Barbo Ludovico


I. Cenni biografici. Nato verso il 1382 a Venezia, entra nel 1404 nella comunità benedettina di San Giorgio in Alga, a Venezia, alla quale dà un nuovo impulso. Nominato abate di Santa Giustina a Padova nel 1408, si dedica alla riforma di questo monastero e di quelli della Congregazione dello stesso nome da lui fondati. Legato pontificio al Concilio di Basilea del 1433 1434, vescovo di Treviso nel 1437, muore a San Giorgio di Venezia nel 1443. Racconta gli inizi della sua Congregazione in un'opera storica.

II. Dottrina spirituale. Quando il Capitolo Generale del 1440 impone l'obbligo della preghiera mentale quotidiana, egli compone per i suoi membri una Forma orationis et meditationis, grazie alla quale diventa uno degli iniziatori dell'orazione metodica. Da una parte, si riferisce alla tradizione monastica e francescana, specialmente a Guglielmo di Saint Thierry, Aelredo di Rielvaux ( 1167), Ubertino di Casale ( 1328). D'altra parte, egli tiene conto della grande importanza esercitata nell'esistenza umana dalle immagini che l'anima riceve dai sensi corporei che egli insegna ad usare per giungere ad una partecipazione « piacevole » (suavis) ai misteri. Si tratta di passare dalle immagini che offrono i testi sacri alle realtà che essi evocano. Ciò comporta tre gradi. Il primo, di cui B. parla brevemente, consiste nell'utilizzare delle parole già scritte: è la lectio tradizionale, condizione preliminare ad ogni contemplazione; è proprio essa che fornisce i testi a partire dai quali si possono « rappresentare » i misteri di cui essa parla e le parole che permettono di esprimersi a loro riguardo. A questa « preghiera verbale » segue - ed è il secondo grado - la meditazione propriamente detta, che conduce alla contemplazione, di cui tratta un ultimo paragrafo, breve e denso: le « illustrazioni » - illustrationes - che lo spirito ha raccolto permettono di gioire della bellezza - pulchritudinem degustando - delle realtà meditate.

Ora, a proposito dei due primi gradi, il vocabolario dell'immaginario ritorna con una notevole insistenza. Il termine più frequente - e si potrebbe dire la parola chiave - è quella che, nella latinità classica, biblica, patristica medievale evoca una finzione, un « artefatto », il processo mentale e artificiale grazie al quale « si fa finta » di commettere un'azione o di ricevere una sensazione, si « fa come se » si esercitasse un'attività: fingere. Essa equivale al verbo componere, di cui si ritroverà un derivato nell'espressione « composizione del luogo ». Questa parola è, talvolta, seguita dall'esercizio di uno dei sensi corporei o da un'azione: Finge nos videre, finge audire, finge te illi servire. Essa è assimilata all'atto stesso del meditare: meditare et fingere. E già un modo di rendersi presente al mistero contemplato: Finge te esse praesentem, e di parteciparvi come ad una scena nel corso della quale si è in conversazione con il Cristo: Semper finge quod nominet te nomine tuo. Per questo motivo, è frequente l'imperativo del verbo « dire »: dic, o il suo equivalente generalmente associato ad un'azione o che completa questa, che comporta molte varietà: stringe, tenes, vade, amplectere, sequi, proice te, revertere, plora, recede, associa cum... Talvolta, il dire diventa un grido: clama. L'esercizio di due dei sensi corporei, che si immaginano, è frequente: quello della vista imagina videre, vide contemplare - e quello dell'udito - audi. Tutte queste formule sono equivalenti ad altre che indicano la stessa attività mentale: cogita, ante intellectum repraesentari. E lo scopo è sempre quello di elevarsi, a partire da ciò che c'è di bello nella creatura - particolarmente nel Verbo di Dio incarnato in una creatura umana - alla conoscenza di Dio e della sua bellezza: ut per pulchritudinem creaturarum homo specialiter ad Dei cognitionem ascendat, ...pulchritudo deitatis.

Così, grazie a questo procedimento, basato sull'uso dell'immaginario, la contemplazione del mistero di Dio stesso è resa non solamente possibile, ma facile, perfino piacevole ed accessibile a tutti, poiché tutti - letterati e illetterati - sono dotati della stessa capacità di finzione, di rappresentazione. Con questo insegnamento, B. si colloca nella storia dei rapporti tra la devozione astratta e la pietà popolare.

Bibl. Opere: L. Barbo, Forma orationis et meditationis, in H. Watrigant, Quelques promoteurs de la méditation méthodique au XVe siècle, Enghien 1919, 15 28; I. Tassi, Ludovico Barbo (1381 1443), Roma 1952 (edizione della Forma orationis alle pp. 143 152). Studi: J. Leclercq, Ludovico Barbo e storia dell'immaginario, in Aa.Vv., Riforma della Chiesa, cultura e spiritualità nel Quattrocento veneto, Cesena 1984, 385 399, ristampato in Aa.Vv., Momenti e figure di storia monastica italiana, Cesena (FO) 1993, 529 542; M. Mähler, s.v., in DSAM I, 1244 1245; G. Mellinato, La riforma monastica di Ludovico Barbo, in CivCat 134 (1983)2, 369 373; A. Pantoni, s.v., in DIP I, 1044 1047; G. Picasso, s.v., in DES I, 270 271; I. Tassi, s.v., in BS II, 778 779.


Autore: J. Leclercq
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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