Alvarez de Paz


I. Vita e opere. Diego A. nasce a Toledo (1560), muore a Potosí (1620). Entra nella Compagnia di Gesù nel 1578. È l'epoca del celebre intervento del Generale Mercuriano ( 1580) nel caso dell'orazione di silenzio del P. Baldassarre Alvarez ( 1580), ex confessore di s. Teresa. Non sembra che abbia ignorato l'ambiente di questo intervento né i risultati e neppure l'intervento misurato di Aquaviva ( 1615) nella sua lettera del 1590. Lo stesso A. sembra inquadrare la sua vita nella tradizione di Alonso Ruiz ( 1599) e di B. Alvarez ( 1580). Studia ad Alcalá e, prima di terminare gli studi di teologia lí, si offre per la evangelizzazione dell'America. Si reca in Perù, dove termina i suoi studi ed è ordinato sacerdote, probabilmente da san Turibio de Mogrovejo ( 1606). Ancora giovane sacerdote, dedito all'orazione e al raccoglimento, ha la tentazione di andarsene alla Certosa. La risposta del P. Generale Aquaviva al provinciale del Perù a questo proposito risulta significativa per il modo in cui illumina il caso.1 E nominato professore di teologia e Sacra Scrittura. Esercita l'incarico di rettore dei collegi di Quito, Cuzco e Lima, è viceprovinciale del Tucumán e provinciale del Perù. E sempre un uomo spirituale, interessato allo studio teologico della vita spirituale, e così raccoglie appunti e note che gli servono, insieme con la riflessione e l'attenzione, per la direzione spirituale e per i consigli ad anime elette, per la propria riflessione e orazione, e per la composizione delle sue opere.
Consegna ai posteri una sintesi personale, organizzata sistematicamente, dell'insegnamento patristico e medievale. C'è chi paragona la sua sintesi dottrinale della spiritualità alla Summa di s. Tommaso. Altri preferiscono paragonare la sua riflessione e il suo stile a quello del suo contemporaneo Suárez (1617) sulla filosofia e teologia. È certamente un'opera ampia e tendente ad esaurire la materia. In questo si mostra in sintonia con l'epoca, anche se scrive molto lontano dall'ambiente europeo. Senza aver avuto l'influsso diretto delle opere di s. Teresa e s. Giovanni della Croce, o di altri maestri della scuola carmelitana, condivide con essi tante impostazioni delle questioni e soluzioni, anche se il suo stile è più strettamente teologico che esperienziale. Ma non scrive senza prima aver fatto orazione. La sua erudizione è amplissima e la sua riflessione equilibrata e realista. I Padri più citati sono: s. Agostino, s. Giovanni Crisostomo, s. Gregorio. Conosce Dionigi Areopagita, Climaco ( 650 ca.), Cassiano, s. Bernardo, i Vittorini, Dionigi il Certosino, Gersone, Luis Blois (Blosius), Kempis ( 1471), Herp e Taulero. La sua opera si potrebbe paragonare allo stile herreriano: ampia, di austera gravità, sobria, proporzionata, ispirata.

II. Il suo insegnamento mistico sulla contemplazione e la vita mistica è contenuto nella sua ultima opera De inquisitione pacis sive studio orationis. La meditazione tende alla contemplazione, e quest'ultima appare preceduta nell'opera di A. da un'ampia esposizione dell'orazione affettiva. In essa distingue tre gradi: il primo, quando ancora si insiste in vari e ripetuti affetti nell'orazione; il secondo, in cui c'è un solo atto di amore che si esercita durante qualche tempo senza interruzione, con nostro sforzo aiutati dalla grazia divina; e il terzo, nel quale senza sforzo e con grande soavità rimaniamo in un solo atto di amore che si protrae più a lungo. Da qui, alcuni hanno voluto vedere nella sua orazione affettiva una specie di « contemplazione acquisita », risultato della semplificazione alla quale si arriva, come abito acquisito, con l'aiuto della grazia ordinaria nell'esercizio dell'orazione. Oppure una contemplazione incoata a conclusione dell'orazione. Allude anche a doni speciali o repentini da Dio concessi ad alcuni spirituali (cf VI, 320b). A. distingue tra il sapere scolastico e quello mistico, come tra schola intellectus e schola affectus. Quello si acquista con l'intelletto, questo necessita di purezza di vita, desideri, sospiri, petizione e esercizio di virtù. La contemplazione è una intuizione certa, perspicace e libera di Dio e delle cose celesti, che comporta ammirazione, porta l'amore e dall'amore procede. Risiede nell'intelletto e influisce sulla volontà. Non si può mantenere per molto tempo solo con gli aiuti della grazia ordinaria, ma occorre anche l'aiuto speciale di Dio.

