Bonaventura (San)


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I. Vita e opere. Nato a Bagnoregio nel 1217 ca., studia arti a Parigi (1235 1243), ove entra nell'Ordine dei Minori (1243); terminato il curriculum teologico (1243 1254), al culmine della carriera accademica diventa Generale dell'Ordine (1257 1274). Muore durante il II Concilio di Lione, il 15 luglio 1274. Dottore Serafico o Doctor ardens, maestro di teologia e principe della mistica, in tutti i suoi scritti B. trascende le preoccupazioni troppo intellettualistiche del suo tempo ed è sempre attento all'esame del cammino che porta l'anima dalla conversione a Cristo sino alla suprema esperienza mistica. La sua solida teologia francescana (« più pratica che speculativa ») è anche una « metafisica della mistica cristiana » (E. Gilson). Se le grandi opere (Commento alle Sentenze di P. Lombardo; Breviloquio; scritti esegetici, questioni disputate, collazioni, sermoni, apologie) trattano già i vari elementi della vita ascetico mistica (virtù, doni dello Spirito Santo, beatitudini, contemplazione, primato dell'amore), i segreti della vita mistica, invece, sono oggetto prevalente di opuscoli sicuramente suoi: Le cinque feste del Bambino Gesù, La perfezione della vita religiosa, La preparazione alla Messa, L'albero della vita e quelli più influenti, quali il Soliloquium, La triplice via (esemplare compendio di teologia mistica, con la suddivisione in via purgativa, illuminativa e unitiva), e l'Itinerarium mentis in Deum (libro aureo della letteratura mistica francescana).

II. L'Itinerarium indaga sui sei gradini della conoscenza di Dio, in ciascuno dei quali l'anima desiderosa di essere libera di magnificare, ammirare e gustare Dio, volta per volta giunge alla conoscenza della Trinità risplendente nel creato, nell'anima e al di sopra dell'anima (nel nome di Dio, che è Essere e Bene); poi, nel settimo gradino, a somiglianza di Francesco a La Verna, « giunge fino alla pace, cui si perviene attraverso l'estasi della sapienza cristiana » (Prol. 3), allorché tutte le altre facoltà spirituali tacciono e solo l'amore va oltre e trapassa completamente in Dio (c.7; Hexaëmeron, 2,32). Ma, a causa del peccato, l'uomo è caduto e non riesce più a staccarsi dalla terra: perduta la vera conoscenza e l'unica sapienza, è ormai incapace di vedere Dio presente nella sua impronta, nella sua immagine e similitudine e nel suo nome. Di qui la necessità per l'uomo di ricorrere a Cristo per raggiungere la vera e unica conoscenza e sapienza, la suprema estatica unione con Dio mediante l'ardentissimo amore che « lo inchioda con lui alla croce », come avvenne a Paolo quando fu rapito al terzo cielo (Itinerarium, Prol. 3). Ciò permette a B. di lumeggiare la struttura della vita della grazia come vita di unione con Dio in Cristo, che, nel suo progredire, sfocia normalmente in quella suprema esperienza mistica. Proprio per questo, B. descrive la vita cristiana sin dai suoi inizi con termini mistico cristologici: ogni unione con Cristo (unica porta, unica via, unica scala e unica meta dell'itinerario dell'anima verso Dio) (Ibid., 7,1) è prefigurazione della vita mistica. L'ingresso per questa porta consiste nell'iniziale fondamentale unione con Cristo mediante le virtù teologali della fede, speranza e carità (Ibid., 7,2), che purificano, illuminano e perfezionano la mente, restaurano l'immagine di Dio in essa e le restituiscono i « sensi »: con la fede riacquista l'udito e la vista per accogliere la Parola e vedere la Luce (Cristo); con la speranza desidera ardentemente accogliere il Verbo ispirato (nel cuore) e riacquista l'olfatto spirituale; con la carità abbraccia il Verbo incarnato, traendone diletto e, quasi passando attraverso di lui « per mezzo dell'amore estatico, riacquista il gusto e il tatto spirituali »; « ristabiliti questi sensi spirituali, la mente vede il suo sposo, lo ascolta, ne sente il profumo, lo gusta e lo abbraccia »; per questo, nessuno raggiunge la conoscenza di Dio visto nella sua immagine (l'anima) se non colui che la riceve, perché essa « è data soltanto in un'esperienza affettiva più che in una conoscenza razionale » (Ibid., 4,3).

