Annichilimento


Premessa. Annichilirsi ha di solito un impatto uditivo sgradevole anche negli ambienti religiosi. Pur essendo uno stato di vita spirituale indispensabile per la perfezione, se ne percepiscono tutte le difficoltà intrinseche a motivo degli stimoli provenienti dalla società ed anche dalla problematica cristiana della promozione umana legata all'evangelizzazione.

I. Il termine nella Scrittura. L'a. è un'espressione iperbolica per designare atti o stati di vita spirituale ed è soprattutto un tema cristologico. Il credente si conforma a Cristo nella misura in cui sperimenta nella sua interiorità l'a. (kénosis) che fu di Cristo, la cui realizzazione storica è l'evento della croce.

Il significato di kenós e di kenóo si riscontra tanto fuori, quanto all'interno del NT.1 Kenós e kenóo sono usati solo da s. Paolo. Il valore letterario del primo si trova nella parabola dei vignaioli (cf Mc 12,3 e par.), e un senso più profondo, anche se ancora veterotestamentario, lo si ritrova nel Magnificat (cf Lc 1,53). In senso cristiano, lo si trova in Gc 2,20 (cf Mt 5,3ss.; Lc 6,20ss.; 1 Cor 1,26; 2 Cor 6,10; Gc 2,5). Non è l'uso linguistico, comunque, ad essere cristiano, ma il contenuto concettuale del termine. Esso viene usato da s. Paolo al negativo, nel senso di inutilità, per affermare che il suo apostolato non è inutile, né vuoto, come non lo sono la grazia divina e il kérigma. Il verbo kenóo pone l'accento sull'essere privato di un contenuto o di un possesso. Al passivo ha il significato di essere ridotto a nulla. In questo senso ricorre solo in Fil 2,6 11. Cristo si è volontariamente privato del suo modo di essere divino e preesistente (v.6) per assumere quello umano e terreno (v.7), per realizzare l'abbassamento e l'obbedienza fino alla morte di croce (v.8). E ciò è possibile non solo per l'onnipotenza divina, ma per una libera « rinuncia » da parte del Verbo di Dio, il cui a. (kénosis) conduce alla morte di croce. Il Dio d'Israele non teme di provocare, dal punto di vista storico salvifico, il grande scandalo della « consegna » a morte del proprio Figlio, in un infinito atto di amore.
S. Paolo descrive un tale evento usando due catene di tre concetti che si corrispondono in modo parallelo: Dio uomo morte e Signore schiavo croce, perché l'uomo reca con sé la morte e lo schiavo la croce.2
In Cristo l'a. conduce alla croce; nel credente in lui non si dà un itinerario diverso. Non una croce cruenta; ciò che gli viene chiesto è l'eliminazione dell'io umano in quanto si oppone a Dio, in tutti gli elementi irriducibili alla perfezione interiore. Si tratta di uno sforzo, ossia di un a. attivo, costituito soprattutto da un'autentica umiltà di se stesso, dall'abnegazione di sé che è rinuncia perfetta alla propria volontà sia come creatura, sia come peccatore. Così, il cristiano si rende partecipe dell'a. di Cristo in tutto: a livello dei beni materiali, della propria sensibilità, dei doni spirituali. Solo un tale a. permette di avanzare sulla via angusta, nella quale c'è posto solo per la rinuncia e per la croce.3

II. Nell'esperienza mistica. L'a. detto mistico si compone di due fasi: la via della purificazione attiva e quella della purificazione passiva. La prima fa parte dell'abnegazione, che s. Giovanni della Croce chiama « la notte attiva dei sensi » e consiste nell'a. delle potenze o facoltà dell'anima nelle loro operazioni o attività. Esso è più o meno considerato dagli autori spirituali come preparatorio all'unione mistica.
La purificazione passiva è la fase in cui l'a. di se stesso ha il suo senso più forte: è la « notte passiva dei sensi », il cui grado più elementare è il « raccoglimento infuso », cioè dono di Dio, marcato da un progressivo « legame », vale a dire « legare », « frenare », delle potenze operative dell'anima. Cristo nella sua morte in croce ottenne il vero a. anche della sua anima; egli è stato lasciato dal Padre in un'« intima aridità »: « Dio mio, Dio perché mi hai abbandonato? » (Mt 27,44). Solo raggiungendo il massimo del suo a. in ogni aspetto e gettato quasi nel nulla, Cristo ha portato a compimento l'opera della redenzione.
Solo la « notte oscura », o oscurità nella fede, annichilisce le apprensioni e gli affetti particolari dell'anima: quelli dell'intelletto, ossia la sua luce, quelli della volontà, vale a dire i suoi affetti, e quelli della memoria legata come a notizie naturali e alle esperienze sensitive e sensibili. Il suo annichilirsi o spogliarsi di sé è necessario se vuole diventare « memoria di Dio ».
L'anima nel suo a. o spogliazione di sé acquista l'indispensabile libertà non solo da tutte le cose, ma anche da se stessa per un totale abbandono in Dio.4 E questa la strada che l'anima deve percorrere se vuole giungere alla contemplazione amorosa: annichilire le sue operazioni naturali in uno stato di passività e di tranquillità, senza compiere alcun atto naturale per non frapporre ostacoli ai beni che il Signore vuole comunicarle in modo soprannaturale. Questo a. esteriore ed interiore, attivo e passivo, pone l'anima in un profondo senso di umiltà.5 E nella fede oscura che Dio opera liberamente e conduce l'anima all'unione con lui, l'unione trasformante.

Note: 1 A. Oepke, kenós, kenóo, in GLNT V, 325 331; E. Tiedtke - H.G. Link, kenós, kenóo, in DCB, 2030 2032; 2 Cf E. Lupieri, La morte di Croce. Contributi per un'analisi di Fil 2,6 11, in RivBib 27 (1979)3 4, 277; 3 Cf Giovanni della Croce, Salita del Monte Carmelo II, 7,6 7; 4 Cf Id., Cantico Spirituale B 26,14 e Cantico Spirituale A 17,11; 5 Cf Id., Fiamma viva d'amore IV, 16.

Bibl. W. Beinert (ed.), Lessico di teologia sistematica, Brescia 1990, 435, 439, 510, 569, 626, 699 701; S.N. Bulgakov, L'Agnello di Dio. Il mistero del Verbo incarnato, Roma 1990; I. de Chantal, Oeuvres II, Paris 1875; R. Daeschler, s.v., in DSAM I, 560 565; Francesco di Sales, Trattato dell'amor di Dio, l. 9, c. XIII, in Id. (cura di F. Marchisano), Torino 1969, 752 755; P. Guarre, Trésor spirituel, p. III, disp. 5, Paris 1635; A. Oepke, s.v., in GLNT V, 325 334; A. Terranova, La « notte oscura » dell'anima: tappa indispensabile dell'itinerario mistico, in Quaderni di Avallon. L'esperienza mistica, 23, Rimini 1990, 11 30.


Autore: A. Morandin
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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