La grazia della contemplazione è sottratta, talvolta, a quelli che l'hanno ricevuta, e questo è operato da Dio per maggiore profitto di quelli. In questo periodo di tempo, l'anima deve esercitarsi con la grazia ordinaria nelle considerazioni e affetti, come quando si esercitava quando stava nello stato di coloro che meditano. La contemplazione non è un dono necessario per la salvezza, e non lo si può ottenere per giustizia, però si può impetrarlo dalla misericordia e liberalità divina con gemiti e azioni. Ma non tutti coloro che sono giunti alla perfezione sono giunti alla perfetta contemplazione. Dio ha altre strade per condurre alla perfezione e alla santificazione. Dà la contemplazione, a volte, ad alcuni, che non sono ancora perfetti per aiutarli ad essere più solleciti nella vittoria su se stessi; però generalmente la contemplazione è dono concesso a coloro che già hanno acquisito una tale pace di spirito da poter fissare lo sguardo su Dio. La causa prossima della contemplazione è il dono della sapienza.

L'uomo può disporsi con la grazia ordinaria al dono della contemplazione, superando gli impedimenti alla virtù autentica, aderendo continuamente al Signore con l'intelletto e l'affetto, e insistendo assiduamente nell'orazione. Può chiedere e desiderare ardentemente che il Signore gliela conceda, ma egli non deve cercare di procurarsela da sé perché è un dono di Dio.

A. distingue tra la contemplazione incoata e perfetta. L'uomo già purificato dagli affetti disordinati, virtuoso ed esercitato nella meditazione, può ottenere la prima e vedere umilmente se è ammesso ad essa, quando, lasciati tutti i discorsi e le considerazioni, posto alla presenza di Cristo o della SS.ma Trinità, si applica nell'amore. La contemplazione perfetta si può definire nella sua sostanza, come semplice conoscenza di Dio, nata dal dono della sapienza, che eleva l'anima al seno di Dio e la riempie di ammirazione e di diletto purissimo. Ad essa l'uomo si può preparare, come abbiamo detto prima. Si avverte grazie ai fenomeni che a volte l'accompagnano (estasi, rapimenti, apparizioni, visioni, ecc.). Questi non si possono desiderare né chiedere e bisogna essere molto prudenti e umilmente, se accadono, occorre pregare Dio che conduca per il cammino normale. III. I gradi della contemplazione. Secondo A., ci sono quindici gradi di contemplazione, che ordinati da minore a maggiore perfezione, intensità e pienezza, sono: 1. intuitio veritatis, 2. secessus virium animae ad interiora, 3. silentium, 4. quies, 5. unio, 6. auditio loquelae Dei, 7. somnus spiritualis, 8. extasis, 9. raptus, 10. apparitio corporalis, 11. apparitio imaginaria, 12. inspectio spiritualis, 13. divina caligo, 14. manifestatio Dei, 15. visio intuitiva Dei.
L'unione contemplativa con Dio è per lui un dono prezioso per il quale Dio si mostra nel fondo intimo dell'anima, presente ad essa, guardandola e amandola con estrema tenerezza (cf VI, 562b).

Per loquela Dei A. intende le locuzioni divine. In essa, Dio, da se stesso o per mezzo della creazione sottomessa a lui, forma nell'anima del contemplativo alcune parole per istruirlo su qualcosa di attinente alla sua salvezza o al profitto del prossimo e lo muove a gran riverenza e obbedienza, o ad altri santi affetti. La loquela può essere esteriore o interiore, immaginativa o intellettuale.
Per sonno spirituale, intende una specie di estasi incoata nella quale l'anima perde a volte l'uso dei sensi esterni (anche se non pienamente) e si comporta nei confronti del sensibile in modo simile a chi comincia a dormire. O, più propriamente, è un grado tanto veemente di amore, che in esso l'anima non avverte l'esercizio del suo intelletto.