III. La vita mistica. In tutti i suoi insegnamenti B. sostiene che, anche nel suo supremo grado, la vita mistica non differisce essenzialmente dalla vita della grazia (e delle virtù morali, dei doni, dei consigli, e delle beatitudini), ma ne è la piena fioritura: per questa ragione, oltre ai normali mezzi soprannaturali dei quali dispone ogni cristiano, essa non richiede nuove entità soprannaturali (la cosiddetta grazia mistica o « gratis data »). Egualmente, per giungere a questa « estasi della sapienza cristiana », non si richiede la miracolosa creazione e infusione di « specie intelligibili » nell'intelletto; questa suprema esperienza mistica, infatti, che si compie « per modo di tatto e di amplesso », è - dice B. commentando Dionigi l'Areopagita - « una sapienza velata nel mistero », « superiore ad ogni sostanza e ad ogni conoscenza, trascende ogni intelletto, è segretissima, la si conosce solo sperimentandola: poiché l'anima ha molte facoltà per comprendere, ora è necessario abbandonarle tutte; infatti, al vertice sta l'amore, che unisce e tutte le trascende » (Hexaëmeron, 2,29; cf 30). Conseguentemente, anche i vari e successivi gradi o passaggi verso questa suprema esperienza mistica, sono descritti con termini mistici. Così, quando mancano ancora due gradi o passi prima di sfociare nella suprema pace estatica, la mente già « si ritrae nella sua parte più intima per contemplare Dio tra santi splendori e ivi, come su di un letto, dormire e riposare, mentre lo sposo prega che non la si risvegli fino a quando le piacerà » (Itinerarium, 4,8): allora, già in questo quarto grado, reso possibile soltanto dalla grazia e dalle virtù teologali concesse ad ogni cristiano, e dal conseguente recupero dei sensi spirituali, la condizione raggiunta dall'anima è descritta con immagini, metafore e termini specifici della mistica: « La nostra anima (unita a Cristo) riempita di tutte queste luci intellettuali, viene scelta come dimora della divina sapienza, resa figlia, sposa e amica di Dio, membro del Capo che è Cristo, sua sorella e coerede. Ancor più: tempio dello Spirito Santo, fondato sulla fede, eretto sulla speranza, consacrato a Dio con la santità dell'anima e del corpo. Tutto questo produce quella carità perfetta di Cristo che si effonde nei nostri cuori » (Ibid., 4,8 9). In conclusione, si può affermare che B. identifica l'esperienza mistica con la condizione in cui sfocia normalmente ogni vita cristiana vissuta, con crescente fedeltà, nella grazia; sostiene, altresì, la chiamata di tutti i cristiani alla vita mistica, qualunque sia il compito e la missione a cui Dio li chiama. La ragione per cui soltanto pochi la raggiungono risiede soltanto nella mancanza di generosità e di una perfetta conversione del cuore.

Bibl. Opere: Opera omnia, 10 voll., Ed. Quaracchi, Firenze 1882 1902. Studi: sino al 1974 cf Bibliographia bonaventuriana, in Aa.Vv., S. Bonaventura 1274 1974, V, Grottaferrata 1974 (cf ibid., contributi del vol. IV); A. Blasucci, Bonaventura di Bagnoregio, in DES I, 375 389; J.G. Bougerol, Introduzione a S. Bonaventura, Vicenza 1988; H.D. Egan, s.v., in Id., I mistici e la mistica, Città del Vaticano 1995, 270 284; U. Köpf, s.v., in WMy, 68 69; E. Longpré, s.v., in DSAM I, 1768 1843; A. Pompei, Amore ed esperienza di Dio nella mistica bonaventuriana, in Doctor Seraphicus, 33 (1986), 5 27; Id. (cura di), S. Bonaventura maestro di vita francescana e di sapienza cristiana, 3 voll., Roma 1976; Id., Bonaventura. Il pensare francescano, Roma 1994; Id., L'amore nella mistica bonaventuriana, in Miscellanea francescana, 95 (1995), 157 163.

Autore: A. Pompei
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)


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