Debora


Profetessa e, con Barac, liberatrice d'Israele (Iudc. 4-5. Ebbero lo stesso nome = "ape", la nutrice di Rebecca, Gen. 24, 59 e l'ava di Tobia, Tob. 1, 8 nel greco). Moglie di Lappidoth, esercitò una specie di magistratura straordinaria, dando le sue sentenze ispirate agl'Israeliti che da tutte le contrade di Canaan venivano a lei, presso la palma a lungo ricordata dal popolo, tra Bethel e Rama (= er-Ram, 9 Km. a nord di Gerusalemme), nel territorio di Efraim.

D. conosceva bene pertanto la grave oppressione cananea che terrorizzava le tribù del nord affacciantesi sulla grande pianura di Esdrelon (Neftali, Zabulon, Issakar, Manasse). Esse non erano riuscite a impadronirsi delle fortezze cananee (Iudc. 1, 27-30) che ne comandavano gli accessi, tra le quali Haroseth (= Tell 'Amar) ai piedi del Carmelo - al varco tra la pianura di Acri (= Akkii) sul mare e quella di Esdrelon -; Bethsan ad est; Taanak e Megiddo (= Tell el-Mutesellim) a sud.

Dal mare al Giordano, eccettuato il Tabor (= Gebel el-Tor), la fertile pianura, ricca inoltre per le carovane, che seguendo la celebre via maris la traversano, dirette in Egitto dalla Siria, dalla Transgiordania e dalla Fenicia, costituiva una vera barriera tra Efraim a sud e le tribù della Galilea, fermate e senz'armi sulle colline circostanti. Un loro tentativo di penetrazione pacifica col lavoro e il commercio aveva suscitato la violenta reazione, allora in atto (Iudc. 5, 6 ss. 12).

L'ardente fede spinge D. all'azione. Manda a chiamare Barac, di Qedes di Neftali (= Qedeis, vicino al lago di Hule), e gli comunica, in nome di Iahweh, il compito di liberatore (v. Giudici). Barac, che ha sofferto dai Cananei, vuole accanto a se D. contando sull'ascendente enorme che essa esercita in tutto Israele. Così si recano a Qedes, da dove sollevano Neftali e Zabulon (con l'ordine ai combattenti - ca. 10.000 - di adunarsi, senza destar allarmi, sul Tabor) e mandano messaggeri alle altre tribù del centro, del nord e dell'est. Rispondono Issakar, per Manasse l'impuro tante clan di Makir, Efraim e, con pochi contingenti, Beniamino (v.), da poco ricostituita. I combattenti entusiasti all'appello di Iahweh, raggruppati intorno ai propri capi, con armi di fortuna o con i loro strumenti di lavoro (Iudc. 5, 10) si disposero sulle colline a sud e ad est della pianura. La coalizione dei piccoli re cananei, con a capo Iabin, re di Hasor (= Tell el. Qedah nord. ovest lago di Genezareth), affida la repressione della rivolta al generale Sisara principe di Haroseth. Al suo comando centinaia di carri, inquadrati dalla fanteria, si allineano lungo il Qison (= Nar el-Muqana) al centro della pianura, davanti a Tàanak e Megiddo, fronte al Tabor. Una pioggia torrenziale rese la pianura un pantano. D. - tra i combattenti - suscita Barac: «Muoviti; questo è il giorno in cui Iahweh dà Sisara in tuo potere. Iahweh ti precede» (Iudc. 4, 14). Ed egli risoluto irrompe dal Tabor nella pianura, mentre lo imitavano le altre tribù scendendo a tergo e ai fianchi del nemico.

La fanteria sorpresa dal molteplice attacco si sbanda, mentre i cavalli fan di tutto per sganciarsi dai carri impantanati e si urtano rovinosamente. È la piena sconfitta. I Cananei sono inseguiti ed uccisi. Anche Sisara, lasciato l'inutile carro, cerca a piedi uno scampo. Devia a sud, verso Qedes d'Issakar (= Tell Abu Qedeis, 4 km. Sud-est del Wadi Ledidjum, presso Megiddo). Incontra un accampamento di nomadi Cinei (v.), e stanco s'avvia alla tenda di Giaele che, affacciatasi, l'invita ad entrare fiducioso. Lo copre con una specie di pelliccia, lo disseta con latte (= Iebhen, o jaurt degli arabi: si era pertanto in primavera); e mentre dorme, piegatasi a terra, gli infigge di colpo nella tempia un piolo di legno usato per fissare al suolo le corde della tenda; e così lo mostra a Barac che l'inseguiva (Iudc. 4, 17-22).

Si compiva la profezia di D. (Iudc. 4, 9). Giaele apparteneva ad un clan imparentato a Mosè (Iudc. 1, 16; 4, 11) e perciò agli Israeliti (cf. I Sam 15, 6); il suo intervento contro Sisara, si spiega per il principio di solidarietà che impone il dovere alle tribù parenti di intervenire contro il nemico in guerra (cf. Iudc. 8, 5-9. 15 sc. 21; I Sam.14; 21; 29). Perciò le lodi di D. (Iudc. 5, 24-27), mentre è maledetta la città israelita di Meroz (= K. Marus, vicina a Hasor) che non si è mossa per la distruzione dei Cananei superstiti. Tale dovere, derivato dalla solidarietà, supera anche quello dell'ospitalità.

La vittoria infrangeva la supremazia dei Cananei, ristretti ormai nelle sole città; l'unione vittoriosa di sei tribù, primo raggruppamento importante dal tempo di Giosuè, sottolineava la solidarietà nazionale e i suoi vantaggi; ma specialmente rianimava le forze del iahwismo. Era la vittoria di Iahweh. «Questi fatti eroici e sanguinosi sono stati cantati da D. (Iudc. 5). Il suo "cantico" si pone meritata mente tra i più antichi e i più perfetti monumenti della letteratura ebraica. Sfortunatamente mutilazioni, oscurità del testo velano a noi in parte la sua bellezza. I restauri tentati non sono riusciti a rialzare tutte le sue rovine. Tuttavia, pur con le sue lacune irrimediabili, quest'ode trionfale, lascia ammirare l'ordine armonioso della composizione, sentire l'ispirazione tutta traboccante di entusiasmo nazionale e religioso, gustare il pittoresco di un realismo che sa riprodurre i gesti e vivificare» (L. Desnoyers).

Tra i molti tentativi di ricostruzione strofica, il più interessante è quello di O. Grether, Das Deboralied, Gutersloh 1941; cf. R. Tournay, in Vivre et Penser, 1942, p. 172 s.
[F. S.]

BIBL. - L. DESNOYERS, Histoire du peuple hébreu, Parigi 1922, pp. 137-52; R. TAMISIER, Le livre des Juges (La Ste Bible, ed. Pirot, 3), ivi 1949, pp. 159, 176-98,


Autore: Mons. Francesco Spadafora
Fonte: Dizionario Biblico diretto da Francesco Spadafora
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