Ecclesiaste


Quarto dei libri didattici del Vecchio Testamento, tra i Proverbi e la Cantica. Nella Bibbia ebraica fa parte dei kethubhim «scritti», ed è uno dei cinque meghilloth «rotoli-volumi» (v. Canone); letto integralmente nella festa delle Capanne (v.). E. è la traduzione greca del termine ebraico qoheleth (part. femm. - forma usata per i nomi d'uffici o di dignità -, denominativo di qahal «assemblea») significa «uomo d'assemblea»; pertanto l'E. = l'oratore o il predicatore per eccellenza (P. Jolion, in Biblica, 2 [1921] 53 s.). L'appellativo dall'autore (Eccle. l, l s. 12 ecc.) passò al libro. «Capolavoro filosofico di satira, d'ironia, di buon senso e, checché ne sembri e possa dirsi, di religione e vera pietà» (Buzy), questo libretto di 12 cc. «è un misto di riflessioni in prosa intercalate da gruppi di sentenze in versi»; con un prologo (1, 1-11) e un epilogo (12, 9-14).

Eccone lo schema (A. Vaccari).
1° Sviluppo: tutto quaggiù è vanità (1, 12-2, 26).
2° Sviluppo: vanità degli sforzi dell'uomo per modificare l'ineluttabile varietà degli eventi (c. 3); gruppo di sentenze su varie anomalie (4, 1-5, 8).
3° Sviluppo: vanità delle ricchezze (5, 9-6, 11); gruppo di sentenze (7, 1-12) sui valori della vita, pazienza e calma, vantaggi della sapienza.
4° Sviluppo: impotenza della virtù ad assicurare la felicità (7, 13-9, 10).
5° Sviluppo: vanità degli sforzi per assicurare il successo (9, 11-16; 10, 5·9); gruppo di sentenze (9, 17-10, 4; 10, 10-11, 6).
6° Sviluppo: felicità della gioventù in opposizione ai mali della vecchiaia (11, 7-12, 7).

Lo si è sempre, più o meno, considerato il manuale del pessimismo: tutto è inutile quaggiù: lavoro, studio, la stessa sapienza; è impossibile esser felici. In realtà, l'E. è un trattato di morale pratica, che addita dove è vano cercar la felicità e dove essa realmente ci è offerta.

Il Qoheleth è un acuto osservatore: l'esperienza gli ha insegnato che il tormento dell'uomo sta nel suo affannarsi, logorarsi dietro mete irraggiungibili; il suo dinamismo febbrile è l'ostacolo principale alla felicità. Egli pertanto condanna lo sforzo, l'eccesso, anche quando si tratta di raggiungere la sapienza (Eccle. 2, 11.15; cf. De imit. Christi I, 1- 2); così per il piacere e le ricchezze (Eccle. 4, 8; 5, 11); il lavoro (2, 23; 3, 9); il desiderio di cambiare il corso della Provvidenza o degli eventi o della società, di superare le avversità degli uomini, le varie preoccupazioni che avvelenano la breve vita terrestre (7, 6 s.; 8, 16). Ne fa risaltare l'inutilità e il vuoto che lascia nell'animo; per sottolineare ed inculcare con maggiore efficacia la via maestra del giusto mezzo, che sola mena alla felicità. L'E. insegna che la vita è buona; per esser felici basta saper vivere, fruendo con moderazione ed equilibrio dei beni che Dio elargisce: nel lavoro, nella famiglia, nella società. Questa felicità, accessibile a tutti, è un dono di Dio (Eccle. 2, 24 s.; 3, 12 s.; 5, 17 ss.; 11, 7-10). «Il Qoheleth dunque non è un pessimista, perché crede alla felicità e ci insegna i mezzi per raggiungerla (11, 1-6 ss.); non è un ateo perché crede in Dio e nella Provvidenza (l, 4-11.13; 3, 1-8.11.14.17; 6, 2-10; ecc.); non è un materialista perché crede nell'oltretomba e nell'immortalità (3, 11; 8, 12; 9, 10; 11, 9; 12, 13); non è un determinista, perché la nostra felicità e tante altre cose dipendono da noi (4, 13; 7, 8); non è un egoista, perché ha il senso della giustizia (2, 26; 3, 16; 8, 5 85.); non è uno scettico, perché loda la sapienza (3, 10 ss.; 9, 16 ss.) ed ha una dottrina sicura su Dio e sulla vita (3, 10-17; ecc.). Questa morale del giusto mezzo, infine, non è mediocre, volgare, borghese; la eleva, infatti, la trasforma e l'incorpora in una morale soprannaturale il pensiero costante di Dio, che la domina e la permea (3, 10-15; 5, 17 ss.; 7, 13 s. 18; 9, 7 ecc.). Non è meno impregnata di pietà che di buon senso» (Buzy, p. 200).

In tale contesto, e tenendo conto dei contrasti adoperati dall'a., va spiegato Eccle. 3, 18-21, che sembra negare l'immortalità dell'anima e l'oltretomba. «L'E., che sullo se'ol afferma la stessa concezione degli altri Libri sacri del Vecchio Testamento (cf. 9, 5-10 ed i passi citati sopra), ammette necessariamente che qualcosa sopravvive alla persona umana (nephes) che finisce, al corpo che si disgrega; persona, corpo, qui presentati in una delle frequenti antitesi, realisticamente e sarcasticamente nella loro fragilità, nel loro destino mortale.

