Cesario di Arles (Santo)


I. Vita e opere. Siamo debitori alla Vita S. Cesarii delle notizie relative al vescovo di Arles, vissuto tra il V e VI secolo in Gallia. L'autore della più famosa Regola per le claustrali nasce in Borgogna tra il 470 e il 471. Entrato ventenne nel monastero di Lérins, è bene accolto dall'abate che gli affida incarichi molto delicati all'interno della comunità. Ma le invidie e le critiche dei suoi confratelli e la salute, minata dai rigori della vita ascetica, costringono l'abate, suo malgrado, ad inviarlo sul continente. Stabilitosi ad Arles, C. frequenta, per un certo periodo, le lezioni di un famoso retore africano del tempo, ma ben presto preferisce dedicarsi allo studio delle opere di s. Agostino, divenendone un profondo conoscitore.
E ordinato prima diacono e poi sacerdote, entrando così a far parte del clero di Arles. Viene inviato dal vescovo Eonio ad un monastero alla periferia della città, forse Trinquetaille, su una delle isolette del Rodano, come abate ad interim, con l'incarico di ristabilire l'ordine e la disciplina, compromesse dopo la morte dell'abate. Egli vi si trattiene per oltre tre anni, riuscendo pienamente nel suo intento di riorganizzare la vita spirituale e materiale del monastero. Ma nel 503 è costretto ad abbandonare questo incarico per assumere quello ben più oneroso di vescovo di Arles. Governa la città per quarant'anni, facendo fronte a vari contrasti politici e religiosi. Partecipa a ben sei sinodi, tra i quali quello di Agde, nel 506, che segna l'inizio di una severa e salutare riforma dei monasteri a lui sottoposti, e quello del 529, ad Orange, in cui viene definitivamente condannato il semipelagianesimo. Nominato vicario della Santa Sede per la Spagna e le Gallie, si trova ad esercitare la sua giurisdizione sulla maggior parte delle città delle due regioni, ritornate in seguito sotto il dominio franco. Muore nel 542 e viene sepolto nella basilica di S. Maria ad Arles, che egli stesso aveva fatto costruire.
Alcuni autori, tra i quali il Bardy sostengono che l'opera del vescovo di Arles non brilli di originalità, avendo egli riutilizzato, prendendo a piene mani e riadattandole alla sensibilità del suo pubblico, molte delle omelie di Agostino. Oltre alle due lettere sinodali, indirizzate rispettivamente al clero e ai vescovi della sua regione, C. è autore di alcune opere dottrinali contro gli eretici, il De mysterio Sanctae Trinitatis ed il Breviarium adversus haereticos contro gli ariani; l'Opusculum de gratia e i Capitula sanctorum Patrum, rispettivamente contro pelagiani e semipelagiani. Se non autore del Simbolo atanasiano, almeno uno dei primi a farlo conoscere e ad adottarlo nella sua diocesi, egli è ricordato soprattutto per la stesura di una Regola per le monache (Statuta sanctarum virginum), ispirata agli Statuta antiquorum Patrum, su consiglio della sorella e della nipote, con le quali egli fonda il monastero di S. Giovanni, il primo ad accogliere la clausura per le donne consacrate. Alla Regola femminile segue, qualche anno più tardi, un adattamento della medesima per i monaci, più breve ed essenziale. L'opera di Cesario si compone soprattutto dei Sermoni, in numero di 238, di cui solo ottanta pubblicati in edizione critica, quasi tutti indirizzati ai fedeli. Sei, scritti per i suoi monaci, formano una sorta di prolusione alla Regula monachorum.

II. Dottrina. Oltre che un padre per le claustrali di S. Giovanni, il tratto più caratteristico che emerge dagli scritti di C., predicatore instancabile e pastore sollecito, è una certa qual forma di pudore e di rispetto verso la vita spirituale dei suoi fedeli, unita ad una umiltà che lo porta più volte ad indicare la strada della salvezza, sulla base di quanto altri più grandi di lui hanno detto (i Padri e gli scrittori sacri). I suoi consigli sono concreti, diretti, attenti alle realtà quotidiane, anche le più minute (cf Ep. I, 1; Sermo 1 2). Eppure questo vescovo è un mistico: la sua esperienza, così come riportata nella Vita (cf Vita II, 36) è fatta non solo di frequenti « visitazioni » di alcuni santi, ma perfino lo stesso Signore Gesù « gli si rivela insieme con i suoi discepoli ». E da questa esperienza personale che C. trae la consapevolezza vissuta che Dio opera in un cuore perseverante e che è solo la vita quotidiana, nutrita alla Parola di Dio, che agisce e fa agire nella carità, la scala privilegiata per l'unione totalizzante con l'Amato. Per questo motivo, l'itinerario spirituale, che sta tra la consacrazione terrena e quella escatologica, va collocato nella perseveranza nello stato scelto, in un abbandono fiducioso e una passività resa feconda dall'azione dello Spirito. Questo è detto nella Regola delle claustrali, ma Cesario rivolge lo stesso discorso anche a chi vive nel mondo, usando una certa finezza psicologica, nel tentativo di creare una spiritualità laicale ante litteram. I Sermoni di C. sono scritti per un popolo cristiano che vive in un contesto socio culturale piuttosto rozzo e che non sa leggere. Nella sua predicazione egli fa opera di semplice catechesi quotidiana, densa di consigli concreti sulla base della sua esperienza personale (cf Vita 1,62), non solo al clero e ai monaci, ma ai semplici fedeli, della lettura del testo sacro, una sorta di Lectio divina, sia a tavola che nelle lunghe ore di inverno (cf Sermo 6,2; 7,1; 8,2; 72,1), tanto che i sermoni detti De Scriptura sono i più numerosi.

