Tolleranza


Lasciare in pace coloro la cui fede e prassi differiscono dalle proprie. Dopo aver sofferto la persecuzione da parte di alcune autorità giudaiche e poi, per secoli, dai governatori romani, i cristiani acquistarono la libertà religiosa col cosiddetto « Editto di Milano » (312). Molto presto e specialmente dopo che Teodosio il Grande (imperatore dal 379 al 395) ebbe dichiarato il cristianesimo religione di Stato, i cristiani cominciarono a manifestarsi intolleranti verso gli altri, fra cui cristiani accusati di essere eretici o scismatici, gli Ebrei e più tardi i Musulmani. Con la Riforma, la tolleranza fu proclamata, ma fu di solito intesa solo a proprio vantaggio. Giovanni Calvino condannò Michele Serveto (1511?1553) a morte; un altro teologo protestante, Teodoro Beza (1519?1605), confermò questa decisione. La Pace di Augusta (1555) con la sua massima: « Cuius regio eius religio » (Lat. « colui che governa lo stato determina la sua religione »), tollerò in ogni nazione solo una confessione cristiana, come fu praticamente il caso in Inghilterra sotto il regime elisabettiano. Alcuni Battisti, Cattolici, Puritani e Quaccheri fuggirono dall'Inghilterra per cercare la libertà religiosa in Europa e nel Nord America. L'Illuminismo e la Guerra americana d'Indipendenza servirono ad incoraggiare, almeno alla lunga, una tolleranza razziale, religiosa e culturale basata sul rispetto dei diritti naturali umani. Oggi, almeno in campo religioso, la pura indifferenza a problemi di fede e a pratiche religiose può camuffarsi come autentica tolleranza. Il Concilio Vaticano II esortò tutti i cattolici a vivere e a proclamare il vangelo, ma sempre nel rispetto e nell'amore verso gli altri (GS 28, 73, 75; AG 11; DH 1). Cf Chiesa e Stato; Crociate; Diritti umani; Illuminismo; Inquisizione; Libertà religiosa; Pluralismo; Priscillianesimo.

Fonte: Dizionario sintetico di Teologia (G.O Collins, E.G. Farrugia)
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