Caussade Jean Pierre De


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I. Cenni biografici e opere. Nasce il 7 marzo 1675 nel Quercy, nel sud est della Francia. Nel 1693 entra nella Compagnia di Gesù e dopo alcuni anni di insegnamento ad Aurillac e a Toulouse, a partire dal 1715, inizia una vita di predicatore itinerante. Un primo soggiorno nella Lorena, dal 1729 al 1731, lo mette in contatto con le visitandine di Nancy, alle quali si deve la conservazione della sua larga corrispondenza e della parte migliore del suo pensiero. Dopo una permanenza nel seminario di Albi, quale direttore spirituale, ritorna in Lorena e di questa presenza beneficiano largamente le visitandine, che hanno a capo della comunità donne intelligenti, colte e di profonda vita interiore. E in questo periodo che C. studia, oltre a Francesco di Sales, anche la dottrina di Fénelon e di Bossuet per confutare il semiquietismo.
Dalle note biografiche si ha il quadro di una vita movimentata in netto contrasto con le aspirazioni di quiete profonda di C., ma questo aiuta a comprendere meglio dove si radichi la sua vita mistica e come si alimenti, pur in mezzo a mille difficoltà e a svolgimento di mansioni, come quella di superiore, da cui volentieri rifuggirebbe.
La sua vita, provata anche dalla cecità, si conclude a Tolosa nel 1751.
Non si tratta di un teologo di larga fama, ma la sua testimonianza merita di essere divulgata per il fatto che si tratta di un uomo che ha vissuto in prima persona quello che ha trasmesso attraverso le sue opere, le più mirabili delle quali sono gli itinerari di spiritualità e vita mistica percorsi dalle persone che hanno beneficiato della sua direzione spirituale, in particolare le visitandine di Nancy, che per prime hanno fatto circolare i suoi scritti e i suoi insegnamenti, conservati e trascritti anche in piccole raccolte per argomenti.
La prima opera viene pubblicata nel 1741 con il titolo: Instruction spirituelles en forme de dialogues sur les divers états d'oraison, suivant la doctrine de M. Bossuet, éveque de Meaux.
Il contatto più vivo col suo pensiero si ha però attraverso le Lettere, scritte in particolare alle persone da lui dirette spiritualmente. Rispondendo punto per punto a tutte le questioni e dando i suggerimenti per il cammino spirituale, C. le rende piccoli trattati, adattati alle esigenze di ogni persona. L'opera per cui C. è maggiormente conosciuto è L'Abandon à la Providence divine, pubblicata la prima volta nel 1861 dal p. Ramiére ( 1884), un trattato composto probabilmente con lettere inviate alla Madre di Rottembourg e con frammenti delle conferenze tenute alla comunità delle visitandine. Il testo ha in breve tempo molte edizioni e nel 1928 raggiunge la ventunesima.
Altri opuscoli sono redatti proprio raccogliendo stralci dalle lettere, come, ad esempio, un trattato sul Cantico dei Cantici.