La Parola di Dio, un modo tutto particolare d'essere del Cristo, non meno reale di quanto lo sia nell'Eucaristia (cf Sermo 78,2), è per tutti. Un ricco, meno attento alle cose di Dio, e un povero, che ha più familiarità con il Vangelo, possono farsi vicendevolmente l'elemosina: il ricco, condividendo i suoi beni materiali, il povero condividendo i beni spirituali (cf Sermo 8,1). La Parola è incontro con il Mistero, secondo tutta la tradizione patristica, è luce dell'anima e cibo eterno: è la « lettera dalla Patria » (cf Sermo 6,2; 7,1). E chi non sa leggere, procuri di ascoltare: mediti almeno sul Credo o sul Pater, sul salmo 50 o su un inno, o sul « non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi » (Sermo 6,3; 13,4). Ma tutto questo va preparato da un lento lavoro di ascesi, dal distacco dai beni e dagli attaccamenti terreni innanzitutto, e poi creando un tempo quotidiano per coltivare il campo di Dio, che è l'anima (cf Sermo 6,5; 8,2 3). C. ha una sorta di pudore nel penetrare a viva forza nel rapporto misterioso uomo Dio: raccomanda di pregare, di chiedere solo la volontà del Padre, di aprirsi alla sua Maestà (cf Sermo 72,5; 152,2).

L'interpretazione mistico spirituale della Scrittura, la rivisitazione della precedente tradizione patristica e soprattutto la sua profonda fiducia nella Parola di Dio, che cambia radicalmente la persona (è la metanoia del Vangelo) costituiscono anche il fondamento degli scritti ascetici di C.: in particolare di quella Regula ad Virgines, in cui, coniugando l'Opus Dei (la preghiera) e l'opus manuum (il lavoro), il vescovo indica la via di salvezza, con semplicità e pudore, quasi senza esprimere opinioni personali, alle monache del monastero di S. Giovanni. La Lectio costituisce il sottofondo anche della Regola delle vergini: una lettura continua, insistente (cf Reg. ad Virg. 18,3; 20,3; 22,2), porta privilegiata attraverso cui l'anima giunge alla contemplazione di Dio per fruire, in questo modo, della vita trinitaria e rivolgersi, con lo stesso sguardo di Dio, alle creature che egli ha creato e amato. Gli insegnamenti della Scrittura, che C. chiama « fiori del paradiso » e « acqua di salvezza », sono le perle preziose da appendere agli orecchi e gli anelli e i bracciali, che adornano l'anima consacrata, mentre si dedica alle opere di carità (cf Ep. II, 3). Anche se i cardini della vita contemplativa sono la castità e la povertà e sua compagna inseparabile è l'ascesi, è solo la meditazione costante della Parola, unita a quel silenzio in cui fiorisce la preghiera, che apre il cuore alla libertà dell'incontro con Dio. « Se tu vuoi che Dio ti ascolti, comincia ad ascoltarlo » (Sermo 39,4). Il mistero di Dio si ferma davanti al mistero dell'uomo, che si rinchiude in se stesso. Sebbene appena menzionata, Maria è il modello di queste vergini prudenti, che hanno fatto provvista d'olio, in attesa dello Sposo. Inoltre, le claustrali, ma si badi bene che per C. la vita contemplativa non è vissuta come un « assolo » avulso dalla vita ecclesiale, devono « mostrare nel corpo la Vergine apostolica » (Reg. ad Virg. 63; Ep. I, 2). Come Maria di Nazaret, la monaca deve meditare « queste cose » nel proprio cuore e far sì che la preghiera si levi « così silenziosamente dal cuore da essere appena udita dalla bocca », mentre attende alle opere quotidiane. Solo in un'attesa così feconda, l'anima contemplativa troverà balsami per le ferite, profumi della castità, gli olocausti della compunzione.

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Autore: L. Dattrino
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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