, e come il Corpo di Cristo nella sua intimità non può essere diviso, così neanche la Chiesa (cf Ibid., 367).
Di conseguenza, si potrebbe ritenere che, se la perfezione, dal punto di vista personale, consiste nel divenire ad immagine del Padre, seguendo l'imitazione del Figlio, da un punto di vista sociale essa consisterebbe nel realizzare, nella misura del possibile, l'unità del Padre e del Figlio secondo l'affermazione di Gesù nella preghiera sacerdotale (cf Gv 17,21). Tutto questo non può essere compiuto senza la cooperazione dello Spirito Santo. Da qui derivano pure tutte le conseguenze ascetiche e mistiche nonché sociali della vita cristiana, soprattutto nell'espressione di un culto comunitario e liturgico. I cristiani essendo degli altri « cristi », poiché hanno ricevuto l'unzione, devono vivere i medesimi sentimenti di Cristo e condividere pure la medesima sorte (cf Com. Gv. III, 21 22).

Bibl. W. Burghardt, The Image of God in Man according to Cyril of Alexandria, Woodstock 1957; L. Janssens, Notre filiation divine d'après saint Cyril d'Alexandria, in Ephemerides Theologicae Lovan., 15 (1938), 233 278; A. Kerrigan, St. Cyril of Alexandria. Interpreter of the Old Testament, Roma 1952; J. Mahé, La sanctification d'après saint Cyril, in Revue d'Hist.Eccl., 10 (1909), 30 40, 469 492; H. de Manoir, s.v., in DSAM II2, 2672 2683; C. Sorsoli - L. Dattrino, s.v., in DES I, 525 528; C. Vona, s.v., in BS III, 1308 1315.

Autore: M.M. Porcellato
Fonte: Dizionario sintetico di Teologia (G.O Collins, E.G. Farrugia)


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