Riguardo alle apparizioni, A. insegna a non desiderarle né a chiederle, anzi a temerle, se vengono. L'importante è riverire il divino e il santo che può esserci nell'apparizione presente (questo atto umano di riverenza va rivolto a Dio). Ma per non ingannarsi occorre attendere il suo effetto, se è buono, contare sull'aiuto del direttore spirituale, vedere se tutto si conforma con la Parola di Dio, se conduce all'umiltà e alla virtù. A. ammette un tipo di apparizione corporea che accade non perché una realtà corporea sia formata davanti agli occhi del veggente, ma per la mutazione realizzata nella potenza visiva, percepita a somiglianza di quello che dev'essere visto (cf V, 10,593a?b). La visione puramente intellettuale non comporta illusioni. Però, come non è facile riconoscere quando non c'è in essa alcuna mescolanza di immaginazione, tutte devono essere ricevute con precauzione e sottoposte alla discrezione del direttore spirituale.

Nella visio in caligine (tredicesimo grado della contemplazione), l'uomo non vede nulla, però ha coscienza che è tutto, e fuori di ciò non esiste nulla, la percepisce come vera e l'abbraccia con amore. È come un guardare non guardando, perché percepisce come una specie di oscurità e nebbia che copre tutta la luce (cf VI, 606).

Sulla visione chiara di Dio, A. aderisce all'opinione dei Padri e alla moltitudine di dottori scolastici secondo cui si deve negare che essa si suole concedere ad un uomo mortale. Essa è propria della vita eterna alla quale tendiamo. I santi che, come Agostino, Benedetto, Ignazio, e altri, giunsero al quattordicesimo grado di contemplazione, contemplarono Dio per luce soprannaturale e specie infusa. Le analisi di A. sulla diversità possibile dei fenomeni mistici sono dettagliate, intelligenti e basate sulla realtà o su una letteratura mistica seria. La sua posizione dinanzi alla necessità o meno di lasciare tutto il sensibile e intelligibile nello stato di contemplazione è personale e sfumata. Non inclina a concedere tale necessità, poiché, secondo lui, l'intelletto umano non dipende dall'immaginazione e dal «fantasma » (cf VI, 550b). Dio, che è datore della contemplazione, può esercitare molto più efficacemente l'intelletto introducendo la sua luce, e indurre in esso la verità che contempla, addormentando l'immaginazione. Allude, per sostenere la sua teoria, al modo di conoscere dell'anima separata e al modo di conoscere di certe anime, alle quali Dio concede di raggiungere sublimità spirituali, nella cooperazione dei sensi e del corpo. Prima (cf 550a), si era riferito alla teoria di s. Tommaso, secondo la quale Dio concede ad alcune anime sante scienza infusa, perché possano usarla senza cooperazione dei sensi, o introduce in esse quasi per transitum specie infuse 2, forse più frequentemente di quello che crediamo noi inesperti. Inoltre, A. si riferisce a Dionigi il Certosino 3 che sostiene la possibilità che Dio elevi l'intelletto umano con una luce speciale nell'uso delle immagini ricevute dai sensi, senza che nessun senso interiore cooperi alla contemplazione. Riassumendo, ciò che non manca a nessun autentico contemplativo è l'intendere semplicemente e senza discorso, è l'amare più che ordinariamente, è avere il santo affetto del timore, o desiderio delle virtù (cf VI, 551a).

Note: 1 Cf ARSI, Peru. Litt. Gener. 1584?1618, lettera del 24 febbraio 1587 al P. Juan de Atienza; 2 STh II?II, q. 17, a. 10; De veritate, q. 13, a. 2 ad 9; 3 De mystica theologia, a. 8.

Bibl. Opere: De vita spirituali eiusque perfectione, Lugduni 1608; De exterminatione mali et promotione boni, Lugduni 1613; De inquisitione pacis sive studio orationis, Lugduni 1617, raccolte in Opera Iacobi Alvarez de Paz, 6 voll., Paris 1875?1876. Studi: A. Astrain, A la memoria del gran asceta Diego Alvarez de Paz en el tercer centenario de su muerte, in Greg 1 (1920), 394?424; I. De la Torre Monge, La llamada universal a la contemplación en Alvarez de Paz, Santander 1959. E. Hernandez, s.v., in DSAM I, 407?409; E. Lopez Azpitarte, La oración contemplativa. Evolución y sentido en Alvarez de Paz S.I., Granada 1966; T.G. O'Callaghan, Alvarez de Paz and the Nature of Perfect Contemplation, Roma 1950; A. Pottier, Le P. Louis Lallemant et les grands spirituels de son temps, I, Paris 1927, 298?339; A. Poulain, s.v., in DTC I, 928?930.


Autore: M. Ruiz Jurado
Fonte: Dizionario di Mistica (L. Borriello - E. Caruana M.R. Del Genio - N. Suffi)
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