Nasce l'uomo allo stesso modo degli altri animali, emette ugualmente come essi l'ultimo respiro (ruah). Sembra un animale al par di loro. Quindi la conclusione (3, 22.) invita a fruire della vita, dono di Dio, senza fissar lo sguardo oltre la tomba. Il pensiero di Dio datore della vita, è fonte di felicità; lo sguardo nelle tenebre dello se'ol, fonte di inutile e dannoso turbamento» (Enc. Catt. It.). Per il genere letterario, l'E. si avvicina «a quel genere di filosofia spicciola, che col titolo di Pensieri è conosciuto pure nelle antichità profane, antiche e moderne» (Vaccari).

L'esposizione è completata qua e là con le caratteristiche massime (mesalim) che si riscontrano nei Proverbi e nell'Ecclesiastico.

Nessun dubbio sull'ispirazione e sulla canonicità dell'E.; la negazione di Teodoro di Mopsuestia (PG 66, 697) fu condannata dal Concilio di Costantinopoli (L. Pirot, L'oeuvre exégétique de Théod. de Mops., Roma, 1913, p. 159 ss.). Autore ne è un dotto scrittore, giudeo (Eccle. 4, 17; 8, 10), che scrisse tra il 332 e la persecuzione di Antioco Epifane (175-64 a. C.), probabilmente verso il 200 a. C., prima dell'Ecclesiastico (contro N. Peters, in RZ, l [1903] 47-54.129-50); come esigono gli aramaismi, la decadenza della sintassi, «vocaboli o costrutti di un'età assai tardiva, che formano come la transizione tra l'ebraico dell'età classica e quello del Talmud» (Vaccari).

Che l'autore si dica figlio di David; re di Gerusalemme (Eccle. 1, Is. 12.16; ecc.: e perciò fino al sec. XIX giudei e cristiani l'identificarono con Salomone; tra i recenti: Fillion, E. Philippe, in DR, II, coll. 1539-41), è per i più un semplice caso di pseudoepigrafia, in uso in tal genere letterario per attribuire maggior importanza allo scritto; o ancor meglio «un semplice espediente di esemplificazione o di comunicazione retorica»; e «il titolo di re, può essere un titolo accademico al pari del nome Qoheleth» (Vaccari).

La deplorazione della tirannide regia e delle oppressioni dei sudditi, frequenti nell'E. (3, 16; 4, l; 5, 7; 10, 5 ss.; ecc.), come altre allusioni storiche (12, 13), non convengono alla persona, al regno, al tempo di Salomone.

La tendenza sezionatrice della critica letteraria, senza tener conto del suo genere particolare, ha cercato di spezzettare anche questo tipico libretto in varie parti, moltiplicando gli autori. A C. Siegfried (1898) han fatto seguito A. H. Mc Neile (1904), G. A. Barton (1908), E. Podechard (1912), e infine D. Buzy (p. 193-7). Al Qoheleth viene assegnata la maggior parte dei 12 cc. con la tesi fondamentale; quindi per frazioni di pericopi o brevi sentenze, fan la comparsa «l'epiloghista», un «pio» o basid, e un «sapiente»: di quest'ultimo sarebbero alcuni dei principali gruppi di sentenze: 4, 9-12; 4, 17-5, 8; 7, 1-12.19-22...

«Tale molteplicità di autori, se questi sono ritenuti ispirati, non intacca il carattere divino del libro. Ma gli argomenti addotti sono tutt'altro che probativi. È un dato innegabile che lo stile delle diverse parti è identico. L'uso della terza persona in alcuni brani attribuiti all'epiloghista, potrebbe confermare la pseudoepigrafia o svelare l'espediente retorico. La mancanza di connessione logica tra le varie pericopi, le imperfezioni e varie antinomie apparenti, si spiegano esaurientemente con il genere di composizione speciale dell'E., con lo sviluppo del tema centrale mediante forti antitesi che precedono e mettono in risalto la tesi. In ciò sono quasi concordi i cattolici (A. Condamin, A. Vaccari, A. Miller, A. Allgeier ecc.) e moltissimi acattolici (E. Sellin, D. Eissfeldt, K. Galling ecc». (Enc. Catt. It.). Il testo ebraico è ben conservato. «La versione greca dei Settanta è letterale, anzi servile, al modo del traduttore Aquila, cui erroneamente fu attribuita da alcuni (cf. E., Klostermann, De libri Koheleth versione Allexandrina, Kiel 1892). S. Girolamo, nel commento all'E. (PL 23), emendò sull'ebraico l'antica versione latina derivata dalla precedente. Nel 397 tradusse l'E. direttamente dall'ebraico, in un sol giorno. Questa versione abbiamo nella Volgata» (A. Vaccari).
[F. S.]

BIBL. - Vedi, F. SPADAFORA, in Enc. Catt. It., V, coll. 37-40; A. VACCARI, I libri poetici della Bibbia, Roma 1925, Pp. 269-82; ID., La S. Bibbia. 1961, pp. 1117-1131; D. Buzy, nella Ste Bible (ed. Pirot, 6), Parigi 1946, pp. 191-280.


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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