II. La dottrina. C. non inventa la dottrina dell'abbandono, ma ha il merito di rilanciarla come punto fondamentale nel cammino dello spirito. Quanto espone e consiglia rivela le fonti della sua formazione e del suo pensiero che sono tutte incentrate sull'abbandono in Dio: naturalmente si risentono gli influssi di s. Ignazio di Loyola, s. Francesco di Sales, sovente anche di s. Teresa d'Avila, s. Giovanni della Croce, s. Caterina da Siena, s. Caterina da Genova, ecc., ma soprattutto in quest'opera traspare la fonte primaria della Scrittura, accostata quotidianamente nella vita liturgica. Scandagliando a fondo la sua opera, si trova la chiave per capire che la cosiddetta « preghiera della Chiesa » non è preghiera se si limita al momento rituale, ma deve « buttare la persona in Dio ».
La sua non è, dunque, una dottrina nuova, ma semplicemente il riprendere e formulare, in forme e visuali « pratiche » e da adattare alla persona, un dato del patrimonio della Chiesa.
Questa « via dell'abbandono » non è per pochi ma per tutti, dice C., e di questa egli si fa « missionario » perché la ritiene la via propria della santità alla quale Dio chiama tutti, ma soprattutto le persone più semplici, i « piccoli del regno ». Metodo universale, « la via dell'abbandono », si deve adattare ai bisogni e alle capacità di ogni individuo, con attenzione al capolavoro che Dio vuole fare in ogni singola persona. C. non scrive un trattato rigido di passaggi obbligatori a tempi stabiliti, ma traccia un cammino, ognuno poi, giorno per giorno, ne percorrerà il tratto che le sue forze gli consentono, ma sempre in attività mai in passività. Quando parla di « passività » questa è sempre una passività attiva che riposa particolarmente sulla sicurezza che Dio è colui al quale nulla è impossibile ed è buono. Quindi, camminare nella via della perfezione è mettersi a disposizione attiva della volontà di Dio, facendo tutto ciò che a lui piace. In fondo, questo è essere discepoli di Gesù che sempre ha fatto la volontà del Padre: « Mio cibo è fare la volontà del Padre... ». Dall'abbandono traspare, dunque, una « spiritualità dell'azione » che è stata delineata come l'attenzione al momento presente, cioè a un cammino verso le più alte vette che si fa passo dopo passo, con attenzione a scoprire quanto Dio dice attraverso gli avvenimenti del mondo in cui viviamo. C. arriva a dire che tutte le creature e tutti gli avvenimenti sono come le specie eucaristiche che ci rivelano e ci donano Dio se noi siamo nelle disposizioni di fede richieste, sono « parole di Dio » pronunciate espressamente per noi. La santità si misura con l'amore col quale noi ci rendiamo attenti e docili.
Questo abbandono in Dio diviene, a poco a poco, uno stato permanente per cui chi si mette su questa strada può venire da Dio trasformato in modo tale da divenire incapace di atti che non siano di abbandono, cioè si arriva fino a quando veramente il cristiano può dire: « Non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me » (Gal 2,20).
L'atto di abbandono si presenta come una sintesi di vita e richiede l'esercizio delle tre virtù teologali: fede, speranza, carità, dono e caratteristiche dell'itinerario dell'iniziazione cristiana. Vivere il Vangelo, secondo l'insegnamento di C. è « lasciar fare a Dio e fare ciò che Dio esige da noi », avendo come anelito primo la gloria di Dio, e questo spazza via tante inutili preoccupazioni e scrupoli. La comunione costante con la volontà di Dio in tutte le cose non è altro che, come già insegnavano gli antichi Padri, richiamandosi a Gesù e all'apostolo Paolo, « la preghiera incessante ». Lo stato di « fede pura », che è proprio delle « anime abbandonate », porta ottimismo e serenità perché è la continua vittoria sulla peste dell'amor proprio che ha il primato di rendere la vita triste... attaccando sottilmente, anche con riflessioni che di per sé sembrano buone e legittime, ma che fanno perdere tempo. Lo stato di « abbandono » è dunque « l'attività » che porta ad avere un unico desiderio: « Avere gli occhi fissi costantemente sul Maestro che si è donato ed essere costantemente in ascolto per percepire e capire la sua volontà e metterla in pratica sul campo d'azione quotidiano... »; questo avviene spesso attraverso una purificazione fatta di tempi di oscurità, di aridità, di prove che obbligano la persona a mettersi senza riserve nelle mani di Dio. Si è condotti nel « deserto » per permettere al Signore « di parlare al cuore ».
La « via dell'abbandono » per quanto riguarda la preghiera non esclude né quella vocale né quella organizzata a tempi stabiliti (personale, comunitaria, liturgica), ne riconosce la « pedagogia » per portare all'unione con Dio e alimentarla, anche se la « preghiera di quiete » è vista da C. come la forma propria alla via dell'abbandono e non è qualcosa che si acquisisce con un « metodo » ma è grazia dono gratuità, che suppone però tutta la collaborazione e l'allenamento della persona. In fondo è dalla fedeltà alle « cose ordinarie », che spingono a un cammino costante, che a un certo momento uno si trova nella luce dell'abbandono in Dio. Secondo C. questa « grazia speciale » è donata « abitualmente » a coloro che si aprono ad accoglierla e la rarità dell'« orazione di quiete » è dovuta semplicemente al fatto che pochi sono coloro che con generosità l'accolgono e non all'« avarizia » del dono di Dio... C. parla anche della « preghiera del cuore » che è riposare dolcemente in Dio, essere pieni di gioia senza quasi sapere perché ...e invita a non moltiplicare le « formule », a imitare il silenzio pieno di comunicazione degli innamorati, a « fare un certo digiuno » di parole per poter desiderare, aspirare ad una ardente comunione con il Signore, senza arenarsi in tanti pensieri e riflessioni che spesso inaridiscono il cuore e producono solo un vano compiacimento di se stessi.
Nella preghiera c'è un cammino che C. delinea in quattro Dialoghi sulla purezza di coscienza, di cuore, di spirito e d'azione. E chiaro che non condanna l'azione, ma richiama con insistenza il primato dell'azione di Dio. Qui è chiara la luce dell'evangelico « cerca prima il regno di Dio e tutto ti sarà dato in aggiunta... cerca la sola cosa necessaria... non affannarti per le tante cose ».
C. da alcuni è stato criticato per un tipo di « direzione spirituale » troppo semplice, anzi per uno che ne minimizza la necessità, ma questa è proprio una grande perla di questo maestro perché, come scrive, chi ha poco bisogno di direzione è perché ha « eccellenti e grandi direttori » che sanno mettere sulla via del Signore, sanno camminare insieme, in aiuto vicendevole a scoprire il progetto di Dio, senza soffocanti dipendenze e attaccamenti, protesi al Diletto, all'« Unico necessario », a lasciar lavorare lo Spirito che è stato dato in dono.

Bibl. Opere: J. P. de Caussade, Trattato sulla preghiera del cuore, Cinisello Balsamo (MI) 1985; Id., L'abbandono alla divina Provvidenza, Cinisello Balsamo (MI) 1991. Studi: F. Cavallera, L'acte d'abandon du P. de Caussade, in RAM 15 (1934), 103; M.G. Chima, Abbandonarsi a Dio. La fiducia nella Provvidenza in J.P. de Caussade, Roma 1990; E.J. Cuskelly, La grâce extérieure d'après le P. de Caussade, in RAM 33 (1952), 224 242 e 337 358; H. Hullet D'Istria, Le père de Caussade et la querelle du pur amour, Paris 1964; M. Olphe Galliard, s.v., in DSAM II, 354 370; Id., La théologie en France au XVIIIe siècle. Le père de Caussade, Paris 1984; Id., Le père de Caussade directeur d'âmes, in RAM 19 (1938), 394 417; 20 (1939), 50 82; P. Zovatto, s.v., in DES I, 488 490.

Autore: G. Oberto
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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